RITRATTO DI UNA GENERAZIONE MUTA: ROMANZO

Andavamo a letto dopo carosello

Capitolo V. Io, tu: in nessun luogo, in nessun tempo mai - Capitolo VI. Andavamo a letto dopo Carosello. I Un caso esemplare

di Giovanni F.  Accolla

Andavamo a letto dopo carosello

 Io, tu: in nessun luogo, in nessun tempo mai

La coniugazione verbale è un fatto che riguarda più la grammatica che la vita: sono, fui, sarò, profanano l’essere già di per sé devastato dal solo fatto di esistere. Il senso dei nostri giorni, fin dall’inizio del mondo, è rimasto immutato. L’illusione che il tempo abbia modificato o possa modificare un qualche cosa, è una frode bella e buona consumata verso sé stessi, nei confronti di ogni singolo essere umano. L’illusione produce la storia. La sciocchezza consolatoria di non sentirsi soli o l’inganno dei politici che hanno bisogno del consenso, trasformano i concetti in miti, ma è un mito la storia, o un trastullo. Tutto si compie nei gesti precisi o nella mistificazione quotidiana dei singoli: ogni giorno si mima una vita. La mattina si nasce, la notte si muore. E così via, e così sia.

Le differenze tra le domande e le nostre ipotetiche risposte, sono davvero impercettibili (addirittura sembrano non esistere), affondiamo, così, in un ovunque pleonastico. Eppure bramiamo il futuro. Dramma o farsa che sia, la vita d’ognuno si sgrana in una perseveranza priva di scopo. Ed è, per certi versi, eroico. Lo dico senza ironia: per quanto non ci sia alcuna iniziativa che abbia davvero un senso, tutti ne hanno una per ogni ora della giornata e la crediamo necessaria, unica. Qualcuno, poi, tanto per dire, è anche capace di accendere la luce di una stanza con la prosopopea di quello che ha inventato il sole e la spegne con l’orgoglio, o l’angoscia, del distruttore. Li amo gli uomini, amo la loro ingenuità. Ma la vita, no. La loro vita intendo, no. Quella non posso dire d’amarla preso, come sono, a sopportare la mia e a malapena.

 

- Andavamo a letto dopo carosello

1. Un caso esemplare

A dire il vero non ricordo neppure quando ci vedemmo l’ultima volta. Quando ci incontrammo, dico, con l’intenzione di vederci, parlarci. Negli ultimi anni spesso è successo che ci siamo incrociati per le vie della città: un saluto affrettato, un sorriso di circostanza, magari qualche generica domanda sullo stato delle nostre vite, ma senza alcun autentico interesse effettivo. Oramai tanto diversi, camminavamo su percorsi assai lontani - per quanto riguarda l’apparenza magari - ma era ciò che contava. La partenza, l’origine, però, ci univa e non potevamo negarlo né, tanto meno, dimenticarlo.

Ti rivedo ora su di una fotografia pubblicata dai giornali del mattino: sotto al titolo appari sdraiato, il volto, di profilo, ti si appoggia su di un cuscino di sangue e, al tuo fianco, una pistola. Sulla destra della fotografia giace la sagoma di un corpo coperto da un lenzuolo, cerchi disegnati col gesso incorniciano i bossoli esplosi dalle armi. Hanno coperto la salma del poliziotto che hai ucciso mentre cercavi l’uscita della banca, non hanno avuto altrettanta pietà per la tua. Ma non importante, non credo che l’avresti voluta. Mi fa una certa impressione la postura che hanno le tue gambe. Sono come ferme nell’atto della corsa: sembra che il fotografo ti abbia colto in movimento ad un millesimo di secondo. Sei morto mentre fuggivi. La tua vita d’altronde è stata una fuga, breve e concitata. Non c’è ombra di viltà, non ti preoccupare. Forse è proprio così che avresti voluto morire, o forse no: immaginavi una morte gloriosa e nessuno non t’ha mai detto che ogni morte è, invece, ingloriosa, inevitabilmente. Ma forse te l’ho detto e non mi hai ascoltato: non mi hai mai dato ascolto, ma non è mica certo che hai avuto torto… ma ormai che importa il torto, chi se ne frega della ragione.

