Maggio Musicale Fiorentino

SIBERIA: l’opera di Giordano per la prima volta sul palcoscenico fiorentino. Riscoperta di un capolavoro?

L’opera, nata nel 1903 e da tempo raramente messa in scena, realizzata nell’edizione del regista Roberto Andò e diretta dal maestro Gianandrea Noseda, che crede molto nel valore della partitura.

di Domenico Del Nero

SIBERIA: l’opera di Giordano per la prima volta sul palcoscenico fiorentino. Riscoperta di un capolavoro?

“Non è apprezzata come merita”, pare dicesse nei suoi ultimi anni Umberto Giordano. Eppure Siberia,  libretto di Luigi Illica, era stata senza dubbio il terzo grande successo del compositore foggiano dopo Andrea Chenier (1896)  e Fedora (1898).  Due opere – soprattutto la prima – che hanno fatto in qualche modo sopravvivere la fama di Giordano che, fra i musicisti della cosiddetta Giovane Scuola, è stato per molto tempo forse uno dei più “ridimensionati”. Rappresentata per la prima volta alla Scala il 19 dicembre 1903, ebbe un cast di prima grandezza con  Rosina Storchio (Stephana), Oreste Gennari (Principe Alexis), Giuseppe De Luca (Gleby), Giovanni Zenatello (Vassili) e Cleofonte Campanini alla direzione d’orchestra.

Ben venga dunque l’iniziativa del Maggio Musicale Fiorentino che chiude una stagione tanto bella e interessante quanto tormentata (per i soliti, arcinoti motivi) proprio con Siberia che andrà in scena in prima rappresentazione mercoledì 7 luglio alle ore 20 con repliche il 10, il 13 e il 16 allo stesso orario. Una sorta di operazione “circolare”, visto che il festival si era aperto sempre nel segno della Giovane Scuola con la splendida messa in scena di Adriana Lecouvreur.  È la prima volta che l’opera di Giordano giunge sul palcoscenico del Maggio e con tutta probabilità si tratta della prima rappresentazione assoluta nel capoluogo toscano, con il  celebre maestro Gianandrea Noseda al suo debutto operistico al Maggio Fiorentino, nel nuovo allestimento con la regia di Roberto Andò non solo regista e sceneggiatore cinematografico e di prosa, scrittore, ma anche lirico.

 

Il cast riunisce stelle di prima grandezza come il celebre soprano Sonja Yoncheva (Stephana) che si cimenterà con una delle tessiture più impervie e alcune delle arie più ardue di tutto il repertorio sopranile verista, il tenore Giorgi Sturua (Vassili) in un ruolo altrettanto impegnativo e il baritono George Petean (Gleby). Con loro Caterina Piva (Nikona), Giorgio Misseri (Il principe Alexis), Antonio Garés (Ivan), Francesco Verna (Il banchiere Miskinsky), Emanuele Cordaro (Walinoff), Francesco Samuele Venuti (Il capitano), Joseph Dahdah (Il sergente), Alfonso Zambuto (Il cosacco), Adolfo Corrado (Il Governatore), Amin Ahangaran (L’invalido), Caterina Meldolesi (La fanciulla). Solista del Coro: Alfio Vacanti.  Il Coro, che in quest’opera ha grande rilievo, è diretto da Lorenzo Fratini. Le scene e le luci sono di Gianni Carluccio, i costumi di Nanà Cecchi e i video di Luca Scarzella.

 

Già con Fedora Giordano si era imbattuto nella Russia, ma il soggetto dell’opera era ricavato da un dramma di Sardou e solo il primo atto era ambientato a San Pietroburgo. Il lavoro aveva comunque avuto un successo straordinario ed era stata diretto a Vienna da Gustav Mahler, che era un estimatore anche delle prime opere di Mascagni.  Per Claudio Casini “Giordano, d’altra parte, fu il musicista che seppe meglio, dopo Puccini equilibrare la struttura del suo teatro musicale tra vocalità e strumentalismo. Fu tale qualità che gli consentì di comporre molti lavori e di sviluppare, forse nella maniera più positiva ed interessante, le limitate possibilità della tecnica verista.”[1] Significativamente anche Casini include Siberia nella fase di maggiore felicità creativa del compositore foggiano, anche se oggi, dopo la ripresa alla Scala della Cena della Beffe (2016) e il ritorno in circolazione (almeno discografica) de il Re questo giudizio andrebbe forse rimeditato.

