Editoriale

Considerazioni sulla crisi del Liberalismo.

L'attuale forma degenerata di capitalismo giustifica il rigetto in toto di tutto ciò che è liberale?

Italo Inglese

di Italo Inglese

empre vivo il dibattito sul liberalismo e sul liberismo, negli ultimi anni caratterizzato da un’avversione viscerale nei confronti di tale sistema di pensiero e, in particolare, delle sue implicazioni economiche. È curioso che una forte ostilità nei confronti del pensiero liberale veda accomunati in Italia ambienti di destra e di sinistra. Persino il principale giornale economico, organo della grande impresa (oggi in primis pubblica), e soprattutto il suo supplemento domenicale, sembrano ormai schierati su posizioni socialdemocratiche e manifestano a parole insofferenza verso il concetto di profitto. (Sorprende meno che una parte apparentemente prevalente della Chiesa cattolica si sia infatuata della retriva “teologia della liberazione” di matrice latino-americana).

Ciò avviene paradossalmente in un Paese dominato in ogni settore da consorterie e “cordate”, in cui il liberismo e la libera concorrenza non hanno mai trovato compiuta attuazione e il “familismo amorale” e il clientelismo imperversano a discapito del merito individuale; un Paese in cui sarebbe più logico aspettarsi che finalmente si levi un robusto movimento di opinione a favore dell’effettiva libertà di intraprendere e dell’equa selezione della classe dirigente, basata sul riconoscimento delle reali competenze. Una siffatta tendenza costituirebbe davvero un elemento straordinariamente innovativo, quasi rivoluzionario, rispetto a un sistema incartapecorito da decenni di assistenzialismo e di solidarismo inefficiente.

Il tema dovrebbe essere affrontato senza preconcetti e faziosità, bensì con la scientificità che rifugge dal manicheismo incapace di riconoscere le molte sfumature che intercorrono tra il bene e il male. È lecito ritenere che la realtà sia più complessa di quella che vorrebbero descrivere, da punti di vista non sempre contrapposti, i partigiani del liberismo e dell’antiliberismo.

In alcuni casi, la critica del pensiero liberale coglie nel segno quando ne evidenzia limiti e incongruenze.  Si è rivelata fallace la credenza secondo cui la libertà economica ineluttabilmente conduce all’affermazione di tutte le altre e non può coniugarsi con un regime dispotico. Tale assunto è palesemente contraddetto dalla Cina contemporanea, in cui l’accettazione della competizione capitalistica sul piano internazionale e l’introduzione di elementi di libero mercato sul piano interno convivono con un sistema antidemocratico. Ma, solo per fare altri due esempi, tale “strana” coesistenza era riscontrabile già in Italia all’epoca del fascismo e nel Portogallo di Salazar. Per quanto riguarda il primo caso, una corrente storiografica ha rilevato che le linee di sviluppo dell’economia italiana furono in gran parte opera di una classe dirigente formatasi in epoca liberale, la quale pure sotto il fascismo riuscì a trovare ampi spazi di manovra, di fatto mantenendo le redini del capitalismo nazionale (E. Felice, Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, Bologna 2015, p. 213). Per quanto concerne il secondo, il dittatore lusitano era assolutamente contrario al socialismo di Stato e a ogni sviluppo dell’attività economica dello Stato in tutti i campi nei quali non sia dimostrata l’insufficienza dell’iniziativa privata (D. Serapiglia (a cura di), Il fascismo portoghese. Le interviste di Ferro a Salazar, Bologna 2014, p. 86). Non diversamente, in epoca più recente, la dittatura di Pinochet ha praticato un’economia liberale: un sistema che il liberista Friedrich von Hayek giudicò, guadagnandosi una raffica di critiche, migliore del governo democratico populista e socialista di Allende.

Il liberalismo si dimostra inattendibile anche quando, similmente al marxismo, professa la fede nel progresso, presumendo che la storia abbia una logica e un senso e sia necessariamente indirizzata verso un avvenire radioso. Questo atteggiamento finisce per esaltare il cambiamento in sé, indipendentemente dalla sua direzione, trascurando che la storia delle civiltà, come scrive Mario De Fazio in “Diorama letterario” n. 360, p. 36, è “un campo aperto a molteplici possibilità”, non sempre positive, anzi non raramente regressive. Questo storicismo, assimilabile all’utopismo sociale, rinnega il pragmatismo e il razionalismo su cui si fonda il pensiero liberale. La contraddizione è stata evidenziata da uno dei maestri della stessa dottrina liberale, Karl Popper, il quale reputava contraria alla ragione l’ideologia secondo cui “la storia non solo si possa prevedere, ma anche indirizzare e proiettare, come un’opera ingegneristica” (M. Vargas Llosa, Il richiamo della tribù, Torino 2018, p. 150). Un socialista atipico come Bertrand Russell (oggi in America lo chiamerebbero liberal, che non è sinonimo di liberale) ha espresso un’analoga ripulsa per la presunzione secondo cui ogni stadio successivo dello sviluppo dell’umanità debba rappresentare un progresso (Elogio dell’ozio, Milano 2005, p. 94), ponendosi così in contrasto con la stessa idea socialista di cui egli dichiarava di essere seguace.

Uno dei lasciti più importanti dei padri del liberalismo è il principio, enunciato da John Stuart Mill, secondo cui la libertà è il diritto di compiere qualsiasi azione che non rechi danno ad altri, con il corollario che il potere costituito può legittimamente esercitare un’ingerenza sulla libertà individuale soltanto allo scopo di evitare danno agli altri. Il concetto, apparentemente persuasivo, è di difficile applicazione, essendo assai arduo individuare il limite oggettivo oltre il quale l’esercizio di un diritto si traduce in una lesione di un interesse altrui. È al riguardo emblematico l’attuale regime di restrizioni determinato dall’emergenza pandemica: fino a quale grado di intensità e di durata temporale tali limitazioni (spesso adottate peraltro con atti amministrativi e non con atti aventi forza di legge) possono spingersi senza comprimere indebitamente fondamentali diritti individuali di libertà? Non esiste una risposta univoca. E. tuttavia, il principio costituisce una grande conquista nella storia dell’emancipazione dell’uomo dallo stato di sudditanza rispetto al potere e conserva una valenza indiscutibile.