Nell’articolo si racconta la dinamica della rapina. Come nell’epilogo tragico di un film di cassetta, buono e cattivo muoiono l’uno di fronte all’altro. La morte giunge a pareggiare i conti con la vita, a incorniciare una morale buona per tutte le stagioni: il delinquente ha ciò che si merita e il buono, dopo un’esistenza più squallida che mediocre, ha il suo trionfale riscatto, è una vittima in odore di eroismo, il  capro espiatorio di una logica violenta che tenta la via del sacro. Si accendono le luci in sala e c’è chi ancora gli occhi lucidi dal pianto. Così va a finire che anche tu hai la tua dose di merito in tutta questa sporca vicenda.

Il giornalista che ha redatto l’articolo, naturalmente non s’è perso l’occasione ghiotta di indagare sul tuo passato. Ah, che goduria! Un ex‑terrorista, cento volte processato, ci tiro fuori un bel pezzo umano: “la polizia sulle tracce dei complici. Il bottino di circa quaranta milioni… rinascerà l’eversione nella capitale?”

Ma che vuoi che rinasca. Pensa alla tua calvizie, i tuoi capelli non ti rinasceranno davvero. Pensa alla tua vita, se ce l’hai ancora una vita, e se non l’hai abbandonata laddove quarant’anni fa hai lanciato l’ultimo sampietrino contro la celere che caricava. Oh, che bella generazione: chi lo poteva immaginare, quando urlavate “l’immaginazione al potere”, che sareste arrivati al potere privi di ogni pur minima idea di ciò che l’immaginazione. Amico mio, morto per vivere, per dare un senso ad una vita trascorsa tra prigioni e commissariati, amico mio corrotto fino al midollo che non ti sei lasciato ammaestrare. Che pazienza bisogna avere! “Bisogna pur vivere” l’imperativo che ci hanno inoculato i padri, ed spaventoso perché per vivere, comunque, bisogna sentirsi pieni di coraggio e di speranza. Chi glielo dice a questi signori, “noi buoni, noi belli, noi non facciamo male neanche a una mosca”, che c’è chi ha la nausea dei lori siffatti bastardi valori e in un abisso d’annientamento ha gettato il proprio corpo. La grossolana documentazione dei sociologi di poco si allontana dagli uffici matricola delle carceri: i numeri ci hanno tolto l’anima, lo Stato l’ha corrotta e la pubblicistica se l’è venduta a tanto alla copia.

Terrorista a vita e oltre, allora. A un certo punto diventa un fatto che riguarda l’onore, più che un epiteto, un punto d’onore, che uno quasi-quasi se lo scrive sul biglietto da visita, sotto al nome: Tizio Gaio, terrorista. E non basta avere cervello. Ma quale cervello, poi, se ci hanno lobotomizzato con surrogati di ideologia, con l’elettrochoc dell’odio: e giù sprangate e fuori i coltelli e spara al comunista coi capelli lunghi e uccidi il fascista con gli occhiali a specchio. Questo tanto, questo fu tanto e a qualcuno sembrò abbastanza. A dire che da piccoli andavamo tutti a letto dopo Carosello, futuri camerati, futuri compagni. Buona notte mamma, buona notte papà e, ai bimbi buoni, la dolce Euchessina.

Ora che il cervello ce l’hai spappolato, potresti veramente alzarti, girare i tacchi e, fischiettando, andartene per i cavoli tuoi. Potresti trovare un impiego, non so, potresti fondare un partito politico, farti imprenditore di te stesso, andare a raccontare la tua triste esistenza in qualche talk‑show, scrivere un libro magari, altro che rapine: per fare i quattrini, bisogna stare al gioco, la prossima volta impara! Qualcuno, tra i nostri coetanei, l’ha ben capito.

Ma a te il cervello funzionava, magari per reazione, ma funzionava eccome. Mi torna ora in mente, nitida, quell’estate di dieci anni fa, quando andammo assieme al mare. Partimmo per il Sud, senza un soldo in tasca e per mangiare depredammo tutti i campi di pomodori che incontrammo e l’uva, a grappoli enormi.

