Editoriale

La sindrome di M.me Curie

Simonetta  Bartolini

di Simonetta  Bartolini

a sindrome di M.me Curie è quello stato patologico della società che costringe le donne a dimostrare di essere cento volte migliori degli uomini per poter emergere, imporsi, essere considerate. È una vecchia storia, nota, dibattuta, lamentata (dalle donne) e come tutte le cose drammaticamente vere e indiscutibili, nascosta sotto il tappeto di un dibattito sulla parità di genere che è tramato di falsi buoni propositi, di ipocrisie politicamente corrette, di distraenti rivendicazioni.

M.me Curie, come tutti sanno, si guadagnò due premi Nobel, il primo fu ritirato dal marito che pur riconoscendole il merito delle ricerche nel discorso di accettazione del premio a Stoccolma, la relegò di fatto al ruolo di comprimaria, il secondo, morto l’amato coniuge, andò lei stessa a ritirarlo per quanto, anche quella volta, la prestigiosa accademia le avesse fatto sapere che non sarebbe stata “necessaria” la sua presenza.

Erano i primi anni del ‘900 e la questione femminile per quanto già sollevata dalle prime suffragette rimaneva un fatto marginale, quasi folclorico, di scarsa importanza.

Quel che colpisce della storia della scopritrice del radio e del polonio non è solo la discriminazione che neppure gli straordinari risultati raggiunti nella fisica e nella chimica riuscirono a risparmiarle, non sono le difficoltà che dovette superare per riuscire a lavorare in un campo considerato esclusivo appannaggio maschile, non sono i giudizi sferzanti che la accompagnarono per gran parte della sua vita da parte di chi le rimproverava un carattere ruvido, poco femminile e perciò doppiamente riprovevole e tale da meritarle la marginalizzazione dal mondo accademico. Si tratta di una storia di oltre cento anni fa e allora le cose andavano così per le donne. E c’è poco da stupirsi o da indignarsi.

Quel che stupisce e sconforta della storia di questa donna straordinaria è la sua attualità.

Sono passati più di cento anni da quando Marie Curie dovette dimostrare al mondo delle scienze (e non solo) di essere degna di considerazione, è passato oltre un secolo da quando una donna straordinaria dovette guadagnarsi il Nobel per due volte e in due campi diversi (mai successo fino ad allora e mai più ripetuto) per veder scritto il proprio nome nell’albo d’oro della storia, per ottenere l’attenzione del mondo della scienza.

Eppure l’albo d’oro della Storia è pieno di nomi, nella stragrande maggioranza maschili, il cui valore è di molte misure inferiore a quello di Marie, e se la dama del radio non avesse raggiunto vette inaccessibili ai colleghi maschi mai sarebbe approdata a veder scritto il proprio nome fra i grandi della scienza.

Da allora niente è cambiato nella sostanza, mentre tutto si è modificato nelle forme.

Sulla vera questione femminile è stato deposto un pesante tappeto di ipocrisie e belle parole, false promesse e detestabili solidarietà finalizzate ad avvolgere le donne in una rete di promesse e attenzioni che sembrano avere il solo scopo di confondere, placare, distrarre.

Da cosa? Dal potere.

Il potere, quello vero, non quello apparente, deve rimanere in capo agli uomini che di volta in volta ne  cedono una piccola parte, non essenziale, alle donne ricompensandole della magna pars che mantengono salda nelle loro mani con la esagerata solidarietà in battaglie di poca significanza.

E allora tutti solidali con le donne nella rivendicazione della declinazione al femminile dei sostantivi che determinano le professioni. Ma certo cambiamo il vocabolario maschilista che contempla solo ministro e introduciamo ministra (se poi c’è un’orribile assonanza con minestra chi se ne frega, anzi meglio, loro sono contente così) adottiamo avvocatessa, magistrata, presidentessa, rettrice, e via femminilizzando. L’importante è che i ministeri, gli studi legali, la carriera in magistratura, o quella accademica di vertice sia saldamente in mano agli uomini.

Sono poche le donne ai vertici di certe professioni? Per arrivarci devono dimostrare di essere cento volte migliori di un collega uomo che già ricopre quel ruolo? Che importa, si tratta di aspettare (come il presidente Wilson diceva alle suffragette che invocavano il diritto di voto: aspettate non è ancora tempo), aspettate ma intanto, care donne, godetevi la declinazione al femminile, noi siamo solidali con voi!

