Comitato direttivo
Giovanni F. Accolla, Franco Cardini, Domenico Del Nero, Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri, Gennaro Sangiuliano, Mirella Serri, Marcello Veneziani.
Torna la Tosca, corrusca e noir, firmata per la regia da Massimo Popolizio, che aveva riscosso un vivo successo di pubblico e di critica nel 2024 nel corso del Maggio Musicale Fiorentino. Successo che si è ripetuto anche per questa edizione, che ha dimostrato la tenuta di un allestimento che probabilmente reggerà sui palcoscenici ancora a lungo. Del resto, la ripresa di Paola Rota è riuscita perfettamente a riprendere e sottolineare i punti di forza dell’allestimento, soprattutto per quanto concerne i movimenti scenici e l’atmosfera dark.
Come dunque si scrisse a suo tempo, troviamo una atmosfera “anni trenta” del Novecento, quindi un netto balzo temporale rispetto alla Roma Pontificia di fine settecento: ma se esclude qualche inevitabile contraddizione con il libretto (la parabola napoleonica si era ormai conclusa da pezzo) la mano del regista è stata molto felice e apprezzata: “ Come riferimento abbiamo preso un grande film di Bernardo Bertolucci, Il conformista, nel quale si respira in modo deciso l’aria della Roma, un’aria che noi cerchiamo di ‘portare in scena’ qui al Maggio con questo nuovo allestimento di Tosca. Nella nostra visione la Roma nella quale si muovono i protagonisti è certo elegante, ma anche estremamente violenta: uno dei pilastri di quest’opera infatti è Scarpia, che non solo è un uomo violento, ma anche profondamente sadico. Anche scenicamente questo è sottolineato dagli oggetti collezionati da quest’uomo, oggetti macabri e orrorifici: nel secondo atto vedremo ad esempio una libreria, dove sono conservati, sotto formaldeide, animali e bestie impagliate. Dunque ciò che abbiamo cercato di pensare e mettere in scena è una trasposizione temporale in una Roma bellissima e violenta che non muta però la sostanza del racconto e, soprattutto, non cambia quelli che sono i rapporti fra i protagonisti in scena.” Questo aveva dichiarato il regista in occasione della presentazione dello spettacolo del 2024 e questo è quello che effettivamente ancora una volta si è visto; tra l’altro l’ambientazione negli anni Trenta o dintorni non era certo di per sé una novità, anzi; ma Popolizio evita accuratamente il cliché, riducendo al minimo riferimenti “politici”, mentre gli ambienti creati dalla scenografa Margherita Palli ci trasportano in ambienti “razionalisti” di quel periodo mentre l’ultimo si svolge in un carcere grigio e oppressivo; solo la statua dell’Angelo ci ricorda il riferimento alla Mole Adriana. Il regista lavora benissimo anche sui personaggi: Scarpia è veramente un carattere abbietto, tra malvagità, sadismo e lussuria, Tosca è soprattutto una diva con “scenica scienza” tipica di quel periodo, Cavaradossi diviso tra passione amorosa e patriottica (che gli costerà la vita). Molto cruda la scena della esecuzione: il pittore viene ucciso subito con un colpo alla nuca, come a non lasciare illusioni da subito sull’esito della vicenda. Ottimi e intonati all’ambientazione i costumi di Silvia Aymonino e le luci di Pasquale Mari.
La direzione di Michele Gamba rende perfettamente l’atmosfera nera e cupa; dal tema di Scarpia iniziale, perfettamente cupo e minaccioso, procede con una lettura solenne e quasi “sinfonica”, perfettamente assecondato da una orchestra del Maggio come sempre eccellente, perfetta nel rendere i colori e le sfumature di una partitura già pienamente novecentesca. Questo non impedisce una piena sintonia tra golfo mistico e palcoscenico, sia nelle arie più celebri (Vissi d’arte, e lucean le stelle) che nei pezzi d’insieme come lo splendido Te Deum finale del primo atto, ma anche nel passaggio dal coro festoso per la vittoria su Bonaparte all’ingresso in scena del cupo barone, realizzato con rara intensità. Una lettura davvero notevole ed appassionante, che riesce a riprodurre, così come Gamba si era riproposto, quel linguaggio “proprio e inconfondibile” che Puccini ha ormai realizzato con Tosca. Il primo atto si chiude con le scene corali perfettamente interpretate dal coro del Maggio Musicale Fiorentino diretto da Lorenzo Fratini e da quello di voci bianche diretto da Sara Matteucci.
Per quanto riguarda il cast vocale, la presente recensione si riferisce al “secondo cast” (spettacolo del 15 gennaio). La Tosca del soprano Marta Mari è stata un personaggio sensuale e quasi civettuolo nel primo atto, devastata e vendicativa nel secondo, diva fino in fondo nel suicidio finale: un’ottima recitazione dunque, così come la resa vocale del personaggio. Un bel timbro scuro, uno strumento ricco e duttile con un fraseggio impeccabile e acuti luminosi danno vita a una Floria Tosca giustamente molto apprezzata da pubblico e critica.
Stesso discorso si può fare per lo Scarpia del baritono Claudio Sgura, perfetto (non ce ne voglia, è un complimento!) nella resa di un personaggio tra i più sgradevoli del repertorio lirico: crudele sino al sadismo, insinuante, ambiguo, vero “bigotto satiro” come lo vuole il testo: terribile e ripugnante insieme. Anche qui uno strumento vocale potente, un bel timbro brunito e un declamato perfetto (Va Tosca ne tuo cuor si annida Scarpia!) danno vita a una interpretazione sicuramente memorabile.
Non altrettanto si può sdire del tenore Bror Magnus Tødenes, il cui timbro chiaro e il volume vocale sembrano forse più adatti a un repertorio romantico – belcantistico; apprezzabili comunque alcuni momenti, come l’intensità e le sfumature nell’aria e lucean le stelle.
Buone anche le parti minori: il sagrestano di Matteo Torcaso, tragicomico senza essere caricaturale, L’Angelotti di Mattia Denti, lo Spoletta viscido quanto basta e vocalmente bene impostato di Oronzo D’Urso, lo Sciarrone di Huigang Liu e lo Spoletta di Carlo Cigni. Una menzione d’onore al bravissimo pastorello di Spartaco Scaffei.
Teatro affollato e pubblico entusiasta.