Editoriale

Fascista immaginario in un mondo di comunisti immaginari

Non conosco Itaca ma è venuto veramente il momento di volgere la prua verso casa

Stefano Tesi

di Stefano Tesi

Giornalista professionista, viaggiatore intelligente, amante della sua terra senese della quale difende sapori gusti e tradizioni. animatore del blog Alta fedeltà http://www.alta-fedelta.info/

ara Simonetta,

ce l’ho messa tutta per resistere alla tentazione di unirmi alla discussione. Una discussione tanto stimolante sotto il profilo emotivo quanto, temo, inutile sotto quello che forse era il fine di chi l’ha sollevata, cioè politico.

Non ce l’ho fatta.

E allora intervengo per dire che personalmente non posso tornare a Itaca, semplicemente perché non mi sono mai mosso da Troia e dalle sue rovine brulle e accoglienti. Spigolose come una mamma abbrutita dalla vita, ma comunque mamma.

E’ lì che sono nato ed è a quel luogo che, soprattutto, ho preso nel tempo consapevolezza di appartenere. Al di là delle categorie, dei partiti, delle destre e delle sinistre e di tutta la paccottiglia che ne segue. Anzi, a prescindere da essa.

Certo anch’io, nel mio piccolo, ho navigato. Nulla di avventuroso, piccoli spostamenti. Escursioni o poco più. Ho comunque conosciuto molti approdi, ho annusato i miasmi dei loro porti. Ma non sono mai sbarcato sulla terraferma né non ho mai preso cittadinanze, forse nel timore che la barca ripartisse e non ce ne fossero altre per tornare indietro. Avevo paura di avere nostalgia per i miei compagni di viaggio, gli stessi che in seguito avrebbero dimostrato di non averne alcuna di me. E ogni volta che tornavo a Troia trovano sempre meno amici ad aspettarmi.

Ai giorni nostri, del resto, il marchio generazionale segna in vero spartiacque ed io sono di due generazioni più giovane rispetto a Cardini e di una rispetto a Solinas. Altre esperienze, altri percorsi, anche se compiuti bagnandosi i piedi nel medesimo fiume. Non ho mai avuto la concreta possibilità di illudermi e neppure di militare. Non sono riuscito a farmi piacere, nonostante gli inviti altrui e i miei sforzi di volontà, il sentore di muffa, non solo olfattivo, delle cantine e delle sezioni, della colla per manifesti e degli armadi chiusi a chiave pieni di cimeli impresentabili. Le trovavo, quelle sedi, palestre per l’esercizio alla manovalanza a favore di capi improbabili.

Nemmeno di loro, alla fine, me ne è mai piaciuto uno. Troppo avvezzi alle ambizioni di piccolo cabotaggio e a nascondere i loro limiti di carattere e di cultura. Molto meglio dedicarsi alle letture “formative” e, a volte, al loro ripudio, eternamente sospesi tra il desiderio e il timore di riscoprirsi come l’Isao Iinuma dei Cavalli in Fuga mishimiani: soli davanti al disco infuocato del sole.

Un’insofferenza che è cresciuta man mano che cresceva in me un bisogno di sobrietà inversamente proporzionale all’esibizionismo, al materialismo, all’opportunismo e alla superficialità dei presunti camerati e dei loro omologhi, i presunti compagni: inebriati i primi del teatrino politicante, come geometri al debutto in società, perduti i secondi nelle acrobazie interiori tra la convivenza del portafogli e il sistema di dogmi, doveri e massime che li aveva portati, come su una scala mobile, dov’erano. E dove, in definitiva, volevano restare.

Così, ogni volta a Troia eravamo qualcuno di meno. Ma almeno avevamo perso di vista i transfughi, smarriti nel porcile di Circe e nella reggia di Alcinoo.

Far parte dei Teucri significa, o significava, essere “di destra”, per ciò quest’espressione ha valso e vale oggi?

Certo, ne siamo stati convinti. Così si dicevano e così ci era stato insegnato.