Oggi il liberismo, declinazione del liberalismo in campo economico, è posto sotto accusa per l’aggressività della finanza internazionale e le disfunzioni della globalizzazione. È fuor di dubbio che il capitalismo, per sua natura condannato alla continua espansione, tende a valicare i confini nazionali. È altrettanto evidente che la sempre maggiore interconnessione delle economie e l’assoggettamento del diritto interno a norme giuridiche sovranazionali hanno comportato un’erosione della sovranità degli Stati. Chi coltiva sentimenti patriottici giustamente se ne duole, ma non può trascurare che lo Stato-nazione è un prodotto della storia. Esso ha avuto una sua ragion d’essere, ma ciò non implica che sia un’istituzione perenne o che debba a ogni costo essere preservato in una realtà in cui non trova più una giustificazione.

Eppure, i maggiori teorici del liberismo non disprezzavano affatto il ruolo dello Stato, ma sostenevano che i dazi sono accettabili quando sono necessari a tutelare l’occupazione e le imprese nazionali (Smith); che la produzione e il commercio devono svolgersi all’interno di un ordinamento giuridico statale rigoroso ed efficiente (Hayek); che l’intervento statale nell’economia, finalizzato a porre limiti all’iniziativa individuale, è indispensabile per evitare abusi (Popper). Mario Vargas Llosa ha sintetizzato così la posizione liberale in proposito: “Noi liberali non siamo anarchici e non vogliamo sopprimere lo Stato. Al contrario, vogliamo uno Stato forte ed efficiente, che non significa uno Stato invasivo che si ostina a fare cose che la società civile farebbe meglio in un regime di libera concorrenza. Lo Stato deve assicurare la libertà, l’ordine pubblico, il rispetto della legge, le pari opportunità” (op. cit., p. 16).

In realtà, il capitalismo imbastardito oggi imperante sembra avere poco a che fare con il liberismo originario. Esso sembra più simile a un sistema che si potrebbe definire “capitalsocialista”, con venature di paternalismo, in cui, come nei regimi di socialismo reale, un’élite, una “nomenklatura”, detta le regole su scala planetaria a una massa sempre più appiattita; un’élite che dichiara di voler garantire il diritto alla felicità, ma instaura, nell’asserito intento di arginare la pandemia, un’atmosfera penitenziale, congeniale alla mentalità catto-comunista. Esattamente il contrario dell’esaltazione liberale dell’individualismo caro a Margaret Thatcher - oggi demonizzata dai nostalgici dell’assistenzialismo e delle politiche inflazionistiche keynesiane -, la quale riuscì a far risorgere un Paese che sembrava irrimediabilmente condannato alla decadenza dalla pianificazione laburista.

Il dirigismo statalista e la negazione dell’individuo come essere sovrano e responsabile non possono essere il rimedio ai guasti della globalizzazione, perché tale orientamento si fonda sulla falsa pretesa che, “una volta elaborato razionalmente un modello giusto ed equo di società, questo si possa imporre alla realtà” (M. Vargas Llosa, op. cit., p. 96); un’idea velleitaria che ha prodotto risultati deleteri laddove è stata attuata, sia per le limitazioni della libertà individuale che essa implica, sia dal punto di vista dei suoi fallimentari effetti economici. Le società che invece si basano sulla competizione, il libero mercato e la meritocrazia, e non sulla cooptazione, si sono dimostrate di gran lunga più efficienti e giuste. Soprattutto, nemmeno il più estremo detrattore del liberismo può negare un dato di fatto: nelle società industriali moderne il benessere, non solo materiale, ha raggiunto livelli che non ha mai avuto in passato. Il capitalismo e la globalizzazione, nonostante i loro difetti, grazie anche ai progressi scientifici e tecnologici connessi allo sviluppo economico, hanno determinato un miglioramento del tenore e dell’aspettativa di vita (un indicatore, questo, molto eloquente) persino nelle aree un tempo più depresse del mondo. Certo, anche a scapito del nostro livello di benessere (penso in particolare agli standard delle condizioni di lavoro dei Paesi più sviluppati, che si sono ridotti per effetto della competizione globale). Ma qual è la realistica alternativa? La decrescita felice? (Provate a proporla ai cinesi, ai vietnamiti, ai popoli dell’ex Terzo Mondo che cominciano ora a godere del tanto deprecato consumismo e verosimilmente non avrebbero alcuna intenzione di regredire). Qual è il sistema economico alternativo, concretamente percorribile, che possa garantire esiti migliori? 

Insomma, non pare convincente la tesi che, concentrandosi sull’attuale forma degenerata di capitalismo, respinge in toto il liberalismo giudicandolo inemendabile, senza proporre un’alternativa credibile. Ciò equivale a “buttar via il bambino con l’acqua sporca”. Né può essere condivisa l’affermata incompatibilità tra conservatorismo e liberalismo (v. G. Giaccio, in “Diorama”, cit., p. 31). Al riguardo, basti leggere Il vero conservatore di Barry Goldwater o i Cinquanta princìpi del pensiero conservatore stilati da Giuseppe Prezzolini, un intellettuale che diffidava del progressismo ma era aperto alle sfide della modernità.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Fake Travis Scott Jordan 6 Khaki il 29/04/2021 09:47:36

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