Maggio Musicale Fiorentino

Intrighi politici della Laguna in riva d’Arno: I due Foscari di Verdi. E fu subito trionfo …

Uno spettacolo ben curato sotto ogni profilo; grande affermazione di Domingo e di tutti gli interpreti

di Domenico Del Nero

Intrighi politici della Laguna in riva d’Arno: I due Foscari di Verdi. E fu subito trionfo …

È una vera e propria ovazione quella che segue alle ultime battute dell’opera.  Il doge Foscari è appena morto (tra l’altro con un tale realismo di far nascere qualche preoccupazione per la salute dell’interprete), il sipario è appena calato e l’entusiasmo del pubblico sale davvero alle stelle.

Successo davvero meritato, senza ombra di dubbio. Se infatti il leone di San Marco era al centro della scena, sul palcoscenico c’era un altro formidabile leone: Placido Domingo, che nel ruolo del doge Francesco Foscari. Il  grande cantante spagnolo, che in occasione della prima del 22 maggio scorso, ha festeggiato la sua 4100° recita, ha veramente emozionato e trascinato il pubblico.

Ma sarebbe assolutamente ingiusto  focalizzare l’attenzione su un solo elemento di uno spettacolo che era veramente di altissimo livello in tutti i suoi aspetti: i cantanti, il coro preparato da Lorenzo Fratini, l’orchestra, la regia e la scenografia  hanno marciato davvero all’unisono per regalare una serata ricca di emozioni e soprattutto rivelare un’opera sconosciuta ai più; i Due Foscari infatti non solo un titolo molto “frequentato” del primo Verdi ; sulle scene fiorentine poi mancavano dal 1905. [1]

La regia è affidata a Grischa Asagaroff, un veterano delle messe in scena operistiche che in sede di conferenza stampa aveva dichiarato: “. Anche con Luigi Perego, che ha curato le scene e i costumi, abbiamo pensato di cercare di sfruttare quanto più spazio possibile e questo ci è stato possibile anche grazie alla scenografia: ci siamo ispirati alla tomba di Foscari, nella Chiesa dei Frari a Venezia; è la nostra ‘torre scenica’, che gira e che crea gli spazi in cui i cantanti si muoveranno. Abbiamo anche avuto il modo di creare gli spazi per il balletto, che reputo molto importante perché unico momento dell’opera in cui le atmosfere cupe riescono ad allentarsi, prima del terribile finale.”

Certamente, oltre ai soliti problemi di spazio della pur straordinaria sala Mehta, il regista ha dovuto fare i conti con una vicenda insolitamente “statica”; tratta dal dramma di Byron, che a quanto pare – stando almeno alle più recenti ricerche storiche – idealizzò non poco la figura del giovane Jacopo Foscari, figlio del Doge condannato all’esilio per motivi politici, l’opera è infatti insolitamente povera di azione nel contesto della produzione verdiana.  L’effetto della torre scenica, che mostra un suo lato proprio la tomba di Francesco Foscari, è comunque d’impatto;  ottimo il lavoro sulla caratterizzazione dei personaggi, sui movimenti del coro  e delle comparse, il balletto. Se l’azzurro rimanda al mare, i costumi sono in puro stile rinascimentale; oleografici? Per qualcuno forse (anzi senz’altro), ma se per una volta invece di mimetiche o tute spaziali si può avere qualcosa di un po’ più adatto al contesto storico  non ci pare una grande disgrazia, anzi. Si può dire dunque che regista e scenografo siano davvero riusciti ad ottenere il massimo, date le circostanze e le caratteristiche del libretto.

Certo, l’opera compensa la scarsità di azione con una parte musicale davvero notevole, soprattutto se si considera che, come Verdi stesso ammetteva, la qualità dei cosiddetti “anni di galera” non era sempre eccelsa. Qui invece la musica lascia davvero stupiti; orchestrazione decisamente più accurata, con effetti di grande fascino e delicatezza, come un accenno di leitmotiv  e l’uso dell’arpa e dei legni per creare una atmosfera elegiaca e notturna, in un contesto che comunque è cupo e angosciato sin dalle prima battute. Gli effetti più “plateali” che soprattutto sul piano strumentale caratterizzano molte opere del primo Verdi qui sono quasi totalmente assenti. Merito senz’altro anche della accurata ed elegante direzione di Carlo Rizzi, in piena sintonia con l’orchestra e il coro come sempre ad ottimi livelli; una direzione che sin dalle prime battute del preludio immerge nell’atmosfera cupa e dolente dell’opera, ma sa anche accendersi nelle scene corali e soprattutto in quell’unico momento di festa e serenità che è la prima scena del terzo atto.

Veramente “lussuoso” il cast, a partire da Placido Domingo che fin dall’entrata in scena ha tratteggiato in modo straordinario la figura del vecchio doge Francesco come personaggio dolente e tormentato, scisso tra ragione di stato ed amore paterno. Vocalmente, al netto delle riserve che si possano o meno avere sul baritono Domingo, è certo che in questo ruolo il cantante si trova molto a suo agio: il volume e la consistenza vocale sono ancora di prim’ordine, la veemenza di alcuni “attacchi” come D’un Odio Mortale (ultima scena del terzo atto) è davvero impressionante. Una interpretazione, la sua, da grande attore oltre che da grande cantante.

Non si può certo dire però che il resto del cast non sia all’altezza. Applausi entusiasti anche per il tenore Jonathan Tetelman  che interpretava Jacopo Foscari, figlio del doge; al suo esordio nel teatro fiorentino, considerato tra i tenori più promettenti della sua generazione, Tetelman  ha dimostrato anche lui una buona presenza scenica, un timbro chiaro e una voce di notevole potenza, brillante soprattutto nel registro acuto. Se un piccolo rilievo si può fare – almeno in questa serata – è una leggera discontinuità, in alcuni passaggi l’interprete sembrava curare meno il fraseggio e il centro della voce, ma è solo un dettaglio nel quadro di una prestazione più che notevole. 

Maria Josè Siri è una Lucrezia Contarini ora fiera e bellicosa nella sua difesa del marito Jacopo, ora dolente e dignitosa nella inesorabile sconfitta. Un ottimo personaggio, anche sul piano vocale: un buon fraseggio e un buon volume di voce dal timbro luminoso, con cui ha incantato il pubblico. Davvero a suo agio infine nei panni del “malvagio integrale” Jacopo  il basso Riccardo Fassi, notevole anche per una voce suadente e bene impostata.

Da non perdere assolutamente: prossime repliche 28 (ore 17) 21 maggio e 3 giugno (ore 20).

La presente recensione si riferisce alla recita del 25 maggio.



[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr https://www.leomagazineofficial.it/2022/05/21/presentato-al-maggio-musicale-fiorentino-il-terzo-titolo-del-festival-i-due-foscari-di-giuseppe-verdi-con-placido-domingo-in-un-cast-spettacolare/

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Teena Vishwas il 27/05/2022 17:23:27

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