Comitato direttivo
Giovanni F. Accolla, Franco Cardini, Domenico Del Nero, Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri, Gennaro Sangiuliano, Mirella Serri, Marcello Veneziani.
Foto di scena (Michele Monasta); dalla pagina FB del Maggio.
Ma il teatro e la vita sono o no la stessa cosa? Per Canio, protagonista dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, no; ma il regista Robert Carsen non sembra pensarla allo stesso modo. E così il più celebre dittico verista, Cavalleria Rusticana e Pagliacci, viene presentato sulle scene fiorentine in una luce decisamente nuova. [1] Intanto, con l’inversione dei titoli in quanto il regista canadese ritiene che la seconda, grazie al suo Prologo, debba venire per prima; soprattutto nella sua ottica, che fa di questi due lavori un tutto unico.
La visione di Carsen è fortemente innovativa ed originale e come quasi sempre in queste circostanze ha diviso il pubblico in entusiasti e in delusi e arrabbiati laudatores di fichi d’india e stridenti carrette dei pagliacci. Sicuramente uno spettacolo può piacere o meno e grazie al cielo non è un’equazione matematica in cui deve per forza uscire un determinato risultato. Detto questo però, è impossibile negare all’edizione fiorentina una chiave di lettura di grande forza e interesse. Pur essendo Pagliacci e Cavalleria le due opere “veriste” per eccellenza (pur con tutto quanto di aleatorio c’è in questa definizione) Carsen le affronta in chiave decisamente pirandelliana, come da lui stesso dichiarato in sede di conferenza stampa. Una lettura che si rivela vincente e di grande presa nei Pagliacci, ampiamente legittimata dal loro impianto drammaturgico ma meno in Cavalleria, dove appare un po’ più forzata anche se comunque con una sua logica.
E così, in un contesto che ricorda i Sei personaggi Pirandelliani, l’opera di Leoncavallo è ambientata “dietro le quinte” con l’abolizione della quarta parete; la scenografia è essenziale le scene sono curate da Radu Boruzescu) e senza alcun elemento oleografico, un retropalco e i camerini di un teatro con luci di scena e specchi illuminati per il trucco. E qui entra in gioco il coro, utilizzato come “spettatore” che dilaga improvvisamente in platea subito dopo il prologo e utilizza le prime due file di poltrone per assistere alla “commedia” nella seconda parte dei Pagliacci. Nessuno di questi elementi è certamente nuovo o originale (almeno dai tempi di Pirandello) ma loro combinazione in un contesto come quello dei Pagliacci rende perfettamente l’effetto “metateatrale” insito nel libretto stesso. I costumi moderni di Annemarie Woods si inseriscono perfettamente in questo quadro, così come le luci curate dallo stesso regista e da Peter Van Praet; e qui vediamo Canio che al momento del Vesti la giubba indossa vesti di scena che sono identici a quelli che già porta. E qui che dunque cade l’interrogativo: davvero il teatro e la vita non sono la stessa cosa? Un dilemma persona/personaggio ancora una volta molto più pirandelliano che verista.
Se questa impostazione dunque fa di Pagliacci uno spettacolo davvero nuovo ed emozionante, un po’ diverso è il discorso per Cavalleria. Per Carsen le due opere sono in realtà uno spettacolo unico; infatti la seconda inizia mentre in scena c’è ancora l’ultimo “fotogramma” della prima, con Canio che incombe sopra le sue due vittime; ma subito gli attori si rialzano sorridenti e escono di scena. Per continuare l’effetto metateatrale, il regista immagina il capolavoro di Mascagni ambientato in un grande sala prove di un coro, un ambiente moderno e alquanto asettico; ancora una volta, specchi con lampadine per il trucco e il maestro del coro nella parte iniziale dell’opera ripreso dal vivo. Mamma Lucia è un maestro sostituto, Santuzza una corista che è stata esclusa e cacciata per il suo “peccato” e inutilmente tenta di rientrare. Questa dunque dovrebbe essere la chiave: Santuzza come personaggio “fuori dal coro” esattamente come nel dramma verghiano diventa una esclusa, una emarginata per il suo “peccato”, mentre la comunità (il coro appunto) le volta le spalle e ignora il dramma finale suo e di mamma Lucia. L’effetto è comunque assai meno dirompente che nei Pagliacci e sicuramente colpisce meno.
