Editoriale

A TAVOLA CON I VIP ; Scorribande cultural-gastronomiche. Anche i grandi sono buoni a tavola?

È motivo di compiacimento per i comuni mortali che gli esponenti della classe dirigente, anche quando mangiano, non distolgano l’attenzione dai valori della solidarietà e dei diritti umani.

Italo Inglese

di Italo Inglese

Sole 24 Ore” ospita da anni una rubrica, intitolata A tavola con, in cui il giornalista Paolo Bricco conversa amabilmente, pasteggiando, con industriali e banchieri, personaggi della politica e della cultura. L’apparentemente frivola rassegna alleggerisce la seriosità del giornale che, com’è noto, si occupa di economia, cioè della “triste scienza” secondo la definizione di Thomas Carlyle. Essa ha anche il merito di menzionare i manicaretti della nostra sapienza culinaria, che peraltro, in quanto celebrano la cucina italiana, hanno rilevanza anche dal punto di vista economico.

A onor del vero, questa non è l’unica “digressione” rispetto alla linea del quotidiano: anche nella rubrica A tu per tu, curata da Stefano Salis, sono narrate analoghe avventure cultural-gastronomiche. Per fare un esempio significativo, il giornalista incontra un celebre designer e decoratore in uno dei migliori ristoranti di Milano. Questi si presenta in “un abito verde di fustagno, evidentemente su misura”. Indossa una cravatta “con piccoli falli alati, tono su tono, visibili solo a un occhio attento”. Mentre si susseguono i piatti, tutti eccellenti, la conversazione “prende un tono inaspettatamente filosofico ed etico”. «Non bisogna lasciarsi sedurre dal consumismo - dice il designer -, ma puntare a un modello di maggiore sostenibilità sociale e ambientale». Evidentemente il buon cibo suscita nobili pensieri.

Ma torniamo a Bricco. L’incontro, questa volta con l’amministratore delegato di una importante società di telecomunicazioni, avviene ancora a Milano, in un rinomato ristorante vicino a Brera. I due commensali bevono subito un bicchiere di Nebiolo di Aldo Conterno del 2017 – il “Favot” – con salami e olive nere di aperitivo. Di antipasto, il manager prende una insalata di finferli, il giornalista dei peperoni tonnati. Il discorso verte sulla “nuova subcultura del debito pubblico quale variabile indipendente”. Il manager poi parla di quando lavorava a Londra, “tre anni con punte di 140 ore di lavoro a settimana”. Una performance eccezionale: considerato che una settimana è composta di 168 ore, ciò significa dedicare al sonno una media di sole 4 ore al giorno! Tanto più eccezionale se si tiene conto dell’attività fisica espletata abitualmente dall’alto dirigente di azienda, il quale rivela: «Ancora adesso faccio 20 ore di allenamenti sportivi a settimana». Esattamente il contrario di Winston Churchill che, ultraottantenne, all’intervistatore che gli chiedeva quale fosse il segreto della sua vivace longevità, rispose: «No sport».

Il cameriere porta il piatto principale: vitello tonnato per il manager e agnolotti del plin al burro e salvia per il giornalista. I due passano a bere una Barbera d’Alba 2018 di Giuseppe Rinaldi e la conversazione si sposta sul welfare aziendale. «Le imprese dovranno sempre più prendersi cura del benessere e della crescita dei loro lavoratori e delle loro famiglie», afferma il manager. Il frugale pasto si conclude con il dolce: zabaione freddo con i biscotti e mousse al limone cosparsa di menta.

In un’altra occasione, in una locanda di Pozzolo Formigaro in provincia di Alessandria, Bricco intervista un illustre banchiere che “tiene gli occhi fissi dietro alle lenti degli occhiali e si muove come se fosse un bambino”. La locandiera versa agli ospiti un primo bicchiere di barolo del 2011, quindi porta in tavola salame crudo, pane e focaccia fatta in casa, “un uovo croccante con fonduta di Montebore, un formaggio della Val Curone e della Val Barbera, porcini e tartufi”. Mentre il banchiere esalta la politica come la più alta forma di carità e osserva che l’esercizio del potere non è mai fine a sé stesso, in tavola arrivano “i tagliolini ai trentatré tuorli: trentatré tuorli ogni chilo di farina. Con, sopra, una abbondante grattata di tartufi”. «Aggiungi, aggiungi!», dice il banchiere alla locandiera. Viene poi servito “un pollo alla Marengo con porcini, uovo cremoso e gamberi di fiume” e, infine, per dessert, “una specialità della locanda, la Gianduiella: un lievitato con gianduia, nocciole e caramello salato”. Il caffè è accompagnato da paste di meliga e biscotti alle nocciole.

Di nuovo a Milano, il nostro ineffabile giornalista incontra, in un locale tradizionalmente frequentato dalla buona borghesia meneghina, il presidente di un’importante fondazione, già campione italiano di karate. L’antipasto – Bricco lo descrive con espressioni vibranti – “ha l’abbondanza traboccante che, fin dai tempi di Bonvesin de la Riva, caratterizza il desinare dei milanesi: burrata e bufala, sedano e grana, bresaola e prosciutto di Parma, salame crudo e lardo, pâté d’oca su fette di pane caldo”, con aggiunta di culatello di Zibello. Il presidente, che non beve vino perché astemio, è un self made man. Ha lavorato a Roma e a Milano e mette a confronto le due città, osservando con sagacia: «A Milano si vede tutto. A Roma nulla è ciò che appare». Arrivano i tagliolini di pasta fresca al culatello, grana e noci e una tagliata di manzo con gli spinaci. Il pasto si conclude con un grande piatto di frutta e di dolci che – secondo il giornalista gourmand – “meriterebbe un sonetto di Gioacchino Belli: sorbetto al limone, gelato alla crema, amarene, panna, cioccolato fuso caldo, meringhe, cantucci, melone, ananas, kiwi, pere”.

Un successivo rendez-vous si tiene in un’osteria di Venezia, già frequentata da Gino Strada, “in un giorno invernale di tiepido sole e di foschia rarefatta”. L’intervistata è una giovane signora che opera come pubblico ministero alla Corte penale internazionale dell’Aja, dopo aver fatto esperienza nelle Ong, all’Onu e “nei peggiori teatri di guerra e sofferenza”. Il suo motto è “Non c’è pace senza giustizia”. L’oste porta in tavola del baccalà, cotto e poi montato a mano con olio e un filo di latte, e del polpo in umido, cucinato con salsa di pomodoro, alloro e olive taggiasche. Verrebbe voglia di fotografarli, questi piatti.

Ed è motivo di compiacimento per i comuni mortali che gli esponenti della classe dirigente, anche quando mangiano, non distolgano l’attenzione dai valori della solidarietà e dei diritti umani.

 

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