Editoriale

Fenomenologia dell'Italiano alle prese con il coronavirus

Simonetta  Bartolini

di Simonetta  Bartolini

cco fatto, ormai non parliamo d’altro: il coronavirus, ovvero il Covi-d 19, ha infettato tutti, a prescindere dallo stato di salute di ognuno. La paura del contagio ci ha reso monomaniacali nei discorsi e per gli acquisti, ma, almeno fuori dalle zone rosse, assai poco prudenti.

La tendenza al gregge – che quando hai steso l’asciugamano in una spiaggetta deserta fa sì che chi viene dopo di te piazzi il suo telo a pochi centimetri dal tuo – non sembra essere stata intaccata dal panico che invece si evince dai discorsi e dalla corsa all’accaparramento di generi di prima necessità e disinfettanti vari.

Al supermercato sei davanti allo scaffale dei biscotti, il corridoio è vuoto, possibile che arrivi immediatamente uno che cerchi le tue stesse fette biscottate? Il tizio si piazza spalla contro la mia spalla, rinuncio all’acquisto e a distanza di sicurezza controllo che almeno lui prenda qualcosa dallo scaffale dal quale mi sono prudentemente allontanata; macché, guarda ancora un po’ e se ne va!

Funziona così, ovunque: al ristorante dell’autogrill, deserto, come ti siedi ad un tavolo trovi immediatamente il fesso di turno che si siede giusto nel tavolo accanto al tuo!

Eppure tutti mostrano di aver paura, anche troppa e in maniera ingiustificata, ma se cercate di rispettare le norme indicate dal ministero della salute… meglio ve ne stiate chiusi in casa, a meno di non rendervi antipatici facendo notare che sarebbe bene mantenere le distanze!

Certo è vero che c’è anche una non trascurabile percentuale di italiani scettica rispetto alla pericolosità del contagio, e a dire la verità forse non hanno neppure torto, il Covi-d19 non è la peste bubbonica e neppure ebola, nella maggioranza dei casi si risolve con i sintomi simili a quelli di una brutta influenza e la mortalità non raggiunge la percentuale che possono esprimere le dita di una mano. Il maggior pericolo, che ha indotto all’attuazione di misure precauzionali come in Italia non avevamo mai visto, sta nella numerosità di contagiati che abbiano bisogno di ricovero, e che le nostre strutture sanitarie potrebbero non poter accogliere. Ce lo stanno spiegando con insistente monotonia da ormai diversi giorni, eppure…

Eppure l’italiano medio mostra la sua strutturale allergia alle regole, alle prescrizioni, ai consigli, anche se ha paura e praticamente vive in simbiosi con l’amuchina.

L’Italia si sta dividendo fra terrorizzati e scettici. I terrorizzati paventano uno scenario apocalittico e si preparano alla sopravvivenza da “the day after”, temono che chi comanda non ce la “racconti giusta” (in effetti l’autorevolezza di chi ci governa è abbastanza discutibile), che i provvedimenti attuati o non attuati siano il frutto di un calcolo elettorale invece di una razionale scelta che tuteli la salute pubblica; non capiscono per quale motivo siamo riusciti a diventare gli untori del mondo quando ormai pare appurato che il contagio sia partito dalla Germania, e dunque ciò rafforza il timore che la faccenda sia assai più grave di come appare.

Gli scettici sono scettici, appunto, sfidano la poco più che un’influenza come hanno sfidato quella invernale, attribuiscono il panico alla scioccaggine dei loro concittadini e agli allarmismi dei media; si sentono ridicoli a rispettare le regole come una qualunque casalinga di Voghera perché loro sono più furbi, e sanno come stanno le cose, il timore del contagio è roba da sfigati, e loro sono fighi, quindi se ne fregano.

In questo frangente l’unica nota positiva sul carattere italico è l’ironia bipartisan: “Coronavirus- rifiuta di dare la mano al collega: muore un trapezista”, “Tossendo tossendo ci riprenderemo l’impero Romano”. Ma sì ridiamoci un po’ su, ma ad un metro di distanza per favore!

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