Maggio Musicale Fiorentino

Tutto il fascino della Mitteleuropa: Ariadne auf Naxos di Strauss seduce la platea fiorentina

Nella suggestiva cornice del teatro della Pergola, grande successo del capolavoro del musicista bavarese. Ottimo Daniele Gatti, compagnia di canto di grande livello.

di Domenico Del Nero

Tutto il fascino della Mitteleuropa: Ariadne auf Naxos di Strauss seduce la platea fiorentina

“Non come una servile imitazione, ma come un’ingegnosa parafrasi dell’antico stile eroico, intrecciato con lo stile dell’opera buffa. Così, nel maggio 1911, Richard Strauss scriveva al poeta e drammaturgo Hugo Von Hoffmannstahl  (1874-1929), nonché suo stretto collaboratore e librettista, a proposito della Ariadne auf Naxos, andata in scena in una prima versione nel 1912 e in quella definitiva nel 1916. Un contesto ormai di pieno crepuscolo del mondo e della cultura mitteleuropei di cui poeta e compositore già avevano dato un magistrale saggio con quel capolavoro assoluto che è il Rosenkavalier (1911). [1]Del resto, se il mito della infelice figlia di Minosse aveva radici antiche nella storia del teatro in musica – basti pensare alla purtroppo quasi totalmente perduta Arianna del sommo Monteverdi – l’intento dei due artisti era qui di mettere in comunicazione, e rendere organici , stili ed epoche diverse, con una cornice metateatrale molto cara agli decenni del Novecento (Pirandello docet).

L’opera è in scena in questi giorni al teatro della Pergola di Firenze, prodotta però dal Maggio Musicale Fiorentino come penultimo titolo operistico di un festival davvero di ottimo livello. Ariadne è sicuramente uno dei lavori più straordinari della produzione straussiana e del tetro musicale del XX secolo in generale, ma malgrado questo almeno in Italia non gode di grande popolarità né viene frequentemente rappresentata. Ma se soprattutto la prima parte, il prologo composto appositamente per l’edizione del 1916, può essere di difficile impatto, non ci sono dubbi che si tratti di un capolavoro che il Maggio ha fatto benissimo a riproporre.

La regia è affidata a Robert Hartmann, che già ha curato  per il Maggio il Fidelio andato in scena nel dicembre 2021. Un allestimento che coglie perfettamente, a nostro giudizio, quel “tempo misto” (come lo definirebbe Italo Svevo) che è una caratteristica precipua dell’opera. In sede di conferenza stampa, Hartmann aveva affermato: “ Andando più a fondo nella conoscenza dell’opera si realizza come siano importanti i dettami della musica d’intrattenimento, anche se non vanno ad influire sulla natura stessa di opera di Ariadne. Negli anni di composizione dell’opera le figure della commedia dell’arte tornarono molto popolari, inoltre: Strauss e von Hofmannsthall hanno cercato di unire tutte queste cose a loro vantaggio e a vantaggio del loro lavoro. Ariadne auf Naxos evidenzia inoltre la grande differenza fra performance e illusione, la commedia dell’arte stessa ha caratteristiche che le permettono di essere in contatto diretto con gli spettatori.”. E nel programma di sala aggiunge: “Nel prologo, un gruppo di personaggi discute di opera, arte e intrattenimento nel salone del ricco committente; la quarta parete è sempre lì ed il pubblico osserva nel modo classico. Nella seconda parte, l’opera vera e propria Ariadne auf Naxos rimane come intrappolata dietro la quarta parete, ma il gruppo di buffi personaggi attorno a Zerbinetta si rivolge direttamente al pubblico (…) la quarta parete per loro non esiste più”.

L’idea viene poi sviluppata nel complesso abbastanza bene: il prologo ci mostra un elegante salotto viennese protonovecentesco, con le immancabili opere d’arte contemporanee in bella vista; mentre nella rappresentazione dell’opera vera e propria l’ordine viene totalmente sconvolto : oggetti d’ogni sorta, palme e una grande scritta luminosa “Naxos”. Un plauso dunque per le scene di Volker Hintermeier, i rutilanti e fantasiosi costumi di Adriana Braga Peretzki e l’ottimo gioco di luci di Valerio Tiberi. Abbastanza curati i movimenti scenici: il prologo presenta una discreta confusione ad animazione (poteva forse essere ancora  più vivace, ma bene anche così); mentre la seconda parte si gioca sul contrasto tra i personaggi “buffi” della commedia dell’arte e quelli “seri” del dramma, in cui i primi si rivolgono direttamente agli spettatori.