Non è vero! Gli uomini vogliono solo continuare a giocare il grande gioco fra loro come facevano da piccoli quando scacciavano le femminucce mentre giocavano con le pistole o i soldatini o le macchinine. Vai a giocare con le bambole! Le femmine sono noiose, non si può fare la lotta con loro, poi piangono.

Già era vero, e fra bambini potrebbe essere comprensibile, peccato che una volta cresciuti e divenuti uomini nessuno (o pochissimi) di loro è maturato, se da piccoli le bambine erano fastidiose perché concepivano diversamente il gioco, da adulti esse sono diventate delle pericolose rivali nel grande gioco.

Quel che maggiormente dispiace in questa situazione è che le donne si sono lasciate turlupinare; si sono accontentate di concessioni formali, senza vedere che era un sistema per continuare a tenerle ai margini.

Non sottovaluto alcune importanti conquiste, come l’attenzione portata sulla violenza contro le donne, le campagne di sensibilizzazione di questi anni sono state importanti e necessarie. Ma si tratta di una politica della difesa del bene essenziale della vita, che francamente è il minimo sindacale in una società!

Non sottovaluto neppure molti errori fatti dalle donne, la campagna del me-too contro le molestie sessuali è stata una solenne porcheria che ha condotto le donne a chiedere una tutela a posteriori contro attenzioni non richieste e subite quando avrebbero dovuto ciascuna combattere contro la formula moderna dello ius primae nocti nel momento in cui ne erano fatte oggetto. Troppo facile e perfino vigliacco rivendicare la propria virtù dopo averla ceduta in cambio di quel che desideravano! Troppo facile e alla fine, diciamolo senza infingimenti, controproducente.

Non si tratta di alzare steccati fra donne e uomini, non si tratta di additare al pubblico ludibrio comportamenti riprovevoli ex post. Fermo restando, certo, che nessuna donna deve mai più permettere ad un uomo di ricattarla sessualmente.

Quel che non può funzionare è lo stato di guerra fra i sessi, con tutto quel che uno stato di belligeranza comporta: nessuna ragionevolezza, colpi bassi inferti da ambo le parti, inimicizia costante e soprattutto una maggiore concentrazione del potere in mano agli uomini che si sentono minacciati da querele al limite dell’assurdo.

Confesso di avere una scarsa stima nel genere maschile (con le dovute eccezioni naturalmente) quando si tratta di gestire ruoli e potere nella società. Su di loro mi sembra che faccia aggio da una parte la ferma determinazione a non cedere quel che è sempre stato in mano loro, dall’altra una predisposizione psicologica a non evolvere dalla condizione infantile del gruppetto virile che condivide giochi, emozioni, gusti e disgusti e tiene lontane le femmine che sono altro da loro.

In questo senso quanto più il discorso si sposta nell’ambito di un contesto sociale colto, quanto più le donne sono sottoposte ad un processo di emarginazione tanto più detestabile quanto più esso è mascherato da condiscendente accettazione e formale condivisione delle rivendicazioni femminili.

Quanti uomini conosciamo che brandiscono la bandiera delle pari opportunità, molti, fanno parte delle commissioni in difesa delle donne, gestiscono o partecipano alle giornate contro la violenza di genere marciando con le colleghe in prima fila, sono degli straordinari compagni di strada nella battaglia a favore dei diritti delle donne. Poi… poi quando si tratta di gestire il potere le porte della loro disponibilità si chiudono e la donna torna nel ruolo di “vivandiera”, ovvero di supporto logistico, di collaboratrice magari stimata e apprezzata quando è brava, ma sempre uno scalino sotto il gruppo dirigente che rimane maschile, che coopta altri uomini anche se c’è una donna con più titoli, più intelligenza, più preparazione.

Niente da fare il grande gioco, come quelli infantili, rimane in mano alla solidarietà virile, all’amicizia fra uomini che quando c’è da giocare con i soldatini non vogliono femminucce intorno.

Piaciuto questo Articolo? Condividilo...

Inserisci un Commento

Nickname (richiesto)
Email (non pubblicata, richiesta) *
Website (non pubblicato, facoltativo)
Capc

inserisci il codice

Inserendo il commento dichiaro di aver letto l'informativa privacy di questo sito ed averne accettate le condizioni.