Maggio Musicale Fiorentino

ULISSE di Monteverdi: trionfo per il regista e per il direttore.

L'opera del Michelangelo della musica entusiasma il pubblico fiorentino, grazie anche a un cast di buon livello.

di Domenico Del Nero

ULISSE di Monteverdi: trionfo per il regista e per il direttore.

Eurimaco e Melanto

Cala dunque definitivamente il sipario (l’ultima replica, a cui la presente recensione si riferisce, è stata l’otto luglio scorso) sul Ritorno di Ulisse in Patria di Claudio Monterverdi, l’opera “di mezzo” tra le tre sole teatrali pervenuteci. Uno spettacolo molto atteso e con molte attese che non sono andate deluse: entusiastiche le reazioni del purtroppo poco pubblico ammesso in sala . Il teatro della Pergola è sicuramente uno straordinario locus amoenus ma in tempi di restrizioni come questo non è forse …. locus aptus, anche se certo uno scenario ideale, per acustica e ambienti, per un’opera barocca o settecentesca.

Sicuramente la regia di Robert Carsen era uno degli elementi di maggiore aspettativa;  il regista del resto si è avvicinato a questo lavoro monteverdiano con molto entusiasmo, che ha pienamente trasposto nella sua messa in scena,  la cui “meraviglia”, tanto per riprendere una delle parole chiave del Barocco, non sta tanto in particolari novità quanto nell’impostazione generale.  1)  L’impostazione metateatrale, che Carsen qui sfrutta con consumata abilità, è antica si può dire quanto il teatro stesso (basti pensare a Plauto, se non addirittura ad Aristofane), il deus ex machina  volante che cala dal soffitto avrà sicuramente deliziato generazioni di dame e damerini imparruccati e incipriati. Ma non sempre novità equivale a qualità, e nelle regie teatrali – soprattutto operistiche –  lo si è sperimentato ad libitum, o meglio ancora ad nauseam .

Dunque ben venga questo spettacolo sontuoso, che rende giustizia ad un’opera considerata di minor valore rispetto all’Orfeo o alla Coronatione, ma che proprio edizioni come questa spingono a riconsiderare.  Così, a sipario aperto, vediamo come il doppio del teatro stesso, o meglio una sua immagine speculare: una platea vuota e l’emiciclo dei palchi, il tutto perfettamente somigliante alla stessa Pergola o a quel teatro dei Santi Giovanni e Paolo in cui – almeno così si suppone – l’opera monteverdiana andò in scena nel 1640.  Il prologo però si svolge a sipario calato, con le tre figure allegoriche – il Tempo, l’Amore, la Fortuna, vestiti in foggia classica, e dialogano con una Humana Fragilità (mortal cosa son io, fattura humana) interpretata da tre diversi solisti; scena senza dubbio di grande efficacia, che rende perfettamente quel senso di angoscia, di fragilità e di angoscia della morte (si pensi al terribile ma splendido orologio da rote di Ciro di Pers ) che fu un leitmotive  dell’età barocca.

“L’azione nel ritorno di Ulisse si svolge su diversi livelli, e questo spiega il motivo per cui vi sono molti cantanti. Ulisse è per me come una sorte di metafora delle nostre vite, delle gioie e dei problemi che incontriamo”. E questi diversi livelli possiamo vederli nel vero e proprio “concilio degli dei” rigorosamente abbigliato in rosso  che segue, ora divertito ora adirato, la vicenda dai palchetti del teatro “riflesso” sul palcoscenico; mentre i proci hanno abiti moderni e chiassosi (come il pitocco Iro) e per omaggiare Penelope, prima di finire uccisi in una straordinaria scena “al rallentatore” dall’arco di Ulisse redivivo e più guerriero che mai, le presentano tutta una serie di prodotti di lusso che non provengono da Creta o dall’Egitto, ma molto più …. consumisticamente dal top di via Tornabuoni. Ulisse da parte sua, quando non è sotto le mentite vesti del mendico, si presenta in moderno abito da generale, mentre una doppia schiera di figuranti in abito rosso o in livera nera porta o leva dalla scena ora il talamo di Penelope  ora un grande tavolo ; e ovviamente gli ingombranti cadaveri. E l’abilità del regista si vede anche nei movimenti scenici, nella precisione e nell’abilità con cui protagonisti, deuteragonisti e comparsi si muovono in perfetta simmetria e sintonia, quasi a ricreare talvolta in scena una sorta di horror vacui che è ancora un topos del Barocco. A questo eccellente risultato concorrono naturalmente gli ottimi costumi di Luis Carvalho, le scene di Radu Boruzescu e le luci dello stesso Carsen e di Peter van Praet.

