Una vera bomba da palcoscenico

Pergola: Servo per due, un ordigno a tutta scena. Ed esplode il trionfo

Nulla insomma era fuori posto: le scene, i costumi, le coreografie e le luci. Davvero uno spettacolo degno di Broadway, o meglio ancora della grande Pergola di Firenze. Repliche sino a domenica 1 dicembre:ore 20,45, domenica 15,45

di Domenico Del Nero

Pergola: Servo per due, un ordigno a tutta scena. Ed esplode il trionfo

Una vera bomba da palcoscenico. Servo per due, lo spettacolo  che da martedì sera incanta il pubblico del teatro fiorentino della pergola, è veramente pericoloso: il rischio è infatti quello di morire … dal ridere, soprattutto nel primo atto.

Difficile davvero darne una definizione univoca. O meglio: è teatro e il teatro quando è grande non ha bisogno di definizione. Forse non sarà uno spettacolo “impegnato”,  ma lo era per caso il suo remoto antecedente, quel  Servitore di due padroni ,  dell’avvocato veneziano Carlo Goldoni, che lo concepì in un primo momento come un “ibrido” tra  un canovaccio e un copione, tra la Commedia dell’Arte e quella che poi sarebbe diventata la “sua” riforma?

Un doppio adattamento: il commediografo contemporaneo Inglese Richard Bean scrive One man,Two Guvnors, riproposizione in chiave moderna del capolavoro goldoniano:  “E’ uno spettacolo pieno di gioia e di divertimento. Quando sono stato a Londra a vedere lo spettacolo, uscito dal teatro mi sono sentito soddisfatto: quello che avevo visto in scena mi aveva riconciliato con il teatro, proprio come spettatore”. Parola di Paolo Sassanelli, regista insieme a Pierfrancesco Favino dello spettacolo andato in scena in prima nazionale a Firenze. Ma lo spettacolo italiano è a sua volta un adattamento di quello inglese: “ Gli inglesi hanno adattato la storia negli anni sessanta, a Brighton, quindi stiamo parlando di un periodo in cui l’Inghilterra era trainante per la cultura: pensiamo, per esempio, alla musica dei Beatles, alla moda, a Carnaby Street …” e invece, dall’Inghilterra degli anni sessanta si passa, con un audace colpo di regia, all’Italia degli anni trenta,  in un periodo in cui l’Italia, dichiara Sassanelli, era centrale per l’Europa. E se può parere azzardato sostituire i Beatles con il Trio Lescano, è anche vero che quello fu il periodo d’oro della canzonetta italiana “Nonostante il manto oscuro del Fascismo che incombeva -  sente di dover precisare il regista – in realtà la gente, anche in maniera sotterranea, creava e si divertiva”.

Si potrebbe forse discutere su questo “in maniera sotterranea”, ma sarebbe del tutto fuori luogo: bisogna anzi dare atto ai registi di aver avuto la mano leggera nel …. colore nero, limitandosi a qualche tocco sobrio: del resto, siamo nel 1936, la marcia su Roma è ormai solo un anniversario e lo spettro micidiale della guerra ancora non compare.  Ma … e le battute?  Già Bean aveva adattato  le parole goldoniane all’umorismo inglese;  e gli ideatori Servo per due  (oltre a Sassanelli e Favino, Marit Nissen e Simonetta Solder), pur rispettando le linee dell’adattamento britannico, si sono sentiti liberi di aggiungere un colore e delle trovate tipicamente italiche.

Se qualcuno pensa che tante stratificazioni abbiano nuociuto allo spettacolo si sbaglia e non  poco. La cosa più straordinaria di Servo per Due è il perfetto equilibrio tra “improvvisazione” (che in realtà è mestiere sapientissimo che ha richiesto una lunga e accurata preparazione) e un meccanismo perfetto, in cui ogni cosa scatta al momento giusto. Varietà, musical, teatro di prosa, cabaret e persino vecchie comiche stile torte in faccia;  tutto confluisce in un gioco scenico senza intoppi né inceppamenti , il cui primo artefice è senza ombra di dubbio Pierfrancesco Favino, un moderno Arlecchino di nome Pippo che, come il suo “avo” goldoniano, si barcamena per placare l’assordante richiamo dello stomaco tra due padroni, che poi altro non sono che due sgangherati malviventi, Ludovico e Rocco; solo che Rocco è in realtà la sua “gemella” Rachele, per di più fidanzata di Ludovico.  Favino riesce veramente a risuscitare i fasti della secentesca commedia dell’arte: recitazione, mimica, arte dell’affabulazione e una simpatia irresistibile lo portano a fare del suo ruolo il collante di tutto lo spettacolo: ora cameriere pasticcione che fa letteralmente volare fuori di scena un suo vecchio e scassato  “collega”, ora improbabile ma efficace seduttore, ora credibilissimo morto di fame. E così la trama si rivela solo un esile pretesto per tutta una serie di scenette, siparietti e battute esilaranti scandite dalle celebri canzoni anni trenta ( Baciami Piccina, Pippo non lo sa, etc,) interpretate direttamente sul palcoscenico con straordinaria verve musicale e scenica da Musica da Ripostiglio, composta da quattro elementi che hanno curato anche gli arrangiamenti della canzoni.

Bravissimi anche gli altri interpreti, attori del gruppo” Danny Rose”: Fabrizia Sacchi, nel doppio ruolo di Rocco/Rachele, ora finto gangster un po’ pasticcione ora tenera innamorata; Pietro Ragusa, un Ludovico … villoso,  ora, compassato ora sospiroso; l’istrionico e imbranato Amerigo interpretato da Luciano Scarpa, solo per citarne alcuni.

Nulla insomma era fuori posto: le scene, i costumi, le coreografie e le luci. Davvero uno spettacolo degno di Broadway, o meglio ancora della grande Pergola di Firenze. E il pubblico, foltissimo al punto di non lasciare vuoto un solo posto, ha giustamente e doverosamente “ritmato” il trionfo.

Repliche sino a domenica 1 dicembre:ore 20,45, domenica 15,45 

 

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da piccolo da Chioggia il 28/11/2013 10:29:19

    bella cronaca! la vecchia pergola fu anche il teatro (se non mi inganno colla memoria) d'una primissima recita futurista nel lontano 1912 o intorno di quel tempo ante prima guerra. oggi con i trucchi di scena dell'avvocato venexiano ( in realtà di famiglia modenese) rivisti da un Britanno... c'è da divertirsi pare e dimenticare per un istante la poca cura che in molti lamentano della bellissima città granducale. quanto al divertirsi: vero è che il destino che sta per calare la sua spada sul tempo intorno al 36 è durissimo. ma la "joye de vivre" di allora è testimoniata da tantissimi. basti ricordare i colori degli aeropittori futuristi o le canzoni romantiche o anche i film d'atmosfera del tipo telefoni bianchi. forse è possibile dire: c'era, allora, la tenebra del destino che incombe ma non la cappa nebulosa asfissiante continua del moralismo e dello sfruttamento mascherato di produttività... sta di fatto che oggi "joye de vivre" è termine individuale. non collettivo. ma sono ipotesi da letture sparse. "joye de vivre" oggi comunque non se ne vede se non adornata da risate sguaiate che ti fan pensare se non sia una recita che vuol mimare una gioia che in realtà non c'è.

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