Eppure, sebbene mi abbiano sempre definito “di destra” e come tale abbia pagato il mio scotto di emarginazione, sebbene io stesso mi sia sempre sentito “di destra” (in realtà più per una sorta di deriva residuale che non per l’individuazione precisa del luogo politico, ancorchè sia nato e cresciuto, sempre residualmente, in un ambiente che si potrebbe un po’ approssimativamente dire “di destra”) ed abbia avuto molte frequentazioni, ma mai nessuna militanza, nel medesimo ambiente, non puoi immaginare quante volte, in ogni epoca, mi sia chiesto se davvero potessi dirmi, e fossi, “di destra”. E quante volte, nel silenzio della mia stanza, a volte perfino a malincuore, abbia dovuto rispondermi di no.

Alla base dell’interrogativo c’era naturalmente l’altro, più profondo e sostanziale, per quanto forse banale: che voleva dire essere “di destra”?

Non l’ho mai saputo, sviato di volta in volta da suggestioni, abbagli, rivendicazioni di primogenitura, lealtà pretese e non dovute. Ne avevo concluso che essere di destra voleva essenzialmente dire, secondo una logica ancora una volta residuale, non essere “di sinistra”. Dove per sinistra individuavo, in modo un po’ semplicistico, il coacervo di potere, arroganza, opportunismo, ipocrisia, materialismo, conformismo nel quale mi trovavo immerso.

“Destra” era dunque, essenzialmente e innanzitutto, essere diversi da tutto ciò. Non solo prenderne le distanze, ma esserne proprio distanti. Incompatibili. Avvertire la separazione, pure fisica, dal resto. Un resto in cui c’erano la cosiddetta sinistra e tutto ciò che con essa si apparentava.

Ciò mentre nessuna interminabile rissa dialettica, nessun nominalismo, nessun distinguo riusciva fare chiarezza e ad incarnare quel sentimento di alterità che avevamo imparato, o ci era stato suggerito, o avevamo intuito, o ci eravamo illusi fosse effettivamente “destra”.

A poco a poco, insomma, mi sono scoperto così un “fascista immaginario”. Laddove, molto più materialmente di me, erano “comunisti immaginari” i tanti che intorno a me vedevo sventolare bandiere rosse, predicare, marciare, fiaccolare, indignarsi, solidarizzare, denunciare, resistere (ma a che cosa?) e, in virtù di questo, ottenere, con disinvoltura loro e noncuranza altrui, poltrone e poltroncine, afferrare prebende, acquisire cariche e incarichi, incassare lauti stipendi e onori garantiti a vita dal fatto di appartenere, nella forma almeno, all’ortodossia giusta di chi coltiva misere ambizioni.

La seconda cosa che, in un più lungo periodo, ho scoperto, è stata che molti dei presunti “camerati”, sempre immaginari si capisce, erano più o meno uguali ai loro omologhi di sinistra: cioè deboli, mediocri, accecati o accecabili dai fini personali. Come hanno dimostrato una volta che è toccato a loro beneficiare del sistema “democratico” e lambire le soglie del potere o presunto tale, riuniti in uno stagno fatto di utilitarismo e socialdemocrazia, liberismo e socialismo, doppiopetto e movimento, perbenismo e radicalchic, egualitarismo pavloviano e smania di apparire.

I peggiori di tutti costoro, anzi, si sono rivelati i politici di professione o di lungo corso, a prescindere se fossero diventati ministri, parlamentari o gli ultimi membri del consiglio di quartiere. Grigi erano quando non contavano nulla, grigi sono rimasti. Una galleria penosa: attenti al portafogli, alla reputazione, al seggio. E che si nutrivano, letteralmente, dei poveri sogni di militanti imbevuti di chiacchiere e di culto di personalità. I quali tutto meritavano fuorchè avere in cambio le spire di fumo di un’idolatria d’accatto.

Così, dalle purghe vagheggiate si passò all’acqua di Fiuggi, quella vera.

