RITRATTO DI UNA GENERAZIONE MUTA: ROMANZO

Andavamo a letto dopo Carosello

Capitolo VII. Homo sapiens, di padre in figlio. 1. Atti unici, ironia della morte

di Giovanni F.  Accolla

Andavamo a letto dopo Carosello

“Di notte il vento della tempesta sussurra / il messaggio che cadere davanti / al mondo e davanti agli uomini / che paventano questa caduta / la prova di un fiore.”

“Per quanti anni / il guerriero ha sopportato il tintinnio della / spada che portava al suo fianco: / la prima brina è caduta oggi.”

Y. Mishima

“Nessuno ci forma di nuovo traendoci fuori da terra e fango, / nessuno parla alla nostra polvere. / Nessuno. / Tu sia lodato, Nessuno. / Per amor tuo fioriamo. / Al tuo cospetto. / Un nulla / eravamo, siamo, resteremo / fiorendo: / rosa del nulla / e di nessuno.”

P. Celan

 

- Quel che mi pare davvero impossibile - dissi, non appena terminato l’ultimo sorso di caffè - è separare il pensiero dalla vita: sia chiaro, si può fare, ed anzi si fa con grande disinvoltura in buona parte delle speculazioni contemporanee; ma tale elusione, a mio avviso, ha bisogno d’uno scarto di coscienza effettuato alla radice del proprio essere. Un intellettuale onesto, ma ancor più un uomo onesto, non lo può fare, a meno di rocambolesche invenzioni logiche che sfidano la morale per frammentarsi in infinite piccole (meschine quanto più esteticamente graziose) morali provvisorie.

- Eppure gran parte dei cosiddetti sistemi elaborati dalla filosofia contemporanea, così anche molte produzioni artistiche di questo Secolo, - si affrettò a controbattere mio figlio Iacopo con la sigaretta spenta tra le labbra, venuto a casa mia per incontrami dopo anni di mie assenze e sue mute incomprensioni - tentano di eludere tale vincolo prendendo in esame una specie di superfetazione della realtà, che è piuttosto l’ansia generata dalla realtà, dal rapporto con essa; oppure fantasticando sulla genesi di un tempo che, per spinta quasi pagana, si trasforma in un’idea di storia apportatrice di progresso, libertà, emancipazione da un qualcosa di non ben definito…

- Questi sono due modi di pensare il pensiero, e di perdere di vista l’oggetto autenticamente e primigeniamente dato. Sono due tentativi, a dir poco maldestri, - ripresi strofinandomi col pollice della mano destra il bordo delle labbra un poco sporche di caffè - di eludere la realtà, che divaricano il vero dal reale. Si bara con sé stessi, si bara con ogni onesta concezione di tempo. La storia non dà accesso né ad un tempo epico che ricrea l’oggettività, né ad un tempo lirico, a un discorso, per così dire, soggettivo. La storia in quanto tale, lo dico senza remore, è negazione d’ogni principio individuale, è il luogo dell’indefinito collettivo: qualcuno, così, ha pensato potesse essere il presupposto della democrazia, mentre è il fondamento privilegiato delle dittature. Il pensiero di Benjamin per cui “la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di attualità - (Jetztzeit, mi affrettai a dire prima di essere ripreso) - è sensatissimo, affascinate e commovente, ma carico di utopistiche attese: in verità solo i criminali hanno davvero fermato il continuum cieco del tempo imbastardendo il loro tempo con riattualizzazioni fondamentalmente estetiche.

- Ebbi una pausa fatta di un sorriso, mio figlio mi guardava curioso ed io ancora più curioso di lui, schioccando leggermente la lingua sul palato ripresi. - Benjamin stesso, col suo suicidio, ha contraddetto tale visione genuinamente rivoluzionaria e molto ingenua. Mi pare che il concetto di tempo “liberato” sia da riferirsi ad un tempo mistico, ad uno svolgimento del tutto, o quasi, indipendente dal concetto oggettivamente dato di Storia. Cristo che muore e della sua morte fa la morte di tutti, per esempio, inaugura un nuovo corso della storia, un corso di grande valenza simbolica che si snoda nei singoli destini e nei singoli progetti di vita. La mia storia, la tua storia, la storia delle nostre opere… la vita d’ogni singolo essere umano.