Il cast vocale diverso per le due opere – solo il baritono Roman Burdenko è Tonio nei Pagliacci e compare Alfio in Cavalleria – si rivela decisamente di buon livello. Burdenko parte subito bene nel Prologo della prima opera, per poi calarsi perfettamente nel personaggio di Tonio, grazie a un timbro caldo e scuro e una discreta potenza e anche a una buona recitazione: personaggio decisamente “sgradevole” come del resto deve essere. Il passaggio al ruolo di Alfio riesce benissimo sul piano attoriale, dando vita a un personaggio del tutto diverso; sul piano vocale appare leggermente meno a suo agio, ma sempre comunque di buon livello.
Il tenore Brian Jagde è un ottimo Canio sotto ogni punto di vista: passionale e violento ma anche figura dolente, dotato di ottimo fraseggio e volume, canta un vesti la giubba di grande intensità che suscita applausi fragorosi. Ottimi anche il Silvio del baritono Hae Kang, con la voce di un bel colore scuro e vellutato e il tenore Lorenzo Martelli nel ruolo di Peppe. Seducente e passionale la Nedda di Corinne Winters.
Se Jadge è stato un ottimo Canio, Luciano Ganci è stato un Turiddu di grande livello: una voce potente e bene impostata, un timbro brillante, sicurezza nell’acuto e dizione precisa e impeccabile ne fanno un interprete di primo piano per questo ruolo, ben ricoperto anche sul piano attoriale. La Santuzza del soprano Martina Belli, intenso e drammatico, si distingue per il buon fraseggio e l’ampiezza della voce, mentre la Lola di Janetka Hoşco si rivela spigliata e ben centrata; austera quanto basta la mamma Lucia di Manuela Custer.
Se il coro del Maggio è sempre un’eccellenza, in questa produzione ha dato veramente il meglio di sé, con un forte impegno, soprattutto nei Pagliacci, a livello attoriale che si è rivelato determinante per l’ottima riuscita dello spettacolo. E finalmente per una volta si è visto il maestro Lorenzo Fratini direttamente in scena! Bravissime anche le voci bianche preparate da Sara Matteucci.
Il maestro Riccardo Frizza si dimostra ottima guida in entrambe le opere, forse con una maggiore intensità nei Pagliacci di cui offre una lettura elegante e sfrondata di eccessi “retorici”, mentre in Cavalleria la sua lettura, pur accurata e precisa, non coinvolge sempre allo stesso modo. L’orchestra del Maggio lo asseconda sempre con il suo suono levigato, luminoso, impeccabile.
Teatro pieno e pubblico entusiasta per uno spettacolo sicuramente memorabile.
La presente recensione si riferisce alla recita di Martedì 25 febbraio.
[1]Per la presentazione dello spettacolo: https://www.adhocnews.it/sangue-e-opera-al-maggio-musicale-fiorentino-due-capolavori-noir-del-melodramma-italiano/
Inserito da Joshucrane il 06/03/2026 11:07:04
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Inserito da Raymondinevy il 05/03/2026 12:40:43
Inserito da Fagundes il 05/03/2026 07:30:12
Wow, the choir sounds incredible! Have you ever been part of a performance that relies so heavily on the choir's acting? I was in a play once where the chorus had to mimic a crowd, and their energy totally elevated the scene. This sounds even more complex. Did it reach the level of suspense, terror and dark undertones of five nights at freddy's ?
Inserito da Germanasype il 04/03/2026 08:39:10
Inserito da Marcus_rit il 01/03/2026 15:09:34