Tosca, al Maggio Musicale fiorentino

Bellissima regia e pessimo tenore

E’ stata veramente una … battaglia di dame senza vinti né vincitori

di Domenico Del Nero

Bellissima regia e pessimo tenore

Amore, morte e sadismo. Daniel  Oren, direttore d’orchestra dell’edizione di Tosca in scena in questi giorni al maggio Musicale fiorentino, ha diretto con un piglio … in crescendo, passando da una “lettura” non sempre coerente e convincente dei primi giorni (soprattutto per il primo atto) a una quanto mai drammatica e sanguigna. Lo spirito di Puccini, sempre intento a cogliere la forza distruttiva dell’amore,  è decisamente emerso soprattutto nel secondo atto, caratterizzato da una intensità drammatica e da una tavolozza di sonorità degna davvero delle grandi bacchette.

Bella, davvero bella di questa Tosca fiorentina la regia: che è poi la stessa dell’anno scorsa ma non importa. La magia dell’opera lirica non necessita necessariamente di continue novità, che anzi sono talvolta decisamente “stonate”; e in questo periodo difficile per la cultura e non solo, è stata una mossa doppiamente saggia; anche perché la regia di  Mario Pontiggia e le scene e i costumi di Francesco Zito hanno il grande pregio di restituirci veramente quella atmosfera storica del dramma che Puccini, con il suo formidabile senso del teatro, aveva voluto meticolosamente ricostruire per calarvi il dramma dei tre personaggi principali: la diva Floria Tosca. Il sadico bigotto (sin troppo forzato , almeno come “maschera”) barone Scarpia e il sognante pittore volterriano  Mario Cavaradossi,  immersi in una atmosfera decadente degna del D’Annunzio più esasperato.  Ottima anche la recitazione dei cantanti, del coro e delle comparse, che si sono dimostrati all’altezza di una trama incalzante e ricca (son troppo) di colpi di scena.

Ma la musica riscatta tutte le esagerazioni e le inverosimiglianze del tema e l’edizione fiorentina ha avuto il merito di evidenziare, come avrebbe detto Verlaine, la musica sopra ogni cosa.  Come ricordava Mosco Carner , “ L'orchestra parla in toni più duri e meno flessibili che nella «Bohème», e sebbene non manchino passi di vera musica da camera - perfino da camera di tortura, come nel secondo atto - Puccini tende ora ad opporre le varie sezioni strumentali piuttosto che a fonderle, e assegna alla percussione una parte importante. Il linguaggio armonico è marcatamente dissonante con frequenti e improvvisi spostamenti tonali che quasi strappano la musica da una tonalità per passarla all'altra.”  L’edizione fiorentina ha sicuramente evidenziato, in modo sempre più chiaro e netto con lo scorrere delle rappresentazioni  questa ricchezza e complessità di una strumentazione  a cui pure  la critica in passato non ha risparmiato critiche e riserve

E per quanto concerne gli interpreti, nessuna riserva per quanto riguarda le due cantanti che si sono avvicendate nel ruolo di Tosca: eccezionale Martina Serafin, il cui repertorio spazia da Mozart sino a  Wagner, Puccini e Giordano: grande attrice e grande cantante, ha dato voce e vita a un personaggio forte, sanguigno e passionale,  senza cedimenti, dagli acuti solidi e svettanti e morbidissima nei cantabili,  signora incontrastata  della scena,  dotata di un fraseggio chiaro e intenso.  Il 22 e il 25 marzo il suo posto è stato preso dalla cinese Hui He,  la cui calda vocalità non era certo inferiore a quella, forse più veemente e vibrante, della Serafin.  E’ stata veramente una … battaglia di dame senza vinti né vincitori.

Dolente nota – è proprio il caso di dirlo – è stato invece il tenore Piero Giuliacci, sostituito solo il 22 marzo da Alfred Kim. Il tenore  “pucciniano” ( usando per l’appunto le virgolette del caso e ricordando che soprattutto per un compositore come Puccini tale definizione è alquanto aleatoria)) è comunque in linea di massima un tenore lirico, che deve spaziare dalla zona centrale a quella acuta ed è adatto ad una spiegata cantabilità. Ma era la proprio la zona centrale a fare del tutto difetto, a parer nostro, a questo cantante; migliore senz’altro la zona acuta, ma questo non è assolutamente sufficiente di per sé a dar la misura del cantante” di razza.”

Alberto Mastrangelo e Ambrogio Maestri, i baritoni che si sono alternati nel ruolo del “cattivo”  Scarpia, hanno invece nel complesso offerto una buona prova sia da un punto di vista scenico che da quello vocale; ancora più “cattivo” se possibile Maestri, con un timbro cupo e scuro che sapeva vibrare sia di  accesa sensualità che di malvagità bieca, davvero stupefacente per un cantante che si è distinto soprattutto in un personaggio del tutto diverso  - anche vocalmente – come Falstaff, basso baritono mentre Scarpia  è decisamente un baritono drammatico.

Lo spettacolo è stato decisamente e giustamente apprezzato dal pubblico, anche se certi “entusiasmi” un po’ a comando e fuori luogo per Giuliacci (almeno nella rappresentazione di sabato 25) hanno insinuato il  “malevolo”  sospetto della presenza di  una claque … o quantomeno di un gruppo di spettatori più amici del tenore che non dalla sana e autentica vocalità artistica.

 

 



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