Editoriale

UNIONE EUROPEA E STATO DI DIRITTO

L’Europa si disinteressa del proprio deficit democratico e si ingerisce nella Costituzione della Polonia

Italo Inglese

di Italo Inglese

recente vicenda della controversia tra Unione europea e Polonia offre spunti di riflessione poiché assume una valenza molto rilevante per il futuro dell’Europa. Non intendiamo approfondire qui gli aspetti strettamente giuridici della questione, che hanno un’elevata complessità e la cui soluzione, al contrario di ciò che vorrebbero far credere gli europeisti intransigenti, non è affatto pacifica. Basti pensare, a questo riguardo, al “dialogo” – ma sarebbe più corretto parlare di discussione, se non di diatriba – intercorso tra la Corte di giustizia europea e il Tribunale costituzionale federale tedesco, in cui quest’ultimo ha in sostanza respinto l’interpretazione spiccatamente espansiva dei Trattati da parte della Corte di giustizia in quanto tende ad erodere l’identità nazionale degli Stati membri com’è definita nella loro struttura costituzionale.

Ci sembra, invece, più interessante affrontare il tema dal punto di vista della filosofia politica che dovrebbe assistere l’evoluzione della costruzione europea. È da premettere che, a nostro avviso, l’Europa è una scelta obbligata per Paesi come l’Italia, la quale, nell’attuale mondo governato da superpotenze, se si isolasse facendo affidamento soltanto sulla propria sovranità, rischierebbe di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Ciò però non significa accettare acriticamente ogni imposizione proveniente dall’Unione europea, come vorrebbero coloro che, animati da un atavico sentimento internazionalista, valutano positivamente tali straripamenti solo perché comprimono la sovranità nazionale. Che piaccia o no, la sovranità ancora esiste ed è sancita dalla nostra Costituzione, che non è “la più bella del mondo” solo quando fa comodo. Si tratta allora di trovare un giusto contemperamento tra gli interessi della nazione e quelli più ampi di un sodalizio di Stati cui si è deciso liberamente di aderire e di trasferire una parte della propria sovranità. Questa considerazione pare lapalissiana, eppure suscita l’indignazione e gli anatemi di chi professa l’europeismo come una fede viscerale.

Se l’Unione europea non è più soltanto un organismo intergovernativo non è nemmeno uno Stato federale, essendo priva di una Costituzione in senso proprio, cioè di un atto di autodeterminazione dei popoli europei (un popolo europeo ancora non esiste) sullo scopo e sulla forma della loro unione politica. Attualmente essa può operare solo nell’ambito delle competenze che gli Stati le hanno esplicitamente conferito.

In questo senso, è illuminante l’intervista a Dieter Grimm, giurista socialdemocratico tedesco, pubblicata nel recente numero 515 (3/21) della rivista “il Mulino”. Grimm condivisibilmente sostiene che gli Stati membri non hanno ceduto all’Unione il potere costituente né la loro sovranità ed evidenzia che le istituzioni europee sono creazioni degli Stati e legate alle condizioni poste dagli Stati nei Trattati.

Ciò considerato, la pretesa dell’Unione europea di valutare la conformità allo “Stato di diritto” (concetto peraltro non univoco) delle costituzioni degli Stati membri (nel caso di specie, quella della Polonia), oltre a contrastare con l’articolo 4 del Trattato sull’Unione europea, secondo cui l’Unione rispetta l’identità nazionale degli Stati membri così com’è definita nella loro struttura costituzionale, rappresenta – mutuando le parole di Grimm – “uno strisciante allargamento dell’integrazione che passa avanti ai processi democratici” e, segnatamente, infligge un vulnus al  processo democratico di formazione della volontà negli Stati membri. In altri termini, il primato del diritto europeo (e delle pronunce della Corte di giustizia) sul diritto interno non può spingersi fino a porre in discussione il nucleo fondamentale delle costituzioni dei Paesi membri.

Sul cammino dell’integrazione europea grava un deficit di democrazia che infirma le istituzioni dell’Unione: il Parlamento ha un ruolo limitato e ancillare rispetto a organi quali il Consiglio e la Commissione, con conseguente scarso coinvolgimento dei cittadini europei nel processo decisionale. In proposito, a ragion veduta verrebbe da chiedersi se la struttura costituzionale dell’Unione sia o meno coerente col principio dello Stato di diritto, in particolare sotto il profilo del bilanciamento dei poteri.

In questa situazione, l’Unione dovrebbe trarre insegnamento dalla vicenda della Brexit e astenersi da inopportune iniziative sanzionatorie o conflittuali nei confronti della Polonia, che inciderebbero negativamente sul già declinante consenso popolare verso l’Unione stessa. L’uscita dall’Europa della Polonia, per ora improbabile ma non inverosimile qualora le rispettive posizioni dovessero ulteriormente irrigidirsi, cui potrebbe seguire quella di altri Paesi dell’Est, costituirebbe un danno difficilmente rimediabile per l’avvenire della costruzione europea.

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