Maggio Musicale Fiorentino

Un Falstaff degno di Windsor: il capolavoro verdiano convince, anzi entusiasma.

Memorabile edizione del capolavoro di Verdi e Boito in scena al Maggio ; particolarmente acclamati il direttore Sir John Eliot Gardiner e il protagonista Nicola Alaimo

di Domenico Del Nero

Un Falstaff degno di Windsor: il capolavoro verdiano convince, anzi entusiasma.

Cosa è esattamente Falstaff?  Chi voglia una risposta a questa domanda non deve cercare molto lontano: basta si legga con attenzione l’epistolario Verdi-Boito, o anche lo stesso libretto; o se vogliamo, anche le sue stesse fonti. Poi certo; senza fare una disquisizione su cosa si intenda per comico da Aristofane (autore peraltro ben noto e amato da Boito) ad oggi, nulla vieta che un’opera comica possa avere connotati seri, persino tragici. Vogliamo allora dire che il panciuto sir John sia un personaggio grottesco, in senso pirandelliano?

BAH! Sicuramente un risvolto – come ebbe a dire Eleonora Duse – malinconico nel Falstaff c’è. Ma è un risvolto, come un’ombra che crea un chiaroscuro in quest’opera davvero unica e straordinaria. Pertanto, i colleghi nostalgici delle interpretazioni cervellotiche e  tubolari, che avrebbero gradito magari Falstaff gettato in una lavatrice piuttosto che nel canale, si diano per una volta pace: l’edizione fiorentina dell’opera è  davvero bella ( si lo so, aggettivo banale ma non me ne viene uno futurista) ma non perché il pubblico sia stupido e si contenta pertanto di interpretazioni  che non lo “turbino”; ma perché ricrea quello spirito che i due geniali autori hanno voluto infondere in questo straordinario capolavoro.

E così, la brillante edizione del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Sir John Eliot Gardiner con protagonista il baritono Nicola Alaimo per la regia di Sven-Eric Bechtolf  non è solo piaciuta al pubblico; lo ha semplicemente entusiasmato. Al punto che, lietissima sorpresa, direttore e interpreti hanno offerto una graditissima sorpresa; un bis del finale, quel tutto nel mondo è burla che rappresenta la straordinarie e stupefacente conclusione – si sarebbe tentati di definirla ossimorica – della carriera teatrale verdiana. [1]

La regia dunque, quaestio quasi sempre vexata dato che il pubblico, il più delle volte, non gradisce regie troppo avveniristiche e parte della critica, invece, storce il naso quando  sente vago sentore di tradizione.  La lettura di Sven -Eric Bechtolf sembra per certi aspetti rifarsi al teatro elisabettiano, soprattutto nelle scene all’osteria della Giarrettiera e nei bellissimi costumi di Kevin Pollard.  Le scene di Julian Crouch usano molto legno con scenari naturali stilizzati e la quercia del cacciatore nero che cala dell’alto, il Tamigi sullo sfondo con modellini di imbarcazioni. Il tutto ricorda anche le illustrazioni dei libri di fiabe inglesi, soprattutto nella scena finale in cui, dalla suggestiva e incantevole canzone della regine della fate si passa alla “finta tregenda”, con costumi fiabeschi da flauto magico e il concorso delle luci sapientemente orchestrato da Alex Brok.

Certo, mancavano lavatrici, schermi a tre dimensioni e soprattutto tubi di metallo tanto amati da certi colleghi (de gustibus) ma per una volta ce ne siamo fatti una ragione e a onor del vero senza dolercene.

Un sir John sulla scena e uno sul podio: Sir John Eliot Gardiner ha offerto una lettura straordinaria d questa partitura incredibilmente  complessa e affascinante, un vero e proprio gioiello di strumentazione;   Dalla “forma sonata” del primo atto al finale l’orchestra del Maggio ha offerto sotto la sua guida una lettura ricca di dettagli, di sfumature, di contrasti e chiaroscuri, con tempi ora serrati ora rallentati, dando l’impressione anche a chi conosce quest’opera a memoria di assistere a qualcosa di veramente inediti. Il pubblico lo ha perfettamente percepito e ha offerto al direttore e al complesso strumentale applausi e acclamazioni ancora più calorosi del consueto (e più che mai meritati, sia dall’orchestra che dal maestro).

Per quanto riguarda Nicola Alaimo, verrebbe la tentazione di dire che è stato un Falstaff semplicemente perfetto. Nella presenza scenica: ingombrante come da copione, ma con un suo charme, divertente senza essere eccessivo, in qualche punto – come nel monologo del terzo atto Va vecchio John – anche drammatico. Ma soprattutto emerge in lui la vera dimensione del personaggio; un cavaliere ormai con molte macchie e anche un po’ di paura, decisamente sul viale del tramonto (non vecchio però, anzi ancora vigoroso) ma con una sua filosofia e una sua ribalda dignità; impossibile non provare simpatia per lui. E straordinario anche vocalmente, con volume ed estensione notevoli e un bel colorito scuro che gli consentono di padroneggiare con grande maestria l’ardua tessitura del ruolo. Ottimo anche il fraseggio e il declamato; gli straordinari versi boitiani si potrebbero comprendere anche senza l’aiuto del proiettore.  Senz’altro di buon livello anche il Ford di Simone Piazzolla, anche se vocalmente è stato meno brillante del consueto e più a suo agio nella zona centrale che nell’acuto.  Per restare alle parti maschili, un plauso sincero a Bardolfo ( Antonio Garés)  Pistola (Gianluca Buratto) e al pedante dr. Caius (Christian Collia) ottimi sul piano scenico ma vivaci ed convincenti anche sul piano vocale, soprattutto Pistola.  Il Fenton di Matthew Swensen è stato discreto interprete ma più discutibile sul piano vocale, soprattutto per il timbro non eccelso.

Per quanto riguarda i ruoli femminili, la Alice di Aylin Pérez, memorabile nella Magda della Rondine sii distingue per grazia e per un buon fraseggio, ma la tessitura molto centrale del ruolo sembra non metterla del tutto a suo agio; una interpretazione buona nel complesso, ma meno brillante di altre. Sara Mingardo è una Quickly molto spigliata e “comaresca” sul piano scenico; vocalmente è un contralto  perfettamente idoneo al ruolo,  ma le qualità dell’artista non sempre emergono pienamente.  Ottima sotto ogni profilo invece la Meg di Caterina Piva, per il colore e il volume della voce e per l’ottimo fraseggio. Francesca Boncompagni – non per nulla interprete della Dafne fiorentina del 2018 – dà al personaggio di Nannetta una intonazione di tipo barocco, con una  fissità  degli acuti singolare e affascinante.. Ottimi come sempre gli interventi del coro diretto da Lorenzo Fratini.

Ultime repliche: 30 n0vembre e 3 dicembre (ore 20), 5 dicembre ore 17. DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE

La recensione si riferisce allo spettacolo di martedì 23 novembre.



[1]Per la presentazione dell’opera e dello spettacolo cfr http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=9366&categoria=1&sezione=8&rubrica=8

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    5 commenti per questo articolo

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