I misfatti del politically correct

IL KULTURKAMPF DELLA SINISTRA AMERICANA: il mito del piagnisteo che non finisce mai.

Riaffiora il fascino irresistibile del rivoluzionari da salotto

di Italo Inglese

IL KULTURKAMPF DELLA SINISTRA AMERICANA: il mito del piagnisteo che non finisce mai.

Smentendo il suo proposito di riunificare la nazione, Biden, non appena assunte le piene funzioni di presidente degli Stati Uniti, ha adottato una serie di provvedimenti in tema di ambiente, immigrazione e assistenza sociale di segno diametralmente opposto alla politica, rivelatasi peraltro efficace sul piano dell’economia e dell’occupazione, della precedente presidenza Trump. Questo atteggiamento divisivo, che pare influenzato dagli esponenti più radicali del partito democratico come Alexandria Ocasio-Cortez, rappresenta un oltraggio non tanto nei confronti di Trump quanto dei 75 milioni di cittadini americani (circa il 47% degli elettori) che lo hanno votato proprio per scongiurare l’avvento al potere della sinistra radicale.

La Ocasio-Cortez è affetta dalla psicosi che Robert Hughes ha definito “cultura del piagnisteo” e che Bret Easton Ellis ha recentemente descritto come una forma di vittimismo, esplosa durante l’era di Obama. Si tratta di un nuovo tipo di mania, generata da lamentati traumi subiti in passato, che giunge a designare come sessista o razzista chi non condivide la stessa insana visione del mondo manichea. Ma, per fortuna, ci sono ancora voci coraggiose e autorevoli, come quelle di Hughes e di Ellis, che si contrappongono a tale nuova forma di intolleranza, esercitata da una massa di odiatori, “aiutata da un disordinato incoraggiamento da parte dei media tradizionali” e, nondimeno, “percepita da molti come contraria al buonsenso, antirazionale e antiamericana” (B. E. Ellis, Bianco, Einaudi 2019, p. 253).

Ellis rimpiange il “tempo fatato in cui si potevano esprimere le proprie opinioni, renderle pubbliche e iniziare una vera discussione” (ivi, p. 191). Oggi non più perché, secondo l’autore di American Psycho, la cultura dominante, intrisa di superiorità morale, intollerante e autoritaria, pretende di includere chiunque nello stesso schema mentale, nel conformismo di un’ideologia secondo cui tutti dovrebbero pensarla allo stesso modo, e demonizza coloro che si oppongono a tale omologazione. Ciò – sostiene Ellis – costituisce una sorta di “fascismo progressista”, che si pasce di stereotipi moraleggianti e ostenta il proprio sentirsi virtuoso, che è cosa ben diversa dall’essere virtuoso.

Nel Kulturkampf scatenato dalla Sinistra, il lessico assume una valenza determinante: certe parole vengono orwellianamente bandite dal vocabolario perché giudicate politicamente scorrette; altre, anche di nuovo conio, sono promosse con una martellante propaganda, sul fallace presupposto che i cambiamenti di nome siano in grado di modificare la realtà. Con altrettanto accanimento vengono propalate false verità, che, a furia di essere ripetute, si autenticano, si autoconfermano. La libertà di espressione, frutto di secolari lotte contro l’intolleranza e la censura, è così coartata. Del resto, oggi sembra che di fatto abbia perso il rango di diritto fondamentale.

Nell’epoca dell’eclissi dei valori, il “cambio di paradigma” viene idolatrato come valore in sé, indipendentemente dai risultati. Riaffiora il “fascino irresistibile” dei rivoluzionari da salotto, ridicolizzati da Tom Wolfe – un’altra voce americana non conformista – nel suo famoso pamphlet intitolato Radical Chic. A costoro lo scrittore Giacomo Papi fa dire: “Abbiamo aspettato per tutta la vita la Rivoluzione francese, ma quando è arrivata gli aristocratici eravamo noi” (Il censimento dei radical chic, Feltrinelli 2019, p. 70). L’illusione progressista, l’idolatria del divenire, collide con la coscienza della realtà, immutabile al di là delle apparenti trasformazioni, che emerge tra gli intellettuali più avveduti: “Non siamo mai stati migliori di quello che siamo e non saremo migliori di quello che eravamo”, afferma Joan Didion (The White Album, il Saggiatore 2015, p. 75).

Amanda Gorman, la Greta della poesia, alla cerimonia di insediamento del presidente Biden ha giustamente definito gli USA “a nation unfinished”. Come ha osservato Robert Hughes, l’America è infatti “un’opera collettiva dell’immaginazione il cui farsi non termina mai” (La cultura del piagnisteo, Adelphi 2003, p. 30). Tuttavia, Hughes avverte che l’ideologia sta logorando quel senso di collettività e di rispetto reciproco che ha amalgamato le diverse componenti della società statunitense, quel “sogno americano” testimoniato da Norman Rockwell nelle illustrazioni che ritraggono una nazione in movimento, fondata sulla condivisione degli ideali di libertà, democrazia, tolleranza, decoro e patriottismo.

La Sinistra si ostina a non comprendere che, nonostante il suo battage propagandistico, c’è in America un’ampia area dell’elettorato la quale ritiene che lo Stato esiste in funzione del cittadino e non viceversa e che continuerà a battersi strenuamente contro l’aumento della pressione fiscale e il dilagare della criminalità. Esiste una vasta porzione della popolazione la quale crede che le differenze tra etnie, nazioni, culture sono profonde e insuperabili e non accetterà mai la spaventosa idea progressista dell’inclusione di tutti a ogni costo (fatta eccezione per chi la pensa diversamente) né di sottomettersi al marxismo rinascente sotto la maschera del multiculturalismo. Tale opposizione sarà tanto più irriducibile quanto più l’establishment cercherà di imporre le proprie scelte prescindendo dal consenso democratico. E sarà disposta anche a votare uno strano personaggio col ciuffo arancione pur di contrastare le tendenze eversive della natura umana e della ragionevolezza.

 

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Giuseppina ANITA il 01/03/2021 12:47:59

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