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Apologia di Enea: da pius a fellone? semplicemente assurdo!

Lo scrittore Mario Farneti, che inizia la sua prestigiosa collaborazione con la nostra rivista, ribatte alle tesi di Mario Lentano, sostenute sul Corriere da Paolo Mieli: Enea sarebbe stato un traditore.

di Mario Farneti

Apologia di Enea: da pius a fellone? semplicemente assurdo!

Lo scorso 23 novembre, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Paolo Mieli nel quale, condividendo l’opinione del filologo e umanista Mario Lentano, (Enea, l’ultimo dei Troiani il primo dei Romani, Salerno Editrice 2020) sostiene che Enea sia stato un traditore. Sappiamo che non esiste prova che Enea, figlio della dea Afrodite e dell’umano Anchise, sia mai fisicamente esistito, se non nel mito divulgato poi nell’Iliade e che ha trovato seguito nell’Eneide di Virgilio. Tuttavia già alcuni secoli prima dell’opera virgiliana, all’eroe troiano, principe dei Dardani, fu attribuito l’onore di progenitore di Roma e a suo figlio Iulo di aver dato origine alla Gens Iulia destinata a fondare l’Impero. Enea appartiene per questo motivo alla Storia di Roma e rappresenta per certi versi Roma stessa. Affermare che sia stato un traditore, delegittima un culto multisecolare e abbatte Roma dalle fondamenta. Nessuna opera concepita sotto l’aquila di Roma, nessuna conquista avrebbe il crisma della legittimità essendo macchiata da una sorta di “peccato originale” che nega l’ascendenza divina dell’Urbe e la riduce a semplice fenomeno terreno, degno al più di essere vivisezionato dagli studiosi in senso materialistico. Sebbene il mito di Enea sia un artifizio letterario creato forse dallo stesso Omero o da chi si celava dietro allo pseudonimo, non lo è tuttavia nella dimensione esoterica e insieme mitologica e religiosa, prevalenti nell’Iliade e nell’Eneide. Dimensioni che hanno dominato il pensiero umano per molti secoli, incidendo profondamente sulle azioni e sulla psiche di un popolo intero e dei maggiorenti. Il  mos maiorum che fu una sorta di via romana alla virtus, un vero Bushido occidentale, viene disintegrato, poiché fondato sullo stigma del tradimento. L’intero costrutto della virtus del civis romanus, viene intaccato, non trovando più alcun riferimento etico nella tradizione fin dalle origini. Sembrerebbero poca cosa le parole di Mieli, tuttavia sortiscono un impatto devastante. Così come i demolitori di statue d’Oltreoceano, Mieli si accinge ad abbattere un gigante non più materiale ma spirituale con una sola parola, letale e fulminea come il proiettile dalla fionda di David: tradimento, creando un vuoto che attende di essere colmato dal Great Reset, foriero per l’umanità del Novus Ordo Saeculorum.

Il culto di Enea risale nel Lazio ad almeno il VII secolo  a.C.  A Lavinio infatti si trova il tumulo di Enea, l’Heroon che fu abbellito nel IV secolo a.C. e dove confluivano le genti per onorare le spoglie del dardano eroe. Gli arredi della tomba rinvenuti dagli archeologi, fanno pensare a un personaggio importante, forse un rex sacerdos.

Chi ospitasse davvero il tumulo non è altresì importante, tuttavia lo è il fatto che il popolo vi identificasse la presenza non solo materiale ma soprattutto spirituale del semidio Enea. E’ questa la dimensione che si perde nell’articolo di Mieli e anche nel saggio di Lentano, quest’ultimo però giustificato in parte dalla necessità di dare una puntuale veste scientifica e documentale alla sua opera.

Per spiegare meglio l’origine delle contraddizioni presenti nella narrazione, esaminiamo la genesi dell’Iliade. Nell’antichità i poemi venivano cantati o declamati dagli aedi, una sorta di bardi che si spostavano di corte in corte. E’ ormai assodato che l’Iliade e l’Odissea derivino dalla tradizione orale tramandata proprio da questi personaggi la cui ispirazione era connessa con la sfera divina ed essi stessi venivano considerati “invasati”, posseduti da un dio. Ogni aedo, vigendo la trasmissione orale, si valeva della memoria; tuttavia essa talora vacillava lasciando il campo all’invenzione estemporanea. Esisteva tra le altre, anche la preminente necessità di adattare il racconto al rango degli ascoltatori, persino re o principi che, fatto non trascurabile, versavano infine un emolumento all’aedo, tanto più consistente quanto il suo racconto aveva soddisfatto le aspettative dell’uditorio. Per raggiungere questo risultato era necessario modificare alcune parti della narrazione anche attraverso assonanze, toponimi, genealogie ed eventi frutto di subitanea invenzione.   

