Maggio Musicale Fiorentino

Una SIBERIA da non perdere: Gianandrea Noseda riscatta l'opera di Giordano e conclude domani anche la stagione concertistica.

Ultimi fuochi di una stagione davvero ricca ed entusiasmante nonostante la pandemia: concerto con musiche di Lutosławski e Musorgskij e ultima replica di Siberia.

di Domenico Del Nero

Una SIBERIA  da non perdere: Gianandrea Noseda riscatta l'opera di Giordano e conclude domani anche la stagione concertistica.

E se avesse ragione Umberto Giordano? La sua Siberia, rappresentata dopo lo Chenier e Fedora, sarebbe davvero pienamente alla loro altezza, se non per certi aspetti superiore? Il grande compositore foggiano credeva molto in questo suo lavoro e si rammaricava che non avesse giusto il giusto riconoscimento.  E lo spettacolo in scena in questi giorni al Maggio Musicale sembra davvero confermarlo. [1]Merito certo in primis del maestro Gianandrea Noseda, che nel valore di quest’opera ha creduto e scommesso e la dirige con un entusiasmo e una competenza davvero straordinari; del regista Roberto Andò, con la sua messa in scena “cinematografica” e di un cast di buon livello con una soprano straordinaria. Uno di quegli spettacoli insomma che si ricordano con piacere e a cui si è ben lieti d’esserci stati; ed è un peccato che il pubblico fiorentino abbia un po’ disertato un appuntamento davvero eccezionale. Chi c’era ha comunque reagito con passione ed entusiasmo, ed è davvero consigliabile non perdere l’ultima recita di venerdì prossimo, ultima occasione di vedere qualcosa di veramente bello e inconsueto. Si può dire che con questi titoli veramente il Maggio assolva in modo egregio alla sua funzione di riscoperta di opere e talvolta veri capolavori dimenticati.

Capolavoro? Qualcuno arriccerà il naso e parlerà (giustamente) di debolezza del libretto e soprattutto della versificazione con i famigerati “illicasillabi”; ma la musica, con la sua straordinaria modernità, in certi punti già pienamente novecentesca (siamo solo nel 1903!) con accenti che possono sembrare stravinskiani, con la profonda tensione che esprime e con quel tocco di “esotismo” caro al periodo decadente che qui però non è mai “cartolina”, ma tentativo di penetrare e ricreare davvero alcuni aspetti dell’anima russa, riscatta pienamente i punti deboli d’altro genere che possano riscontrarsi.

La musica sopra ogni cosa dunque, e cominciamo con la splendida prova dell’orchestra del Maggio, guidata con mano sapiente e sicura dal maestro Noseda, che offre una lettura vigorosa, quasi “sinfonica”, tesa a mettere in luce i colori e le sfumature di una partitura davvero complessa e raffinata, assecondata da un coro pienamente suggestivo e con accenti davvero “orientali”.  Si nota sin dalle prime battute il lungo studio  e la passione che il direttore ha dedicato  a quest’opera, ma l’esecuzione lo ripaga pienamente ed entusiasma il pubblico. Tra gli interpreti, spicca senza ombra di dubbio la Stephana di Sonya Yoncheva; buona presenza scenica ma soprattutto uno strumento vocale ben tornito e perfettamente adeguato alla difficile tessitura dell’opera, un buon declamato e acuti svettanti. Una vera “primadonna che sicuramente campeggia nel confronto con Vassili, il tenore Giorgi Sturua, dotato di un bel timbro brunito ma di un volume non sempre adeguato che regge bene al centro ma meno nell’acuto; nel complesso comunque dignitoso, soprattutto se si considera la difficoltà della parte, Il baritono George Petean è un buon Gleby sia scenicamente che vocalmente, con uno strumento solido e bene impostato.  Buoni anche comprimari e parti minori, tra cui l’Alexis di Giorgio Misseri e la Nikona di Caterina Piva.

Rimane la regia: una lettura nel complesso abbastanza tradizionale (e che quindi ha fatto arricciare il naso a qualche altro recensore) ma efficace e pienamente comprensibile.  Già nella presentazione Andò aveva individuato nel paesaggio e nel dolore – parola chiave anche nello splendido coro dei prigionieri del secondo atto – i nuclei fondanti della sua lettura: Malori dolori languire soffrire… E così è stato; la “finzione” della ripresa cinematografica, più che nella troupe che ogni tanto compare in scena e nella  preparazione “in diretta” del personaggio di Stephana nel primo atto, sta nei suggestivi e bellissimi filmati che arricchiscono lo spettacolo: scene di lande desolate e innevate, ma anche di miseria, deportazione, lavori forzati. Da questo punto di vista l’aver spostato l’azione alla seconda guerra, con l’immagine stile “grande fratello” di Stalin che campeggia nel terzo atto all’annuncio “Cristo è risorto” ricorda appunto la triste caratteristica dell’inferno siberiano, che certo non si è conclusa con il periodo zarista, ma è se possibile ancora di più peggiorata nei decenni successivi.  Molto bella anche la scena iniziale, con il canto fuori scena e i personaggi immobili sul palcoscenico, quasi a ricordare quella dimensione di iconica staticità che è tipica di tanta arte russa. Per il resto, le scene e le luci efficacemente livide di Gianni Carluccio, i costumi con le sfarzose uniformi di Nanà Cecchi e i bellissimi video in bianco e nero di Luca Scarzella danno vita a uno spettacolo che proprio con una sorta di “contrasto” con la splendida veemenza della musica risulta interessante ea tratti anche commovente. Nel terzo atto poi la scena di festa che precede la catastrofe finale, con il bellissimo intermezzo delle balalaike riesce gradevole e vivace, mentre l’idea di far vedere il ferimento mortale della protagonista in un video invece che direttamente in palcoscenico ha un suo fascino e un suo impatto.  

Assolutamente da non perdere dunque l’ultima replica di venerdì 16 luglio, sempre alle ore 20; e domani (giovedì 15 luglio, ore 20)  il maestro Noseda conclude anche la stagione sinfonica con un concerto alle ore 20, dirigendo l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. La locandina del concerto mostra ancora una volta la predilezione del celebre direttore italiano per il repertorio musicale dell’Europa orientale con il Concerto per orchestra di Witold Lutosławski e la celebre Quadri da un’esposizione di Modest Musorgskij (nell’orchestrazione di Maurice Ravel). Il concerto di Lutoslawsky, compositore e direttore d’orchestra polacco del secolo scorso, eseguito per la prima volta nel 1954,  presenta l’uso di materiali melodici del folclore slavo ed è articolato in tre movimenti che richiamano le antiche forme barocche (Intrada; Capriccio e Arioso; Passacaglia, Toccata e Corale) il Concerto impegna spesso l’orchestra a blocchi e per sezioni: archi, legni, ottoni e percussioni sono coinvolti, a turno, in passaggi solistici e spostamenti continui tra i registri (dal grave all’acuto e viceversa) che ne mettono in risalto qualità tecniche e timbriche.



[1] Per la presentazione dell’opera e dello spettacolo cfr. il nostro articolo https://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=9343&categoria=1&sezione=8&rubrica=8  

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