Da mai militante e mai tesserato ho assistito con incredula costernazione non tanto alla dissoluzione di un partito-ghetto tenuto insieme dalla pressione altrui più che da un’intrinseca coesione, ma all’interminabile stagione delle abiure. Delle acrobazie dialettiche. Delle centrifughe della coscienza.

Quando le lenti deformanti dell’apriorismo e dello smarrimento hanno cominciato ad appannarsi, ci ho dunque visto più chiaro. E a convincermi progressivamente che anche nel mio caso, come altri prima di me, era ora di farla finita. Con la destra, con quello che sembrava tale, in definitiva con tutto un ambiente che non meritava né onore, né fedeltà. E con i suoi simulacri. Non tanto coll’apparato folkloristico e iconografico, divertente ma inoffensivo, in fondo, bensì con un’idea stessa che appunto non aveva nulla di coesivo, nulla di aggregante. Privata del suo gioco di specchi e di preconcetti, quella diversità alla quale ero sempre stato convinto di appartenere si rivelava reale sì, ma trasversale. Metapolitica, come direbbe qualcuno. Trans-ideologica. Capace di mutevoli aggregazioni. Una nuvola, non una parte.

Ho scoperto così che il senso dell’appartenenza che per tanti anni aveva marcato la mia esistenza si poteva in gran parte ridurre ad un semplice effetto anagrafico, generazionale. Nato da certi lombi in una certa epoca, non potevo stare altrove. Un effetto tendente però a scadere e infine ad annullarsi col trascorrere degli anni, l’accumularsi delle esperienze, l’arrendersi all’evidenza. Un effetto tanto potente da essere capace sbriciolare, pian piano, anche convinzioni granitiche e fratellanze ritenute fino ad allora perpetue, lasciando spazio unicamente a un sentimento strano, cupo, consolante e disperato al tempo stesso, che mi sentirei di definire di solitudine. E di nostalgia di se stessi.

Del proprio tempo, quello trascorso (guccinianamente, sì), tra “fede cieca in poveri miti” e l’illusione fatalmente effimera che il domani appartenesse a noi. Come se ogni domani non appartenesse a chi vive oggi, fino a quando una generazione successiva non ne prenderà il posto e magari i vizi.

Ed ora siamo a discettare di Itaca, poi di Troia, poi di Ascoli. Il salto è grosso. Di un’isola vagheggiata dove noi (noi chi?) dovremmo tornare senza esserne, almeno io, mai partito.

Non la conosco, Itaca. Me l’hanno raccontata, ne ho letto di eroismi e splendori. Ma né chi ne parlava, né chi ne scriveva si è rivelato una fonte affidabile. Andando negli anni alla deriva e scrutando gli orizzonti  ho modo di incontrare molti naufraghi. Alcuni erano Achei ed altri erano Teucri. Altri erano naufraghi e basta e neppure lo sapevano. Ognuno era reduce da una terraferma, da un campo di battaglia.

E siccome (sì, è sempre lui) “il tempo stringe la borsa” ma tu non puoi “giudicare te stesso…tra logica fredda di toga e logica grassa di fifa” (stavolta non è lui), è forse venuto il momento di volgere la prua vero casa.

Una casa che certamente non è Itaca. E che sentimentalmente avverto essere Troia.

Ma alla fine dei giochi e dei ragionamenti si alza dalla nebbia un interrogativo incomprimibile: nel nome di cosa dovremmo tornare a Itaca? Sì, perché l’esortazione che ci è rivolta non è di fare ritorno nell’isola a finire i nostri giorni, ma per creare qualcosa di nuovo, a fondare una nuova colonia, a costruire una nuova comunità. Cosa? Un soggetto politico, un partito, una “destra”. Opposta a chi, in alternativa a chi?

Io il 15 luglio a Ascoli ci andrei volentieri. Davvero. Da cronista, però. Per raccontare cosa succede e vedere di nascosto l’effetto che fa.


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