Personaggio importante nella redazione dell’Iliade è anche il rapsodo che agiva in modo analogo all’aedo con una caratteristica che lo differenziava da questo e su cui è bene soffermarsi. La parola rapsodo ha origine infatti dal verbo greco ῥάπτειν (raptein = cucire), che lo qualifica come un “cucitore di canti”. Ai rapsodi viene attribuita anche la “cucitura” degli inni che precedevano nell’Iliade alcune parti del poema vero e proprio.

E’ evidente perciò come l’Iliade sia una sorta di patchwork letterario non sempre omogeneo derivato da una annosa elaborazione di miti, leggende, teogonie, teomachie, quasi sempre frutto d’invenzione.

Il passo incriminato dal quale ha origine il sospetto del tradimento da parte di Enea a scapito dei Troiani è contenuto nel capitolo XIII dell’Iliade. Idomeneo, valoroso guerriero cretese, protetto da Posidone, uccide Alcatoo, cognato di Enea che aveva allevato da piccolo, spezzandogli il cuore con la lancia. Per questo motivo Deifobo, figlio del re Priamo va in cerca di Enea affinché si unisca a lui per vendicare la morte del cognato ma “…lo trovò che stava nell’ultima schiera: / sempre infatti adirato egli era con Priamo glorioso / perché pur eccellendo tra i prodi, non era onorato / da lui. Gli s’avvicinò e gli disse veloci parole: / O Enea, consigliere dei Teucri, ora proprio bisogna / che tuo cognato difenda, se provi dolore per lui”.

Lentano giudica l’atteggiamento del principe troiano contrario all’etica guerriera omerica “secondo  la quale un eroe dimostra il proprio valore schierandosi tra quelli che combattono in prima fila, davanti a tutti gli altri”.

Tuttavia alla richiesta di Deifobo, il Dardano non oppose un rifiuto e si unì a lui per raggiungere Idomeneo e ucciderlo. E’ Idomeneo stesso, in un passo successivo, a dare la cifra del valore di Enea: “Qua amici me difendete che sono solo: assai temo / Enea che avanza lesto di piedi e ora mi assale, / egli che in battaglia assai forte è a falciare guerrieri / e il fiore ha di giovinezza, che è la forza più grande”.

Rispetto al passo incriminato, sono lecite alcune riflessioni. E’ fuori di dubbio che Enea fosse in attrito con il re Priamo, perché “pur eccellendo tra i prodi, non era onorato da lui”. Il mancato riconoscimento del proprio valore che doveva essere accompagnato da incarichi sacerdotali, lo fa adirare, tanto che non s’impegna in battaglia ma rimane nella retrovia. Questo comportamento  non costituisce affatto la prova che Enea fosse pronto a tradire Ilio per ottenere dagli Achei quegli onori che Priamo gli negava ma appare più una mossa politica. Forse non condivideva le idee di Priamo sulla condotta della guerra e voleva con ciò richiamare l’attenzione del re affinché ascoltasse le sue ragioni. Ben lungi dal tradirlo!

Iniziativa più clamorosa che rasentava il tradimento l’attuò invece Achille nel campo avverso per motivi ben più futili. Adirato con Agamennone per averlo costretto a  consegnare la bella Briseide, ritirò i Mirmidoni dalla guerra e col suo comportamento “…agli Achei inflisse affanni infiniti…”.

Nell’ambito della costruzione dell’Iliade appare chiaro come sia frutto di un “lavoro con le pezze” derivato dalla opere dei rapsodi, giustapposte e integrate nel tentativo spesse volte mal riuscito, di cucire un racconto organico. L’episodio anzidetto potrebbe appartenere a un altro ciclo eroico mai pervenutoci, nel quale Enea svolge un ruolo diverso ovvero potrebbe essere un tentativo, poi accantonato, di dare risalto a vicende divenute in seguito superflue nell’economia della narrazione.

Anche dalle parole di Achille, nel canto XX, prima del duello con Enea non si ricava la certezza del tradimento. Non dimentichiamoci che sono parole pronunciate da un nemico che ha interesse a screditare l’avversario, sfruttando le maldicenze che corrono da un campo all’altro: “Perché tanto avanti alla massa, gran tratto correndo, ti sei / fermato? Contro di me  a combattere il cuore ti spinge / sperando di regnare fra i teucri che doman cavalli / sul trono di Priamo? Ma, ammesso che tu mi uccidessi, / non per questo darà in mano a te Priamo lo scettro; / infatti ci sono i figli: è savio, non fuori di senno.”

Enea gli risponde a tono: “Pelide, già non pensare di spaventarmi a parole, / come fossi un bambino, poiché so bene anche io / pronunziare parole offensive e vanterie.” Poi più avanti lo ammonisce: “Potremmo infatti a vicenda dirci infiniti improperi, / che il peso non ne reggerebbe una nave di cento remi. / Pronta è la lingua degli uomini,  vari ne sono i discorsi, / e il pascolo delle parole è vasto in un senso e nell’altro.”

