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Maggio Musicale Fiorentino

Violetta contestatrice ma non contestata: la Traviata sessantottina con la regia di Livermore accende di entusiasmo la platea.

Grande successo a Firenze della nuova produzione del capolavoro verdiano: grande interpretazione di Zubin Mehta e dei protagonisti.

di Domenico Del Nero

Violetta contestatrice ma non contestata: la Traviata sessantottina con la regia di Livermore accende di entusiasmo la platea.

Un bagno di pubblico e di applausi. La Traviata in versione “sessantottina”, firmata dall’estro di Davide Livermore e condotta dalla sapiente e calibratissima bacchetta di uno Zubin Mehta al massimo della forma, con l’orchestra e il coro del Maggio, i cantanti, i figuranti in piena sintonia …. Insomma, non c’è dubbio che questa volta le attese della vigilia siano state ampiamente soddisfatte.

Di solito il pubblico fiorentino non si scalda molto per le regie “avveniristiche”, anzi spesso e volentieri (vedi Carmen) le contesta. Ma questa volta le contestazioni alla regia non si sono fatte sentire (qualcosa, ma di ben poco rilievo, alla prima); anzi, consensi ed entusiasmi sono andati più che giustamente anche all’allestimento.

Poi possiamo anche discutere (come hanno fatto alcuni autorevoli colleghi) se e quanto la trasposizione dell’opera nel periodo della grande contestazione si sia davvero amalgamata allo spirito della vicenda. Su questo i pareri sono come di consueto divisi. Certo, non c’è dubbio che quando si trasporta un lavoro teatrale in un’epoca diversa da quella in cui è stato ambientato, alcune incongruenze siano inevitabili. Ma quel che il regista è riuscito a fare è creare uno spettacolo in cui il dramma di Violetta, proprio su uno sfondo come quello della contestazione, appare ancor di più evidenziato. Del resto il regista lo aveva detto con molta chiarezza: “Anche l’amore tra Violetta e Alfredo è altrettanto forte e rivoluzionario, è quello di una giovane e bellissima prostituta, Violetta, che grazie a esso intraprende un vero e proprio percorso di redenzione personale.

La rivolta giovanile francese, nella scena del primo atto, appare negli slogan e nelle scritte che costellano il palcoscenico, anche grazie alle proiezioni di D-Wok; ma nell’atteggiamento dei personaggi stessi, che per quanto “borghesi” si muovono in maniera disinvolta e spigliata, amoreggiando in tutte le salse senza troppi pudori. Via frack e abiti da sera, i costumi (bellissimi, di Mariana Fracasso) l’abbigliamento oscilla tra il casual e lo sfrontato; la stessa Violetta  porta abiti “osé” anche se alla moda. Resta insomma una “cortigiana” anche nel flusso della contestazione, ma il punto non è tanto questo. Le scene – anche queste, perfettamente intonate al contesto – di Giò Forma sono in un certo senso lo specchio della protagonista e della sua vicenda: lo splendore del primo atto, un albergo in cui durante il periodo entrano ed escono personaggi d’ogni tipo e Violetta esce proprio dalla 1853 – riferimento alla sua “nascita” sui palcoscenici operistici – cede il passo ad uno squallore decadente con specchi crettati e porta sbarrate. Uno squallore che tocca il vertice nella scena finale, in cui però nel momento della morte della protagonista torna a splendere una luce abbagliante, verso cui il suo “spirito” si dirige felice, mentre il suo letto resta solo il suo corpo su cui piangono gli altri personaggi. Di grande effetto l’ambientazione del secondo atto, una sorta di comune di artisti, mentre In ogni quadro di ogni atto campeggiano in scena fotografie e proiezioni di ritratti dei due principali protagonisti che “hanno nella fotografia, una loro passione che condividono nel loft - una comune di artisti - dove vivono a Parigi – dice Livermore – “il fotografarsi a vicenda è volersi possedere ancora di più. È una chiara citazione del film Blow up di Antonioni”.

