Editoriale

Bambini che muoiono, l'orrore senza fine della barbarie

Se è vero che da sempre gli innocenti sono state vittime della crudeltà degli adulti, il pretesto religioso che muove i massacri di oggi è intollerabile

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

’ dal tempo mitico di Medea che si uccidono i bambini per vendicarsi degli adulti: il tempo mitico, il tempo che non ha passato, presente e futuro, perché le sue radici affondano nella coscienza dell’uomo universale. L’orrore della strage di Peshawar, la proliferazione di questi episodi di barbarie che inverano e attualizzano gli aspetti più tenebrosi del mito ci sprofonda nell’angoscia di un presente che sfocia nel Nulla.

In questo, come in troppi altri casi alla ribalta delle tragiche cronache odierne, l’aggravante consiste nel pretesto religioso (o preteso tale) accampato dagli assassini: ma quale Dio potrà giustificare (cioè: rendere giusto!) delitti preordinati con simile feroce freddezza? Nella storia, le stragi, anche di bambini (a partire da quella di Erode) sono state e sono tuttora una tragica costante, spesso considerata cinicamente alla stregua di un effetto collaterale di un più esteso conflitto (si pensi ai bombardamenti di Dresda e di Hiroshima); a Beslan (un altro luogo di martirio infantile) no, a Peshawar no (e proprio qui non è bastato a quegli innocenti essere di religione islamica). In questi casi, il bersaglio erano proprio loro, i bambini; come a Mosul, come in Nigeria, dove, se di vendetta si può parlare, la si deve ricollegare alle remote Crociate o al più recente colonialismo. Qui i bambini, nel nome di un’inaccettabile intransigenza religiosa, sono stati strumento di vendetta, di rappresaglia, quindi non persone, ma, appunto, strumenti.

Non-persona: la truce neo-lingua orwelliana ormai da troppo tempo da elaborazione concettuale si fa realtà crudele, nell’accerchiamento, nell’inseguimento, nella cattura, nello sgozzamento, nel tiro a segno di cui son fatte oggetto creature innocenti. Creature trasformate in macabri oggetti: tronconi senza testa, poltiglie sanguinolente, corpi carbonizzati. Cose inanimate. Si avverte l’angosciosa impressione della “novità” di una simile “cultura”, ma non è così. L’uomo ha in sé qualcosa di divino e qualcosa di ferino, ma troppo spesso, nella storia, il divino s’inabissa nelle coscienze: con il nostro “buonismo” occidentale sembriamo averlo dimenticato.

La vera “novità” allora sta nell’inedita riformulazione del confronto-scontro fra civiltà: da un lato, una civiltà ancorata a un passato di cui sembra voler ereditare soprattutto la vocazione a spargere sangue - il proprio e l’altrui – e volta ad un futuro di generalizzata sottomissione e ancora di sangue, nel nome di un Dio visto come totem sanguinario; dall’altro, una civiltà che del sangue e della morte ha paura, nel nome di un presente effimero eppure onnipervadente, percepito come disabitato da ogni soffio divino.

A dire il vero, anche nella nostra sfera geo-culturale muoiono bambini, e perfino si sono fatte leggi per impedire la nascita a quelli concepiti e indesiderati: per le malattie non ancora debellate, muoiono, per la follia di madri depresse, per gli incidenti stradali, che rappresentano l’ultima epifania di massa del sangue. E poi ci sono i bambini “lontani”, quelli che si lasciano morire di fame e delle più banali malattie, in ottemperanza alle ottuse abitudini allo spreco o alle Leggi di Mercato, che impongono di distruggere derrate alimentari dove sono “in eccesso”, senza sforzarsi di fornirle a chi ne avrebbe salva la vita. Certo, si tratta di morti incruente e comunque “invisibili”, esattamente come le sofferenze di coloro che sono relegati ai margini delle nostre città; sofferenze e morti che affiorano e ci commuovono per il tempo di un Servizio del tg, per poi ripiombare nel dimenticatoio dell’egoismo e del cinismo quotidiano.

Il discrimine allora sta nella speranza: la civiltà della Tecnica, della Finanza, dello Stato di Diritto, della religione timida ha molte pecche, ma può riformarsi, accettando le sfide della contemporaneità; la civiltà della barbarie disegna per sé un futuro di costrizione e di sangue, senza alcuna possibilità di riscatto. L’Islam – perché questo è il vessillo indebitamente agitato da questi assassini - è una grande religione, ma nei suoi governi e nei suoi fedeli è chiamato a scelte non ambigue: scelte che devono comportare una guerra senza quartiere – materiale e morale e religiosa – contro questi sedicenti “studenti del Corano”, che uccidono i bambini e, così facendo, preparano, per sé e per gli altri, un mondo futuro popolato di non-persone.

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    2 commenti per questo articolo

  • Inserito da daniele il 20/12/2014 00:04:10

    Leggendo l'articolo ad un certo punto pare che la strage l'abbiano fatta degli islamici ma i veri mostri siamo noi... Poi però, no; effettivamente la strage l'hanno fatta loro (e pare non ci fossero soldati israeliani nei paraggi). Perché l'islam, come vessillo, sarebbe agitato da quegli assassini "indebitamente"?

  • Inserito da protectthechildren il 19/12/2014 13:51:13

    Che emozione a leggere questo articolo, lo si legge con il groppo in gola… E il colto Del Ninno passa da Medea a Beslan (il cui orrore ancora oggi mi colpisce quando ci penso), da Erode ad Hiroshima con leggerezza e profondità. L’unica cosa che ci resta, è la speranza in Dio: tutto il resto, come giustamente dice Del Ninno, è in questa fase disgraziata della Storia dell’Uomo solamente un grande Nulla…

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