Se la parte visiva si può definire nel complesso gradevole, quella musicale è senza dubbio di altissimo livello. Merito intanto di una direzione, quella di Daniele Gatti, che ha saputo rendere al meglio una partitura sicuramente molto “difficile” e complessa, pur essendo (o forse proprio per questo) concepita per una orchestra limitata a una trentina di elementi: un’orchestra barocca a cui si aggiungono strumenti estranei come l’arpa, l’harmonium, il pianoforte e le percussioni.  Il direttore principale del Maggio non aveva mai affrontato quest’opera e aveva dichiarato in proposito: “ “All’inizio, appena aperta la partitura, non riuscivo a trovare la chiave per ‘entrare’ in questo mondo nonostante Strauss faccia parte del mio repertorio da oltre trent’anni. Poi, con il tempo giusto e senza forzature, alle prime prove con i cantanti la sintonia con quest’opera è venuta fuori da sola. La qualità della compagnia, insieme al regista Hartmann, è davvero di un livello assoluto”

Regista e compagnia di canto a parte, non ci sono dubbi sul fatto che Gatti la chiave l’abbia trovata e come. Un perfetto equilibrio, nel prologo, tra “recitativo” (quello che Strauss chiamava konversation mit musik ) e concertazione, e in generale il perfetto equilibrio tra voce e orchestra, una straordinaria bellezza timbrica, la giusta sottolineatura di ogni tema evidenziando le numerose “reminiscenze “, mozartiane in primis ma non solo, la sottolineatura delle parti più intensamente liriche e alcune improvvise accensioni e scatti tipicamente straussiani: tutto questo caratterizza una lettura davvero emozionante ed entusiasmante, perfettamente assecondata da una orchestra come di consueto al meglio della sua forma.

Sicuramente Gatti ha poi ragione nell’elogiare la compagnia di canto: la parte vocale in quest’opera è straordinariamente complessa e variegata e con nette differenze tra prima e seconda parte. Per di più l’edizione fiorentina ha visto la forzata rinuncia della attesissima Jessica Prattnel ruolo di Zerbinetta, e di Jacoub Eisa nel ruolo di Truffaldin, entrambi a causa del solito covid; ma sono stati brillantemente sostituiti (nello spettacolo del 10 giugno, a cui la recensione si riferisce) da Gloria Rehme da Daniele Macciantelli.  Questo “incidente di percorso” che ha visto la sostituzione all’ultimo secondo di due ruoli uno dei quali fondamentale rende il risultato d’insieme ancora più straordinario e meritorio.

Nel prologo, un plauso va senz’altro al sovrintendente Alexander Pereira, che ha interpretato benissimo il ruolo recitante dell’Haushofmeister, del maggiordomo; una interpretazione per lui certo non nuova e in cui si muove con grande ironia e disinvoltura. E sempre per restare al prologo, ottimo sicuramente il Komponist (compositore), ruolo en travesti che non piaceva a Hoffmannstahl, del mezzosoprano canadese Michèle Losier. Il compositore è per certi aspetti il protagonista del prologo e la Losier lo affronta con un ottimo fraseggio e un timbro chiaro adatto a questa parte, oltre che con una buona recitazione. Il baritono austriaco Markus Werba è un musiklehrer (maestro di musica) di grande esperienza e spicca per un bel timbro scuro.

Per venire ai ruoli principali : il tenore AJ Glueckertsi disimpegna bene nell’ingrato ruolo di Bacchus,(tenor nel prologo)  dalla tessitura decisamente impervia: per questa parte entrambi gli autori pensarono infatti a un giovane tenore dalla vocalità lirica ed eroica, caratteristiche che si possono riscontrare – soprattutto la prima – nel tenore americano dotato di buona tecnica e mezzi vocali all’altezza, a partire dal volume.

Infine, i ruoli femminili. Il soprano Gloria Rehm è una specialista del ruolo di Zerbinetta e lo ha pienamente dimostrato: disinvolta nella coloratura e nelle agilità, la Rehm disimpegna perfettamente il ruolo, anche scenicamente, e con acuti luminosi e brillanti. La Ariadne del soprano Krassimira Stoyanova offre una Ariadne (primadonna nel prologo)  dolente e affranta, dotata di una buona tecnica vocale e di un discreto fraseggio che le consente di affrontare più che dignitosamente una parte senza dubbio arduo,  soprattutto nel lungo duetto finale con Bacchus. Un vivo plauso anche alle numerosi parti “minori”, tutte però preziose e indispensabili alla riuscita dello spettacolo: il brillante trio delle ninfe  Maria Nazarova  (Najade) , Liubov Medvedeva (Echo), Anna Doris Capitelli (driade), le ottime  “maschere”Liviu Holender  (Harlekin), Daniele Macciantelli (Truffaldin)  e Daniel Schliewa  (Brighella). Infine, cinque giovani e bravi artisti dell’accademia del Maggio, disinvolti sia sulla scena che nel canto: : Davide Piva (Ein Offizier), Antonio Garés (Ein Tanzmeister), Matteo Guerzè (Ein Perückenmacher), Amin Ahangaran (Ein Lakai) e Luca Bernard (Scaramuccio).   Grandi e meritati applausi per tutti da parte di un pubblico entusiasta (particolarmente calorosi per Gatti e per la Rehm), repliche il  13 e 16 giugno (ore 20) e 18 giugno (ore 18). Decisamente da non perdere.



[1] Per la presentazione dell’opera e dello spettacolo del Maggio cfr https://www.leomagazineofficial.it/2022/06/03/ariadne-auf-naxos-lopera-di-richard-strauss-al-teatro-della-pergola-per-il-festival-del-maggio-musicale-fiorentino/ 

Piaciuto questo Articolo? Condividilo...

Inserisci un Commento

Nickname (richiesto)
Email (non pubblicata, richiesta) *
Website (non pubblicato, facoltativo)
Capc

inserisci il codice

Inserendo il commento dichiaro di aver letto l'informativa privacy di questo sito ed averne accettate le condizioni.

TotaliDizionario

cerca la parola...