In questo contesto, Violetta emerge veramente come il personaggio più umano e anche più “rivoluzionario”; la sincerità assoluta del suo sentimento emerge non solo sulla ipocrisia borghese di Germont padre rigorosamente in doppiopetto e con l’assegno pronto a tacitarsi la coscienza (e anche per certi aspetti dello stesso Alfredo) e del suo ambiente sociale; ma anche sugli amori tanto disinibiti quanto puramente “fisici” che si intravedono sullo sfondo, soprattutto nel primo e nel terzo atto. Grazie anche alla formidabile recitazione degli interpreti e di tutto il cast in generale, emerge dunque un quadro fortemente degradato in cui solo il sentimento autentico può offrire una via di riscatto e di redenzione, anche se a costo della vita, come mostra benissimo il finale. Resta se mai da capire se per Livermore anche la stessa “contestazione” sia stata alla fine una sorte di recita ipocrita (e alcuni dettagli sembrerebbero farlo pensare) ma comunque sia il merito dello spettacolo è quello di avere per davvero “attualizzato” Violetta, o meglio di averne sottolineato il carattere di personaggio “eterno”, al di là e al di sopra delle epoche e degli stili.

Zubin Mehta è sicuramente un “veterano” di questa partitura, ma la sua lettura non ha assolutamente nulla di “ripetitivo” o convenzionale. Assoluta la sintonia tra fossa d’orchestra e palcoscenico, con il maestro pronto ad offrire ai cantanti uno sfondo sonoro sempre adeguato, ma senza per questo ridurre certo l’orchestra al ruolo di mero accompagnamento; anzi, esattamente il contrario.  Straordinarie le sottolineature di alcuni momenti salienti come l’amami Alfredo, un tono “funereo” che alleggia sempre anche nei momenti più festosi, quasi una sfumatura “tristaniana”, il pathos profondo dei momenti lirici. Si è parlato, almeno per la prima, di “tempi dilatati” ma sinceramente almeno per la recita in oggetto (27 settembre) questa impressione non c’è stata affatto: sicuramente quella di Mehta è una lettura che non privilegia scatti e impennate, anche se non  mancano certo sonorità e momenti di grande forza (soprattutto i finali); ma si tratta, per l’appunto, di una interpretazione che ha il grande pregio tra l’altro di riscattare certi rilievi critici (almeno in parte certo non ingiustificati, ma anche largamente “incrementati” da certe letture un po’ troppo “esuberanti”) alla strumentazione verdiana sino al Don  Carlos. L’orchestra del Maggio ha splendidamente assecondato la direzione del maestro, così come il coro preparato da Lorenzo Fratini; i coristi, soprattutto nel terzo atto, si sono un calati bene nel clima a tratti un po’ “trasgressivo” assecondando pienamente la regia.

E infine gli interpreti: Nadine Sierra, al suo debutto nel ruolo di Violetta, ha regalato una interpretazione straordinaria sia sul piano scenico che vocale; voce di grande potenza, straordinaria negli acuti come nel fraseggio e nella coloratura. Se la cabaletta finale del primo atto è stata straordinaria per forza espressiva e per la coloratura, tutta quanta l’opera è stata affrontata con perizia eccezionale, raggiungendo accenti particolarmente toccanti nel finale.

Di ottimo livello anche il tenore Francesco Meli, del tutto a suo agio nel ruolo di Alfredo; anche qui bel timbro e voce potente, ottimo fraseggio e sicurezza negli acuti, ma anche nel registro centrale; E infine il Giorgio Germont di Leo Nucci, che ha dato vita a un personaggio superbamente odioso e ipocrita, si caratterizza sicuramente per una voce di grande potenza e sonorità, con una emissione di invidiabile sicurezza (considerando il fatto che ha quasi ottanta anni!) che fa facilmente perdonare una certa mancanza di fluidità.

Decisamente di buon livello anche le parti minori; la Flora Bervoix di Caterina Piva, spigliata e disinvolta; e l’ Annina fedele e dolente  di Caterina Meldolesi. il Gastone di Luca BernardFrancesco Samuele Venuti (Baron Douphol), William Corrò (Marchese d’Obigny) ed Emanuele Cordaro (Dottor Grenvil) hanno tutti dato un buon contributo alla riuscita della serata.

Pubblico entusiasta e grandi applausi per tutti, soprattutto per Mehta, la Sierra e Meli; anche Nucci è stato salutato con entusiasmo. Decisamente da non perdere le due ultime repliche, il 2 ottobre alle ore 18 e  il 5 ottobre alle ore 20; in queste due ultime repliche Leo Nucci sarà sostituito da Placido Domingo. 

La recensione si riferisce alla recita del 27 settembre.

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    4 commenti per questo articolo

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