 

L’opera si inserisce nel grande interesse che la letteratura e la cultura russa suscitano anche in Italia tra gli ultimi anni dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo; Già D’Annunzio, sempre molto attento alle mode culturali e letterarie del suo tempo aveva con il Giovanni Episcopo (1892) scritto un romanzo dal sapore  dostoevskijano;  opere di Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev, vengono tradotte  dal francese con larga diffusione. Ottorino Respighi nel 1900 era in Russia e prendeva lezioni di strumentazione nientemeno che da Nikolaj Rimskij-Korsakov, e la stessa Fedora può essere vista come un segno dell’interesse verso la terra degli zar, molto vivo e sincero nel musicista pugliese.

Una particolarità di Siberia sta anche nel suo libretto: scritto da Luigi Illica (1857-1919), considerato il principe dei librettisti (malgrado alcuni suoi limiti che Puccini aveva bene intuito, non per nulla ne correggeva l’enfasi a volte eccessiva con il più misurato Giacosa), non sembra avere una fonte letteraria precisa e determinata.  Un punto di riferimento possono essere le angosciose Memorie di una casa dei morti, scritte da Dostoevskij durante i lavori forzati in Siberia, che faranno da sfondo agli atti II e III dell’opera; la trama dell’opera però, una vicenda di sofferenza, di riscatto morale, di redenzione, sembra rimandare a Risurrezione di Tolstoj, da cui sarà tratta l’omonima opera di Franco Alfano rappresentata al Maggio nel gennaio del 2020.

A differenza di quanto accade in FedoraSiberia è legata anche sul piano geografico all’impero Russo e a quella sua desolata e tristemente famosa regione; il primo atto infatti si svolge a San Pietroburgo durante la festa di Sant'Alessandro, il secondo in un luogo di sosta dei condannati in transito e il terzo in una colonia penale siberiana nel corso della Pasqua russa. Ciascun atto poi porta un nome particolare, il primo, nell’elegante salottino di San Pietroburgo, La donna; il secondo l’amante, il terzo l’eroina.
Giordano ha utilizzato vari temi provenienti dal repertorio popolare, come ad esempio il celeberrimo canto di coloro che trainavano le chiatte sul Volga; nel finale, poi appare un'orchestra di balalaike che suona musiche del folklore russo. L’opera ebbe sul momento un grande successo e fu apprezzata soprattutto in Francia, sia a livello di pubblico che di critica; insieme all’Otello di Verdi, fu l’unica opera ad essere stabilmente inserita nel repertorio stabile dell’Opéra di Parigi. E tra i giudizi critici: “Non credo di esagerare dicendo che il secondo atto di Siberia prenderà certamente posto tra le pagine più singolari e più accattivanti che la musica drammatica moderna possa offrire.” Parola di Gabriel Fauré, musicista ben lontano per molti aspetti dalle tematiche della cd. “Giovane scuola” che recensì Siberia all’indomani della prima parigina del 1905, dicendo inoltre che la musica di Giordano, oltre a sembrare ispirata da una ispirazione generosa e da una profonda sensibilità, “testimonia anche un talento molto reale e vigoroso.”

Tutto questo non ha però salvato questo titolo da un oblio davvero precoce; è quasi incredibile che con tutta probabilità non sia mai stata presentata a Firenze prima di oggi, mentre al teatro alla Scala l’ultima ripresa sembra essere quella del 1947.

