Maggio Musicale Fiorentino

Auditorium del Maggio; inaugurazione con trionfo. E dal 23 dicembre è di scena Fidelio

Grande successo di Mehta, dell'orchestra e del coro del Maggio per i tre eventi previsti.

di Domenico Del Nero

Auditorium del Maggio; inaugurazione con trionfo. E dal 23 dicembre è di scena Fidelio

È stata una vera apoteosi: di Zubin Mehta, dell’orchestra e del coro del Maggio (e del suo maestro, il bravissimo Lorenzo Fratini),  del Maggio stesso e naturalmente della nuova splendida  struttura appena inaugurata: il suo auditorium, che rende la nostra città alla pari con tante capitali europee della cultura almeno per la grande musica.  Una volta abbattuto il diaframma che lo nascondeva, al pubblico si è rivelata una vera e propria meraviglia: un percorso quasi “museale”  - ma senza nulla di tetro o di freddo, anzi! – conduce  nella sala della musica; gli ambienti sono ben curati  e gradevoli, e la sorpresa senz’altro più liete è ritrovare alcuni arredi del vecchio teatro comunale.

L’apertura della sala Mehta è stata anche l’occasione di interventi di arredo progettati da Fabbricanove- Studio Associato e realizzati da My Project srl di Milano e inoltre di recupero e posa di opere d’arte che erano parte del Teatro Comunale e che rappresentano una vera e propria rassegna dell’arte fiorentina del primo Novecento: esse arricchiscono l’intero progetto del Teatro del Maggio in continuità con il proprio glorioso passato. Nel foyer intitolato alla signora Maria Manetti Shrem, filantropa italo americana e generosa donatrice di una ingente somma per l’inaugurazione della sala, il pubblico trova quindi delle inedite e moderne boiserie e tendaggi in velluto e può “riappropriarsi” dei meravigliosi lampadari e delle grandi plafoniere in poliedri di vetro di Venini disegnate da Carlo Scarpa, dei sette bassorilievi monumentali di Bruno Innocenti, dell’affresco di Gianni Vagnetti, dei mascheroni di Mario Moschi.

Il colpo d’occhio del pubblico all’ingresso del Teatro e verso l’auditorium può così apprezzare  lo spazio ampliato e la nuova luce che proviene dalle vetrate che delimitano il loggiato interno. La sala poi, molto bella e accogliente, è caratterizzata da un alto grado di adattabilità: il palcoscenico si trasforma in buca dell’orchestra, dall’alto è possibile far calare sipario e arlecchino, lo spazio del Coro può trasformarsi in spazio per il pubblico …. ed altro ancora. Per non parlare poi dell’acustica, assicurata dall’architettura della sala stessa e davvero di altissima qualità.

Dopo il concerto inaugurale del 21, il 22 c’è stata la replica con il concerto per Firenze che prevedeva, oltre alla settima di Beethoven e alla cd  “Messa di Gloria” di Giacomo Puccini il Te Deum di Anton Bruckner. Le sinfonie di Beethoven sono senza dubbio un cavallo di battaglia di Zubin Mehta; la settima, composta in Boemia tra il 1811 e il 1812, è sicuramente una tra le più affascinanti e coinvolgenti del genio di Bonn:           “ Questa Sinfonia è l'apoteosi stessa della danza, è la danza, nella sua essenza più sublime”, ebbe a dirne Wagner e in effetti si può ben dire che il ritmo sia l’elemento generatore dei suoi quattro movimenti. L’afflato quasi dionisiaco che la percorre è stato perfettamente reso dalla lettura impeccabile di Mehta, in un vero e proprio crescendo di tensione che ha trovato la sua catarsi nel finale; particolarmente intensa ed emotiva la lettura del secondo movimento, l’enigmatico allegretto che sembra sciogliersi in una meditazione dolente ed appassionata.

La Messa a quattro voci di Giacomo Puccini è opera giovanile del grande compositore lucchese, eseguita per la prima volta nel 1880 quando il suo autore aveva solo 22 anni. Lavoro caratterizzato da freschezza e ricchezza melodica, la Messa è stata accusata di essere più profana, anzi più operistica che sacra. Vecchia polemica (anche se non del tutto ingiustificata) su cui non è il caso di tornare qui; si tratta comunque di un lavoro di grande pregio e fascino,  che l’esecuzione del Maggio ha perfettamente evidenziato. Molto “sinfonica “ – come del resto deve essere – la lettura di Mehta, precisa e nitida l’esecuzione del coro e dei due solisti Benjamin Bernheim (tenore) e Mattia Olivieri (baritono).

Il Te Deum di Anton Bruckner ebbe la sua prima esecuzione nel 1885, appena cinque anni dopo la messa di Puccini; composizione che è sicuramente pervasa da una fede molto più “sentita”, ma nello stesso tempo caratterizzata da una solenne grandiosità che, del resto, è tipica di questa stessa particolarissima preghiera cristiana.  Orazione di solenne ringraziamento in occasione di grandi eventi come le vittorie militari (vedi del resto il finale del primo atto della Tosca Pucciniana, potrebbe sembrare inserita ad hoc nella serata, anche se questo nella laicissima Toscana sembrerebbe quantomeno singolare. Ma qualunque sia stata l’intenzione, è stata una scelta sicuramente molto felice, perché ha consentito a Mehta, all’orchestra e al coro di dare un magnifico saggio di tutte le loro potenzialità.