Ma un ampio elogio merita sicuramente anche la parte musicale. Il maestro Ottavio Dantone ha sicuramente svolto una grande lavoro di studio, di concertazione e di coordinamento con i cantanti e con la regia; lavoro che se è senza dubbio sempre e comunque indispensabile, assume in opera come queste un rilievo molto particolare, anche per le particolari condizioni in cui questi lavori ci sono pervenuti (cfr. presentazione). Il canto Monteverdiano poi è molto peculiare e del tutto diverso da quello già della seconda metà del seicento: il famoso recitar cantando o meglio ancora, per usare l’espressione del musicista stessa, il parlar cantando. E quando Monteverdi parla della musica come “serva dell’oratione” non intende una musica che sia mera e appena accennata sottolineatura del testo, ma al contrario la costruzione di un “discorso” in cui scompaia la distinzione tra parola e musica; il testo ha già in sé la propria musicalità che il compositore deve saper “distillare” e molto importante è a questo proposito anche la drammaturgia, il modo in cui si recita sulla scena, le passioni e gli “affetti” che ciascun personaggio esprime. Tutto questo è stato realizzato nel complesso in modo coerente ed efficace, con grande cura della dizione dei vari personaggi. Tra di loro, per limitarci ai più rilevanti, spiccano l’Ulisse del tenore Charles Workman , dotato di ottimo fraseggio e di buona presenza scenica: eroe stanco e desideroso ormai di riposo, che sa però quando necessario accendersi di nobil ira; il contralto Delphine Galou dalla vocalità elegante e raffinata, dà vita a un personaggio dolente e riflessivo, mentre molto vivace sia scenicamente che vocalmente è la Minerva di Arianna Vendittelli, del tutto a suo agio nel ruolo di deus ex machina.  Anicio Zorzi Giustianiani è un Telemaco caratterizzato da freschezza giovanile e disinvoltura scenica, così come disinvolti sia vocalmente che scenicamente si mostrano Hugo Hymas nel ruolo di Eurimaco e Miriam Albano in quello di Melanto. Il tenore  John Daszak è un Iro molto prorompente ma piacevole, sia come voce che come recitazione; affiatati e bene impostati anche i proci  Andrea Patucelli (Antinoo), Pierre-Antoine Chaumieu (Anfinomo) e James Hall (Pisandro).

Ottimo il lavoro di Dantone anche sull’orchestra,  la sua Accademia Bizantina specialista in questo genere di repertorio;  senza eccedere nell’organico strumentale Dantone dà vita a una esecuzione corposa e ricca di raffinate sonorità, senza eccedere in “barocchismi” ma anche senza gli eccessi puristici (e terribilmente monotoni) di certe letture “filologiche”.

1) Per la presentazione dello spettacolo vedi il mio articolo https://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=9340&categoria=1&sezione=8&rubrica=8

 

 

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    6 commenti per questo articolo

  • Inserito da Kathrynmib il 29/11/2021 17:42:03

  • Inserito da mancini roberto il 01/10/2021 17:02:07

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  • Inserito da TerryDenna il 04/09/2021 01:39:04

  • Inserito da Kathrynmib il 28/08/2021 07:33:48

  • Inserito da Kathrynmib il 13/08/2021 19:46:18

  • Inserito da Kathrynmib il 26/07/2021 19:05:09

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