RITRATTO DI UNA GENERAZIONE MUTA: ROMANZO

Andavamo a letto dopo Carosello

Capitolo IV. Essere senza tempo. I. Il destino come carattere di una generazione

di Giovanni F.  Accolla

Andavamo a letto dopo Carosello

Da come ormai stanno le cose, dacché sappiamo che le leggi non hanno più peso né credibilità delle ipotesi, e le finzioni di una verità primordiale, ammetto che debbo ritener idiota o vile, chi chiede tregua alla vita e non ha come fine quello di divenire diverso da ciò che è.

Attraverso l’ubbidienza o la rivolta (attività che, in vero, si assomigliano molto più di quanto possa sembrare), la via da perseguire, quand’ero un ragazzo, mi pareva quella della santità. Il santo mi sembrava il progetto di uomo che più si approssimasse alla negata e originaria natura umana, quella divina. Quella, per meglio intenderci, che comprende ed intende oltre la propria individuale, relativa individualità. Non sembri, questa, un’idea bizzarra o megalomane: ogni onesta idea di Dio ha sempre il sapore di un’auto-definizione, nel senso che ognuno di noi ha inevitabilmente soltanto sé stesso quale degno riferimento, quale punto di partenza e quale tensione per identificarlo. Dovrebbe essere… dunque, io sono così e poi così… quindi lui sarà… ma se io sono - grido tutto di un fiato - allora cristo, anche Dio esiste!

Siamo, intanto, come morti, anzi, siamo noi i veri riempitoci di fossi. Abitiamo in tane lugubri e fetenti che supponiamo lussi. “Almeno chi muore - mi disse un giorno Paolo al telefono - forse vede e vedendo si possiede…” Riattaccai senza rispondere. Ripeto il mio ultimo punto: noi siamo talpe ignare del nitore dell’unità. Ogni nostro agire è separatezza. Ci fidiamo, pusillanimi, delle apparenze e rappresentiamo la fine in mille procedure d’oblio della fine. A quel tempo, poi, eravamo un po’ tutti così: ci attaccavamo il telefono in faccia, ci salutavamo obliqui e parlavamo di spalle. Belle amicizie coltivate alla luce di rari valori umani, insomma… ecco perché oggi… beh, lasciamo stare, ognuno sa dove siamo giunti. Sempre se, in un qualche momento siamo mai partiti!

L’idea di infinito, di assoluto, reca agli uomini, il terrore del vuoto, vertigini del precipizio, mentre niente è più pieno. “Il nulla, amici miei, è il necessaire di Dio! “ Seguirono al mio indirizzo risa, pernacchie e rumorosi sberleffi. Alle mie spalle, poi, Marco giurava che sarei andato diritto all’Inferno, mentre a sua insaputa, gli altri ridevano beati delle sue piccole manie bigotte.

Soggettività e responsabilità, insisto, apparentemente non sembrano avere nesso tra di loro, ma ce l’hanno eccome! Ed ecco un’ennesima prova di quanto sia coglione chi si fida delle apparenze. Io, dal canto mio, sono un disagiato per oscura patologia, o, forse, per condizione genetica, costituzionale o forse ancora per una questione generazionale. Non so stare, ma capisco che quel vuoto che, come un pneuma mi tiene pieno il petto, è la presenza in me di Dio. Se anche voi vi prenderete beffe di me, sarete voi i fessi; perché, tanto, siete anche voi soli e in altrettanta ineluttabile solitudine ne pagate l’inconsapevole prezzo della responsabilità.

All’ombra di ciò che pensavo, a ridosso di qualche mio sparuto gesto, che pareva il tentativo goffo di risoluzione estetica dell’esistenza, non mi riuscivo a schierare. Ancora oggi, mi alzo, fumo, magari vado a fare la spesa, discuto sui rincari del mercato… tento di agguantare uno stile esistenziale e non credo alla vita e alla realtà che dovrebbe contenerla. Oggi come allora, ogni passo al di fuori, era un ritorno a me stesso, e non, per una convergenza egocentrica, sia chiaro, ma credo, per l’effetto di una mia particolare competenza del nulla. Spiego: non riuscendo, ahimè, a giungere da nessuna parte (cammino come penso e viceversa, e le mie gambe mi possono far arrivare ovunque, e ovunque è nessun luogo), qualunque cognizione intellettuale faceva germogliare i miei insulsi umori, nelle mie endogene ossessioni. Bella prova, non c’è che dire. Complimenti ragazzo, hai un bel futuro! Pacche sulle spalle, e quel futuro non è mai giunto ad essere presente.

Ecco, ho detto nulla, forse volevo dire Dio. Ancora una volta, pur non del tutto persuaso, mi sembrano le sue facce di una stessa medaglia: la medesima circonferenza che gira, all’infinito ruota, riducendo tutto ciò che vedo, intendo e immagino, in un continuum, che trita tutto come un orrendo frullatore. Dio frullatore? Forse dovrei scrivere fumetti.

Allora, in un pomeriggio di ozio paradossale, mi son detto: l’innocenza è garantita solo dal non fare. Tutto ci condanna. Bisogna quindi abbandonare la propria natura, oppure imparare a non turbare né noi, né ciò che ci circonda. Ma no, sono tutte cazzate da beat generation, roba da capelloni rintronati dall’LSD, buddhanate!

Bene, allora, facevo, agivo. Ma l’idea giunge all’atto come materia che cambia di stato? Certo l’atto non legittima l’essere e neanche invalida l’essere dell’idea. Non so, mi imbroglio da solo. Tentavo di capire, un disastro. Le mie sollecitazioni sono sempre metaforiche, lo stimolo esterno non è neutralizzato dalla coscienza. Tutto partiva, mi abbandonava e non avevo una teoria neurologica a cui appigliarmi. I miei neuroni erano luoghi di passaggio, la memoria era una sorta di motel tutto occupato. In me non nasceva nessuna urgenza: sono permeabile come una spugna, come uno straccio lasciato in strada, durante un acquazzone estivo. La sghemba architettura del mio filosofare casalingo, vacillava per un nonnulla. Mi sbigottivo, attonito, allo sguardo di un uovo cotto all’occhio di bue. Insomma, cose del genere. L’ala della demenza, che tanto singolarmente aveva presagito l’unico Baudelaire del mondo, mi portava via di peso, mio malgrado e del tutto inconsapevolmente. E non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti: stupefacente!

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