E dal 23 dicembre è di scena il terzo evento, ancora una volta nel segno di Beethoven; il Fidelio, la cui prina è stata accolta con grande successo e le cui repliche si aspettano per domani (28 dicembre), il 30 alle ore 20 e il 2 gennaio alle ore 15.30.

Sul palco un cast di assoluto rilevo, Lise Davidsen nel ruolo di Leonore, Klaus Florian Vogt come Florestan, Tomasz Konieczny come Don Pizarro, Birger Radde come Don Fernando e Franz-Josef Selig comeRocco.

La regia è di Matthias Hartmann (alla sua prima produzione al Teatro del Maggio). Le scene di Volker Hintermeier, mentre costumi e luci sono curati rispettivamente da Sophie Leypold e Valerio Tiberi. Ii coro è diretto da  Lorenzo Fratini.

 Non essendo però stato possibile ultimare la buca dell'Orchestra, il maestro Zubin Mehta, i professori d'Orchestra e gli artisti del Coro sono posizionati in assetto da concerto, alle spalle dei cantanti. La produzione è comunque in versione scenica con costumi e luci.

Certo Fidelio è un’opera (o meglio, un singspiel) tanto affascinante quanto complessa, come dimostra anche la sua genesi che fu alquanto laboriosa: unica opera teatrale composta dal genio di Bonn, andò in scena una prima volta a Vienna nel 1805, in una versione in tre atti che però non incontrò il favore del pubblico; né miglior sorte ebbe una rielaborazione dal titolo  Leonore , presentata l’anno successivo ma non con migliore sorte. Bisognerà attendere il 1814 per la terza e definitiva versione (in due atti) che ebbe finalmente successo. Non per nulla Beethoven diceva di questa sua creatura: “Di tutte le mie creature, il Fidelio è quella la cui nascita mi è costata i più aspri dolori, quella che mi ha procurato i maggiori dispiaceri. Per questo è anche la più cara; su tutte le altre mie opere, la considero degna di essere conservata e utilizzata per la scienza dell’arte”.

Fidelio è un tipico pièce à sauvetage,  un dramma avventuroso che si concludeva felicemente a seguito, appunto, di un provvidenziale e imprevisto salvataggio:  il protagonista poteva essere un innocente ingiustamente accusato,  o un prigioniero politico oppresso da un tiranno: era un genere molto in voga tra fine Settecento e inizio ottocento, periodo davvero tragico in cui la rivoluzione francese prima e l’età napoleonica poi si dilettavano molto di simili soggetti, salvo comportarsi spesso in modo assai più crudele e disumano dei “tiranni” di scena. Nell’opera beethoveniana, nonostante l’intento “ufficiale” sia l’esaltazione della fedeltà coniugale e del sentimento amoroso, l’opera è ben più che una storia d’amore: è una esaltazione della libertà dell’uomo, della sua forza morale e della libertà.

Oltre alle voci, l’orchestra è senz’altro protagonista della partitura del Fidelio: a partire dall’aria di Pizarro ci si lascia alle spalle la dimensione stilistica sostanzialmente tardo-settecentesca delle pagine ‘leggere’ dell’inizio, per lasciar spazio a un possente respiro sinfonico , mentre la scrittura vocale, decisamente ardua,  pone spesso a dura prova gli interpreti , cosa che è stata spesso rimproverata al genio di Bonn: già Wagner e Berlioz, del resto, esaltavano soprattutto le pagine sinfoniche dell’opera. Ma si tratta di critiche del tutto fuori luogo: L’intensità sinfonica e il respiro grandioso di ognuno dei pezzi che scandiscono i momenti chiave della vicenda fanno di questo lavoro una pietra miliare del teatro in musica

Matthias Hartmann, che firma la regia di quest’allestimento, ha evidenziato come, nonostante lo spettacolo sia in forma semi-scenica e con l’orchestra e il coro alle spalle dei cantanti, sia assolutamente interessante lavorare a questa produzione: “Ho già diretto un Fidelio, in Ginevra. Fu uno spettacolo davvero interessante: alla fine, quando Florestan viene liberato, al fermarsi della musica egli si rivela essere Don Pizarro in persona. Fu dunque un finale negativo: in questo modo ho la sensazione di aver intepretrato quest’opera in tutti i modi possibili, senza andare ad intaccarne il cuore. La ‘sfida’ che affronto con questa produzione è invece completamente diversa; abbiamo dovuto portare questo spettacolo su un nuovo palcoscenico che è piccolo e non ci offre stavolta la possibilià di muoverci molto. 
Inoltre lavoriamo con una scenografia scarna ma bellissima e quello che sto sperimentando adesso è letteralmente il confine che c’è fra l’opera, intesa come rappresentazione scenica, e un concerto: è una sottile linea ambivalente. Così, lavorando su questa produzione, mi sono reso conto che in realtà per creare uno spettacolo non serve molto: spesso le messe in scena hanno enormi scenografie con enormi dipinti scenici e spesso si è impressionati da come questi allestimenti riescano ad essere in armonia con la musica. In questo nuovo per il Maggio, ho lavorato su quanto mi è necessario fare, anche in piccola parte, per poter raccontare la storia. La produzione si baserà moltissimo sui singoli personaggi, ogni singolo movimento è prezioso e ognuno si muove sapendo esattamente perché lo fa, altrimenti non sarebbe possibile lavorare in spazi ristretti. Tutto si basa sull’ambivalenza fra opera e concerto.

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    3 commenti per questo articolo

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