 Come mai questa eclisse? Forse l’autore si sbagliava nel considerarla il suo capolavoro, debolezza del libretto (come capita sovente nei testi ad esclusiva firma di Illica) o piuttosto l’opera è rimasta vittima dei pregiudizi, degli equivoci o di tutta una serie di situazioni che messo in secondo piano tanta parte della produzione operistica e sinfonica italiana del Novecento? Anche a queste domande ha cercato di rispondere l’incontro di presentazione dell’opera presso la biblioteca delle Oblate, condotto dal responsabile della promozione culturale del Maggio Giovanni Vitali con la partecipazione del direttore d’orchestra Gianandrea Noseda e del regista Roberto Andò. Un amore “a prima lettura” quello del maestro Noseda con l’opera di Giordano, quando circa 15 anni fa ha avuto modo di leggerne lo spartito (quindi solo la versione pianoforte e canto). È stato più che sufficiente per restarne profondamente colpito e per desiderare di poter eseguire l’opera; desiderio rafforzato dopo aver diretto lo Chenier al Metropolitan. Un entusiasmo, un sogno che oggi finalmente trovano la via del palcoscenico, in piena sintonia con il regista Andò.

Ma quali sono i pregi di questa partitura sconosciuta? Il fascino del ricorso ai temi locali, intanto, quello stesso che tenta Mascagni in Iris e Puccini nella Butterfly; il fascino dell’esotico insomma, così tipico di quella cultura “decadente” che prolunga la sua influenza anche nei primi anni del XX secolo. Certo, il rischio del folcloristico, della “cartolina” è sempre dietro l’angolo. Ma qui c’è un’idea centrale, che è quella della “lontananza” e che giustifica il titolo; se la protagonista è senza ombra di dubbio Stephana, il titolo Siberia è pienamente giustificato da questa idea di fondo. Sia Giordano (che era davvero molto affascinato dalla Russia) che Illica sono e restano assolutamente italiani che cercano di mostrare il loro interesse, il loro amore per la Russia attraverso le dimensioni del rito e della spazialità. L’opera non ha preludio né ouverture, l’orchestra tace: solo un coro a cappella fuori scena, con due personaggi immobili in una sorta di “fermo immagine”. L’esotismo in quest’opera è una sorta di esotismo del fato, del mistero, dell’esoterico.                           

O il personaggio di Gleby, forse per certi aspetti il più “dostoevskijano” tra tutti. Infine, di grande interesse anche il rapporto tra voci e orchestra; Giordano è un raffinato strumentatore e proprio in quest’opera adotta soluzioni e tecniche che sono già “Novecentesche” (l’uso del tritono, ad esempio). In quest’opera però c’è anche una tessitura vocale notevole, pensata per cantanti come la Storchio e Zenatello, di grande spessore. Qui si impone una scelta che spetta al direttore: trattare la linea vocale come uno degli ultimi esempi di canto tardoromantico, o vedere anche in questo i segni del Novecento? Ci sono sicuramente in quest’opera notevoli slanci vocali, ma non più arie così tornite come quelle di Puccini, che peraltro proprio dopo i primi anni del nuovo secolo comincia a mutare direzione; si tratta insomma di una vocalità un po’ “al limite”, che deve fare i conti con un’orchestra che ha un ruolo da protagonista.

Per quanto riguarda la messa in scena, il regista Andò evidenzia come proprio l’aspetto scenico, e non quello musicale, sia il punto debole dell’opera. Si tratta di un libretto complesso e complicato, con situazioni complesse e numerosi personaggi, cosa del resto tipica della letteratura russa. Quello colpisce è l’idea della Russia che hanno poeta e compositore, il tentativo di appropriarsi di un qualcosa di lontano in vari sensi. Ecco allora che un elemento fondamentale, su cui il regista punta per la sua versione, è il paesaggio; un paesaggio non solo naturale ma anche umano e proprio il rapporto con Dostoevskij, che conobbe direttamente la deportazione in Siberia, evidenzia la dimensione del dolore, della sofferenza, della deportazione che per moltissimo tempo, e ancora per tutto il Novecento con il regime comunista, è stato sempre il “marchio” della Siberia. Per questo il regista ha preferito non collocare la scena al tempo della guerra di Crimea, come da libretto, ma in una dimensione atemporale e questa specificità siberiana, che non ha perso neppure oggi.  Non per nulla nel terzo atto comparirà anche una immagine di Stalin, mentre la dimensione atemporale verrà realizzata anche tramite una interessante impostazione “cinematografica”.