Ho come tatuata nella mente una giornata trascorsa tra gli scogli : il sole sembrava un’enorme lampada al neon, il cielo era terso, eppure le forme - mare, cielo, rocce - erano impastate e senza contorni. Ci arrampicammo tutto il tempo per raggiungere i picchi più alti e per tuffarci, poi, nei modi più strani. Il mio maggior divertimento era quello di coniare degli aggettivi al tipo di tuffo che facevamo: “tuffo a comodino rococò, tuffo dell’eunuco…” Ma tu sembrava avessi ben altro scopo, altro divertimento: tu salivi sempre più in alto, sempre un po’ di più di quando non lo facessi io. E mentre ridevo e faticavo per non ingoiare l’intero mare, ti colsi con un’espressione seria in volto: ti guardavo dal basso mentre ero in attesa che ti lanciassi. Eri salito il più in alto possibile rischiando di cadere e stavi diritto in un equilibrio a dir poco precario. Teso, sulle gambe magre, tremavi per lo sforzo e mi sembrasti un flagellando, un Cristo minore per religiosità ma non per intento. Poi mi guardasti e in un sorriso sciogliesti il gesto, giù con gran fragore. Il tuo sforzo non aveva nulla a che fare con quello dell’atleta che ha un fine e un rendimento e mi inquietò al punto che uscii dall’acqua e mi sdraiai sugli scogli in silenzio. Non era più un gioco quello.

Dopo poche bracciate nell’acqua mi raggiungesti al sole, fumammo facendo attenzione a non spezzare la sigaretta con le dita ancora bagnate. Avevamo entrambi una grande sensazione di benessere, i muscoli gonfi, la testa sgombra da desideri. Intorno a noi non c’era anima viva, soltanto un granchio tentava, a suo modo, l’ardua ascesa al mio asciugamano. Ti entusiasmasti alla vista di quell’animaletto, lo prendesti in mano e te lo mettesti sul petto. Cominciasti, poi, uno strano discorso sull’eguaglianza, anzi, come dicesti tu, sull’equivalenza tra tutte le cose del mondo. “Tutto si muove in orizzontale - mi pare che dicesti - uomini, animali, come tutta la natura hanno il medesimo valore. Nello stato di quiete, tutto uniforme e perfettamente morale. È l’azione che rompe la quiete - continuasti, mettendoti s’un fianco - la vita che corrompe la morale, è la paranoica necessità dell’uomo di dover per forza fare. Fare, fare… come se a farci essere qualcosa fossero le azioni. Non c’è più innocenza per nessuno, nemmeno nel sonno. Anzi, proprio nei sogni, l’umanità, che è per giunta vile, più schifosa e laida. Insomma va a finire che ‘sti schifosi manco fanno. Quando sento qualcuno parlare di virtù, rido e se poi ci penso mi incazzo: mi guardo intorno, cerco gli uomini virtuosi, gli onesti e che trovo? Al posto dell’onestà c’è la paura, non conosco essere umano che in cuor suo non desidererebbe altro che delinquere. Qualcuno con l’alibi dell’ingiustizia morale da redimere, qualcun altro per soddisfare l’urgenza dei propri pruriti… dai retta a me, soltanto per un’imperante codardia che non ancora tutti gli uomini sono dei criminali, tanto sono dei viziosi incalliti.”

Il sole ci aveva già abbondantemente asciugato, ma eri placido e non sudavi affatto; senza modificare il tono continuasti: “hai mai dato, chessò, cinquemila lire a un poveraccio? Beh, sta pur certo che seppure quello sta lì per morire di fame, si andrà a comprare due litri di vino. L’uomo ha più bisogno del superfluo che del pane!” E cominciasti a ridere come se ti avessero raccontato non so quale esilarante barzelletta: ti divertivi, evidentemente, del mio palese stupore. “oh - mi dicesti ancora singhiozzando - andamose a fa ‘n bagno, eppoi magnamo eh, che ciò ‘na fame…”

Sparisti in acqua, con tutta naturalezza, io ti seguii e quindi mangiammo lì sugli scogli, pane e pomodori, naturalmente. La vacanza continuò ancora una settimana, sull’argomento non tornasti più ed io ancora mi chiedo chi dei due avesse ragione. Amico, mio, angelo ribelle, morto per non aver pensato che forse, neanche pensando diversamente, ti saresti salvato.  

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