- Già, - rispose Iacopo, facendo una smorfia che mi ricordò di colpo la madre, seguito della prima boccata data alla sua sigaretta - ogni minuto di vita vale la vita intera, si può dire lo stesso per la storia?

- Forse si. La storia redenta dal tempo, ritornerebbe alle ragioni dei deboli, degli umili e, soprattutto, a quelle del singolo. - allargai le braccia come a sottolineare l’ineluttabilità delle mie asserzioni. Magari lo convinco e me lo levo dai piedi, pensai. - Il tempo cancella l’individuo: lo dice bene Proust quando, comparando le fotografie degli avi di un nobile con quelle di un qualsiasi borghese, dice di non trovarci più differenze degne di nota. Ed è così, ma storia e tempo non possono deviare il loro corso in diverse traiettorie, né una può rallentare il passo per far procedere l’altro. Un’idea barocca di storia, nella quale avvengono coagulazioni del tutto uguali al mito, non sta in piedi sui suoi piedi. Ancora una volta, l’avvento di Cristo mi pare il solo evento che ci abbia rivelato una possibile posizione altra dinnanzi alla storia. Il tempo sta alla carne e la storia allo spirito?

- Qualcuno e, a dire il vero, in grande onestà intellettuale - disse il mio giovane ospite pacatamente, allontanando con un gesto della mano da sé il fumo - mi ha fatto notare che è il tempo, piuttosto, che deve liberasi dalla storia: la tua idea, di fatto, vuol ricostituire una storia altra, non del tutto difforme dal concetto di storia tradizionale che intenderesti negare, così m’è stato detto.

Forse il mio intelligente interlocutore ha ragione, pensai con una punta i orgoglio paterno, ma una storia, per così dire “tutto tempo” (una non storia in assoluto) è un qualcosa che, in un certo senso, ti terrorizza e ti annichilisce. Anche a me pare un luogo desolato senza vita, un luogo piatto e rarefatto, un pianeta su cui non è possibile né la presenza né lo sviluppo di alcuna forma di vita. Proprio così: mi suggerisce uno scenario post‑apocalittico da film di fantascienza. L’uomo è la storia: ciò che anche a me preme è ritrovare nella storia le ragioni del singolo, di ogni individuo. La storia di tutti gli amori, di tutti i sentimenti: ecco ciò che, per noi, conta per davvero.

- Rinnega te stesso, dice Cristo, - ripresi con tutta calma, non dando gran conto alla perplessità del ragazzo - ma per rinnegarsi bisogna prima trovarsi per davvero, comprendere il valore di ciò che si vuol perdere. Ebbene, conosci te stesso, tenendo presente che non c’è conoscenza che abbia senso compiuto fuori dalla redenzione sul mondo, sulla storia, sul tempo. Il resto ricostruzione a posteriori, è qualcosa che sembra attenersi alla tecnica ancor più che alla stessa conoscenza.

- Certo, lo abbiamo detto mille volte - mi rispose un po’ spazientito - un intellettuale onesto, è innanzitutto, va da sé, un uomo onesto così come un gelataio onesto, un commesso e così via. Pensare è agire contro se stessi: è avvisare una difficile (forse improbabile) ricompensa nella continua inappropriazione di sé. Il pensiero onesto nega l’esistenza: la condizione, tale condizione, umana è la solo oggettività alla quale ci si possa appellare. Ecco la storia, e che storia!

- Perseverando, nel pensiero, nella scrittura soprattutto, ho incontrato Dio. - Dissi posando leggermente la mia mano su quella più piccola del mio amatissimo interlocutore - O, piuttosto, è stato uno scontro sul bordo di me stesso, sulle mie barriere fisiologicamente intellettuali. Non mi interessa un gran che capirne la causa, dacché ho il mio bel da fare nel gestirmi gli effetti. Come, del resto, tutto sommato, non mi reco gran pena nel verificare l’esistenza effettiva di Dio: la presenza ineluttabile di me stesso, la constatazione dei miei limiti invalicabili, lo scacco che ogni giorno subisco nel tentativo di avanzare un poco, i cocci che di me rimetto assieme per continuare, ogni giorno, un altro giorno come prova, almeno per ora, possono bastare.

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