RITRATTO DI UNA GENERAZIONE MUTA: ROMANZO

Andavamo a letto dopo Carosello

Capitolo VII. Homo sapiens, di padre in figlio. II. Vero, non reale

di Giovanni F.  Accolla

Andavamo a letto dopo Carosello

Se Dio non sono io, e questo lo poso ben verificare quotidianamente, lo sarà un altro: non io, dunque, non un essere in fondo come me, ma qualcun altro ancora. Ma se io esisto, e così esisti anche tu, che mi ascolti, allora perché mai, io dico, non dovrebbe esistere Dio?

- Il mito della fine del mito, - riprese mio figlio dopo qualche secondo di silenzio per lui vissuto con un po’ d’imbarazzo - che il tratto più peculiare alla nostra epoca, sempre post‑qualcosa, ma mai altro da qualcosa, getta una coltre di anonimato indistinto su ogni volto, omologa le solitudini e le disperazioni, gli entusiasmi e le passioni e non ci fa ragionare. Dacché, poi, ogni ragionamento lo si fa per mezzo del linguaggio e il linguaggio ha perduto la propria autenticità primigenia, il gioco fatto: la lingua ora è, quanto mai, una sfiaccata categoria universalizzante incapace di dire (e di pensare), l’unicità del singolo. Pensare (o ripensarlo) il singolo allora, in una certa misura, rifondare il rapporto con la lingua, dell’essere con il linguaggio e così, dell’essere altro da ciò che semplicemente si e, nel proprio limite, scoprire l’urgenza di Dio. Oppure, come dicevi prima, pensare sé, dire lo, riaffermando la propria più antica (primigenia, forse prenatale) volontà di potenza e dire io sono, e se io sono, Dio esiste!

- Bravo. Ma sta attento - lo interruppi -  io non sono assolutamente mosso da volontà di aver ragione, la volontà la consumo tutta nell’atto di avercela, nel tentativo (più o meno risolto), di ragionare. Com’è ingenuo il pensatore che tenta di persuadere e, in fondo, com’è volgare: la persuasione è sorella del conformismo.

- Ho capito! - Quasi urlò il ragazzo - “Non esiste un reale morale” scrive Hegel e tu hai voglia di ribaltare il tutto: solo ciò che risponde ad un principio morale esiste, è reale. - Raggiante in volto, felice di essersi ricordato la citazione dinnanzi a me (figuriamoci!), il ragazzo continuò quasi senza prender fiato - Sicché preferisci pensare che abbia ragione Adorno quando parafrasa e inverte la frase hegeliana “il vero è il tutto” in “il tutto è il falso”. E amen. Viviamo nell’irreversibilità, questo è quanto, ed appellarsi a sistemi sociali che dicono di simulare la natura, così come all’epopea realista che assume come indiscutibile l’ordine delle cose; è una follia.

- Basta che tu pensi come la sola geografia, disastro del tempo, mostri l’incongruità della storia - lo interruppi ancora una volta - ma attenzione, ragazzo mio, né la meraviglia, né il dubbio hanno dato inizio al pensiero: l’attività speculativa è nata, con molte più probabilità, dall’esperienza del male ed è culminata nell’esperienza della morte. Tale esperienza in alcuni casi trova il suo fluire, il suo sbocco, nella dialettica, in altri nella pura contemplazione, in altri ancora nella riproduzione simbolica, ovvero nell’arte, o nella riproduzione sessuale, biologica.

- Mi domando, allora, se anche la dialettica non sia una specie di riproduzione: attraverso il linguaggio si mette al mondo un “qualcosa”. Almeno si tenta. – mi rispose riaccendendo un’altra sigaretta - Reazione alla morte, non siamo altro che dei pusillanimi con una gran fifa addosso. Non si davvero liberi finché non ci si emancipa anche dalla morte, ma della morte non si può avere esperienza, forse la si può avere del morire… ed ecco ancora un’intuizione a troneggiare sulla nostra esistenza!

