Orsola Nemi

Dall’infanzia in collegio all’incontro con H. Furst

Dopo aver lasciato le suore, un lungo periodo di studio e l’amore per un giovane americano. (2 Puntata)

di Francesca Rotta Gentile

Dall’infanzia in collegio all’incontro con H. Furst

Orsola Nemi

Del periodo giovanile trascorso in collegio presso le suore belghe di Badia a Ripoli (purtroppo interrotto prima del tempo in seguito alla morte del padre che lasciò la famiglia in ristrettezze economiche), Orsola Nemi conservava ricordi bellissimi. Le suore della Provvidenza dell’Immacolata Concezione erano ottime religiose impegnate a maturare nelle ragazze un cristianesimo convinto. L’anno scolastico iniziava ad ottobre con un ritiro di otto giorni in silenzio che dava la misura di un atteggiamento non incline a trasmettere una religione fatta di sdolcinatezze o eccessivi sentimentalismi , ma piuttosto intenta a coltivare nel cuore delle fanciulle la fortezza dello spirito, insomma cercavano di fornire quella sana formazione che sarebbe rimasta per tutta la vita e Orsola pianse molto quando dovette lasciare il collegio.

Dopo aver lasciato il collegio ritornò a La Spezia, dove abitò con la nonna ed una zia per due anni. Cominciava per lei un’altra vita, l’atmosfera era tranquilla, intima, raccolta; pochi amici, poche voci, un’immensa predilezione per il mare. Tante volte si incantava ad osservare i giochi delle onde ed un desiderio di evasione la prendeva tutta, mentre la fantasia galoppava lontano. Nessuno pensava a farla studiare. Tutti i giorni un’ora intera doveva leggere per la nonna. Era una cosa noiosissima per lei, leggeva anche per conto suo, ma poco, non appena poteva.

Interessante quanto si legge nel suo libro  Fuochi di paglia  datato 9 febbraio 1961:

«Di tutte le cose perdute colla gioventù quella che forse più rimpiango è la gioia della letteratura. Non sapevo allora in quale secolo fosse nato l’autore del libro che avevo tra le mani, quale posto gli avevano assegnato nella storia letteraria. Per me chi aveva scritto un libro era in ogni caso un essere sovrumano ed era anche una specie di amore contrastato. Molto spesso, infatti, il libro che ero riuscita prendere da uno scaffale o sopra un mobile, mi era vietato. Molto spesso mi veniva tolto prima che avessi finito di leggerlo. La mano tagliata di Matilde Serao, edizione Salani, fu addirittura tolto dalle mie mani senza darmi nessuna spiegazione. Scomparve prima ancora che mi fossi riavuta dalla sconvolgente meraviglia ispirata dalla bella mano ingioiellata e mozza, riposta dentro un astuccio rosso, quale appariva nella prima pagina. Ma v’erano libri permessi e questi mi davano felicità incalcolabile. Ricordo la fine di certi lunghi giorni d’estate passati a leggere. Risento quasi l’odore polveroso del sofà duro e verde dove ero stata sdraiata per tante ore, ritrovo il beato stordimento di quando alzavo gli occhi dal libro perché mancava la luce, e non distinguevo più le parole. Tutti, mi erano estranei intorno; soltanto l’aria odorosa e delicata che entrava dalla finestra mi piaceva. Andavo a letto stordita. Chissà perché, ero triste da morire e beata nello stesso tempo. Per la strada invidiavo le persone che vedevo uscire dal negozio del libraio col pacchetto quadrato dei libri. Quelli che mi regalavano, però per quanto mi sforzassi di leggerli lentamente, erano sempre troppo brevi, finivano subito. Quando annunciavo: ‒L’ho finito‒ mi sentivo rispondere con tono scoraggiato: ‒Ricomincia da capo‒. A nove anni lessi i Miserabili. Non riesco nemmeno con una sola parola ad accennare il meraviglioso caos che quella lettura produsse nel mio cervello. Per anni, i nomi, i fatti, e le persone di quel libro vissero dentro di me come i fantasmi abitano una casa; presenti sempre anche quando non si manifestano»

La prima volta che uscì dal collegio comprò dei libri di poesie; allora le sembrava che la sola cosa degna d’essere scritta fossero i versi; tutto il resto per lei era troppo volgare, in particolar modo il giornalismo.