Un’opera sicuramente da vedere, un esperimento culturale di grande spessore che va incoraggiato e sostenuto. 

 

La trama

 

Atto primo: “La donna”. Stephana, che è stata sedotta da Gleby, un criminale che l’ha venduta al principe Alexis ottenendo in cambio un sussidio per vivere, vive nell’elegante palazzo del principe. La donna ama, ricambiata, il luogotenente Vassili, il quale ignora la sua vera condizione dal momento che s’incontrano in un luogo lontano dal palazzo. Chiamato alle armi, egli va a trovare Stephana al palazzo dove scopre la verità sulla donna. In quel momento entra il Principe e ne nasce una discussione che sfocia in uno scontro  durante il quale Vassili ferisce  Alexis  e, una volta arrestato, viene condannato alla deportazione in Siberia.

Atto secondo: “L’amante”. Nei pressi della frontiera tra la Russia e la Siberia, tra i prigionieri che stanno camminando sulla neve per andare nelle miniere dove sono costretti a lavorare duramente c’è Vassili logorato e disperato. Un gruppo di donne e bambini li attende sulla strada per salutarli e poco dopo arriva Stephana in una slitta, partita per condividere con l’uomo amato il suo terribile destino ed è irremovibile nel non accogliere le richieste di Vassili il quale vorrebbe che lei andasse via. Così entrambi si mettono in marcia verso la Siberia.
Atto terzo: “L’eroina”.  Per le festività imminenti ai condannati è stato permesso di organizzare una festa e Stephana cerca di approfittarne preparando un progetto con un vecchio condannato per fuggire con Vassili. Al campo dei condannati arriva Gleby, arrestato durante uno dei suoi numerosi crimini e, riconosciuta Stephana, la insulta di fronte a tutti tra cui Vassili, che cerca di difenderla, ma è fermato dagli altri. Durante la notte Vassili e Stephana portano a compimento il loro piano di fuga, ma Gleby dà l’allarme permettendo alle truppe d’inseguire i due fuggitivi. Si sente uno sparo e poco dopo vengono riportati Vassili e Stephana che, ferita mortalmente, muore fra le braccia dell’uomo amato.

 

SIBERIA

Dramma in tre atti di Luigi Illica

Musica di Umberto Giordano

Edizione: Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano

Seconda edizione

Nuovo allestimento

Maestro concertatore e direttore Gianandrea Noseda

Regia Roberto Andò

Scene e luci Gianni Carluccio

Costumi Nanà Cecchi

Video Designer Luca Scarzella

Stephana Sonya Yoncheva

Vassili, ufficiale della Guardia Giorgi Sturua

Gléby George Petean

Nikona Caterina Piva

Il principe Alexis Giorgio Misseri

Ivan Antonio Garés

Il banchiere Miskinsky Francesco Verna

Walinoff Emanuele Cordaro

Il capitano Francesco Samuele Venuti

Il sergente Joseph Dahdah

Il cosacco Alfonso Zambuto

Il Governatore Adolfo Corrado

L’invalido Amin Ahangaran

La fanciulla Caterina Meldolesi

Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del coro Lorenzo Fratini

Solista del Coro Alfio Vacanti

Regista collaboratore Boris Stetka

Assistente scenografo Sebastiana di Gesù

Assistente costumista Agnese Rabatti

Assistenti video: Luca Condorelli e Michele Innocente

 

— Figuranti speciali Paolo Arcangeli, Mauro Barbiero, Fabrizio Casagrande, Alessandro Ciardini, Leonardo Cirri,

Cristiano Colangelo, Giacomo Dominici, Stefano Francasi, Marco Martelli, Stefano Mascalchi, Matteo Mazzuccato,

Domenico Nuovo, Federico Vazzola, Silvio Zanoncelli

— Allestimento Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

— Con sopratitoli in italiano e inglese a cura di Prescott Studio, Firenze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Claudio CASINI,  “ il verismo musicale italiano” in AA.VV.  Mascagni, Milano, Electa, p.28.


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