- Già, ma ho l’impressione - ripresi io -  che molti non giungano ad avere alcun rapporto con la verità, perché la loro mente non in grado di giungere ad una rappresentazione del niente. Voglio dire: per la maggior parte degli uomini tra verità e nulla non v’è differenza, solo che essi non lo sanno. Astrazione per astrazione credono un concetti vuoti come stato, democrazia, storia… alcuni ci fanno le guerre, ci perdono la vita. Mah, pensiamo pensieri consumati…

- Forse c’è, da qualche parte (fuori dalle coordinate spazio temporali), del tempo ancora intonso, non pensato, non agito. Tempo non storico e che non avrà mai svolgimento alcuno, ma con le proprie potenzialità come cristallizzate. È il luogo dei sarebbe potuto essere che accoglie con sé il tempo delle buone intenzioni mai praticate.

Detto ciò, mio figlio, frugandosi nelle tasche tirò fuori un telefono portatile che stava vibravano… lo spense e lo lasciò sul tavolo alla mia vista.

- La tecnologia ora è assieme Atlantide e Utopia: non ha alcun senso pensare al moderno datando un suo possibile inizio. Indagini fuorvianti. Perché mai l’era Gutemberg dovrebbe significare più del graffito rupestre? Non il rapporto dell’uomo con la macchina che pesa, quanto il sentimento dell’uomo rispetto alla comunicazione. Ordine e caos, ordine nel caos. Segno, parola, comunicazione, sogno.

Nel cosiddetto post‑moderno - ci hai fatto caso? continuai - ogni oggetto ne richiama un altro: i forni somigliano a televisioni, le lampade a ombrelli e così via (ognuno può provare a combinare coppie di cose tra di loro somiglianti ma non affini: il tuo telefono che ricorda?), anche certi uomini somigliano a certe donne e viceversa: non capisco bene cosa significhi, certo siamo assistendo alla lenta fine dell’unico.

“La creazione di Dio si completa quando le cose ricevono il loro nome dall’uomo…” - citò mio figlio non privo di una certa smorfia di soddisfazione, dopo aver avuto qualche difficoltà sulla logica del mio divagare - Di Benjamin, mi commuove ad ogni rilettura. Nessuno dei suoi esegeti ne è stato davvero un esegeta. Nessuno, voglio dire, vi si è approcciato col desiderio di comprenderlo profondamente, cioè, amandolo. Nani sulle spalle di giganti, appunto.

- La luce comincia quando il buio è più fitto: c’è ancora tempo, sotto la frana, la tracimazione dell’attualità, c’è ancora storia. C’è ancora, per chi ci crede, un’ultima interpretazione. L’ultima per davvero.

Dissi io tentando, senz’esito, di fornire una chiave di speranza.

Abolita l’immagine, polverizzato l’oggetto: intuizione e conoscenza vanno a braccetto verso un nulla pieno di vita. La vita beata senza memoria, la bella vita di chi è morto. Il nulla è una premessa, è in cuor mio, una promessa di assoluto.

Quale salvezza se non dal nulla e in forza del nulla? Origine non originata, forza ancipite ed autentica dimensione dell’essere, il nulla, un giorno, ci donerà il senso. La morte è un nodo sciolto, la vita una preghiera!

 Mi feci, quindi, un veloce ed appena accennato segno della croce, poi sorrisi. Con un poco di vergogna. Dopo tutto non eravamo così intimi e non sapevo affatto quali fossero le sue opinioni sulla religione.

- Ma tu sei qui per chiedermi qualcosa, vero? Allora, dimmi… e di nuovo vidi nei suoi occhi lo sguardo della madre. Di sua madre, ma riconobbi nel suo giovane volto anche alcuni tratti di mia madre e, quindi, di me stesso.

- Beh, non importa… rispose, proprio come avrebbe detto la madre, e come era solita dire ogni qual volta le mie risposte non la soddisfacevano.

Ci alzammo, ed assieme ci avviammo verso il giardino. Il sole stava tramontando. Mio figlio, vinto l’imbarazzo iniziale, mi chiese se avevo voglia di collaborare ad una rivista che di lì a poco sarebbe stata messa in circolazione. Ne sarebbe stato il direttore.

- Si intitolerà Homo sapiens - mi disse - mandami qualcosa, lo pubblicherò senz’altro…

Ci lasciammo. E quando fui sicuro si fosse allontanato sulla sua automobile, risi di gusto.

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