Nella maturità vedeva i suoi anni giovanili come un cassetto in disordine, dove v’era di tutto. Era un’autodidatta, ma ha sempre scritto, fin da piccola; ancora bambina compose ad esempio la storia in terza rima del suo gatto. Aveva vent’anni quando sua madre prese alcuni dei suoi racconti e li inviò per un giudizio ad un amico di famiglia, il conte Lando Passerini, che abitava a Firenze. Passerini era un letterato e un glottologo e curava le edizioni di Dante e di d’Annunzio: lesse i suoi scritti ed esortò la mamma a farle riprendere gli studi, avendo riconosciuto in quel che scriveva «virtù native di scrittrice». Orsola ne fu molto felice. Un altro amico le presentò allora un giovane professore e questi cominciò a darle lezioni di italiano e di latino, le parlava soprattutto di scrittori moderni e le prestava libri. Lei fino ad allora non aveva letto altro che scrittori antichi e romanzi. In questo modo riuscì a formarsi una cultura vastissima. Conosceva bene il francese (le suore parlavano e pregavano in francese) così poté leggere facilmente molti autori d’oltralpe. Tuttavia quanto più conosceva le opere dei grandi scrittori, tanto più si consolidava in lei la convinzione che mai sarebbe stata capace di imitarli.

La sua attività di scrittrice incominciò negli anni ’20 in Italia c’era la «Ronda» e la «Fiera Letteraria» in Francia era il tempo della «Nouvelle Revue Française», era finita da poco la guerra, tutto era nuovo, o così sembrava. Tutto le interessava, leggeva ogni cosa avidamente, dai romanzi di Dumas alla bella prosa di Emilio Cecchi. Era un mondo nuovo per lei, godeva della lettura nella più totale e felice libertà culturale.

Passarono anni priva ma che osasse prendersi sul serio. Diceva che Leopardi le aveva insegnato che tanto più è alta la nostra idea dell’arte, tanto più è circoscritta, limitata, povera l’idea che abbiamo di noi stessi.

Era vissuta in un tempo in cui arte e poesia erano cose serie di cui avere rispetto, riservate a chi avesse vero talento perciò per oltre dieci anni, dopo quelle prime acerbe prove di ragazza, rinunciò del tutto a scrivere dedicando quanto più tempo poteva allo studio della letteratura, finché un giorno, sia pure con timore, sentì l’esigenza di cimentarsi nuovamente con la scrittura.

Cominciò con le poesie, che nel 1942 furono edite da Bompiani, sotto il titolo di Cronaca; poi scrisse un romanzo: Rococò. Non sperava nemmeno, vivendo in provincia senza conoscere nessuno, di trovare un editore, fu sul punto di chiudere il manoscritto in un cassetto e non pensarci più, ma nel 1938, un mattino, sfogliando il «Giornale di Genova», lesse il bando di un concorso per un romanzo, così tentò e mandò il suo manoscritto. Su settanta partecipanti fu uno dei quattro vincitori premiati nel febbraio del 1939.

Racconta Orsola a Elio Filippo Acrocca per i suoi Ritratti su misura di scrittori italiani:

«Nel novembre del medesimo anno lessi sulla «Fiera Letteraria» la richiesta di alcune annate arretrate della rivista: Io le avevo; scrissi offrendole. La persona che le cercava venne da me per ritirarle. Era il corrispondente letterario  per l’Italia del «New York Times», Henry Furst, che già viveva in Italia dal tempo di Fiume.»

Vale la pena ricordare brevemente chi fu Henry Furst, nato a New York l’11 ottobre 1893 studiò in America, a Ginevra, Berlino, Oxford. Nel 1916 venne in Italia, studiò diritto a Roma e letteratura a Padova, dove si laureò con la tesi sulla La Farsaglia di Lucano e la sua influenza nella letteratura europea. Fu segretario del regista Gordon Craig, consulente politico di Gabriele d’Annunzio, con cui partecipò all’impresa di Fiume. Fu critico letterario, giornalista, traduttore, scrittore. Conobbe e scrisse in inglese, francese, italiano, tedesco, danese, spagnolo, latino, greco e arabo.

Quando Orsola lo conobbe era un letterato americano innamorato dell’Italia, abitava a Recco in un torrione a picco sul mare, appena cominciarono a parlare dimenticarono la «Fiera Letteraria» e il motivo per cui lui era arrivato a La Spezia.

 Fu davvero singolare come primo appuntamento, lei gli parlò del romanzo che aveva mandato al concorso e gli confidò di avere nel cassetto un certo numero di poesie. Lui chiese di vederle, le trovò belle e le promise che avrebbe fatto qualcosa. Assetati d’arte, di pensiero, di bellezza, ben presto si trovarono amici.

2° puntata. Continua 

 

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