In questo contesto Lentano, imitato da Mieli, ha inteso insinuare un’accusa temeraria, per dimostrare un teorema costruito a bella posta con lo scopo di gettare discredito sul mito della fondazione di Roma.

Non esiste infatti prova, dalle parole di Omero, che Enea avesse intenzione di tradire Priamo per passare poi nel campo avverso, ma che solo “pronta è la lingua degli uomini…”.

Né è plausibile che la frase di Posidone nel canto XX: “sì la potenza di Enea, regnare or dovrà sui Troiani  / e sui figli dei figli suoi, quanti poi ne verranno”, lumeggi la volontà di Enea di attuare un colpo di Stato per deporre Priamo o la sua stirpe con l’aiuto e il benestare degli Achei. L’esito della guerra era ancora incerto e Ilio sarebbe potuta uscire vittoriosa. Solo in caso di vittoria e non di rovina della città, Enea avrebbe infatti potuto pretendere il trono, con l’aiuto di quegli dèi a lui favorevoli e non degli Achei, che avevano tutto l’interesse a cancellare Ilio dalla faccia della Terra, come poi avvenne.

Ci informa poi Lentano che un certo Menecrate di Xanto la cui collocazione storica è abbastanza vaga e va dal V al II secolo a.C., scrisse nelle “Cose di Licia” del tradimento di Enea. L’opera, andata perduta, fu commentata in alcune parti da Dionigi di Alicarnasso ma solo per confutare la tesi del tradimento. Afferma il fantomatico storico in un frammento tramandato proprio da Dionigi: “Ilio fu presa, perché consegnata da Enea ai nemici: …Enea infatti, poiché non era onorato da Alessandro ed era anche stato escluso dalle cariche sacerdotali, rovesciò Priamo e, comportandosi in questo modo, era divenuto uno degli Achei.”

Su Menecrate tuttavia pesa il sospetto - e lo afferma lo stesso Lentano - che fosse legato al re Pirro durante la guerra contro i Romani e che volesse diffamarli divulgando una “fake news” ante litteram.

Per quale motivo Mieli dà così ampio risalto a un divulgatore di fole, quando anche lo studioso lo liquida come largamente inattendibile? Menacrate di Xanto è uno storico marginale e di infima caratura, forse lo pseudonimo di un calunniatore seriale.

E’ noto poi che i personaggi dell’Iliade siano guidati dagli dèi che stabiliscono l’esito delle battaglie e infine della guerra e il destino dei mortali. Perciò l’insinuazione di Lentano che nel Laocoonte di Sofocle Enea apparisse “…un disertore, deciso a sottrarsi con la fuga a una lotta della quale intravedeva con disincantata lucidità l’esito fallimentare”, appare ingiustificata perché egli seguì la volontà di Afrodite suggerita al suo antico amante Anchise padre dell’eroe. Quale dignità concedere a un uomo che non segue il volere degli dèi? Anche in questo caso l’autore e Mieli stesso dimenticano la dimensione magico-sacrale che determinava l’agire degli eroi dell’Iliade e più in generale degli uomini dell’antichità.

Superfluo dilungarci poi sull’Eneide di Virgilio che è l’esaltazione del mito di Enea. Il poeta respinge le accuse di codardia e tradimento  lanciate da Turno re dei Rutuli, il suo più tenace avversario, proprio con lo scopo di contestare le dicerie sviluppatesi nel corso dei secoli che accusavano l’eroe troiano di diserzione e tradimento. L’affermazione di Lentano, che Mieli fa sua, di “una maldestra exscusatio non petita”, è invece un chiaro monito a quei detrattori che, attraverso un’opera di subdola delegittimazione, intendevano colpire in maniera indiretta il principato di Augusto, cui l’Eneide era dedicata.

Nel poema virgiliano è poi irrilevante nell’ottica del tradimento, l’episodio nel quale Enea spiega alla regina Didone la provenienza di alcuni gioielli che intende donarle. Racconta l’eroe di averli “strappati” ai vincitori, cioè agli Achei. Lentano prende a pretesto questo particolare per adombrare il sospetto che costituissero “il premio riconosciuto dagli Achei a Enea in cambio del suo tradimento”. Non è ridicolo che prima si accusi Enea di voler diventare addirittura re di Ilio per poi vendersi agli Achei per una manciata di luccicanti monili? Anche in questo caso è evidente il tentativo di diffamarlo.

Lentano si sofferma poi su un’altra opera del tardo impero, scritta forse dopo la caduta dell’Occidente, la “Storia della distruzione di Troia scritta di suo pugno da Darete Frigio”. L’autore si accredita falsamente quale testimone oculare della guerra di Troia, sebbene, come afferma lo studioso, non se ne trovi traccia in alcun documento dell’antichità a dimostrazione che si tratta di un personaggio inventato, come lo è il fortuito ritrovamento del manoscritto in una libreria di Atene da parte dello storico e biografo Cornelio Nepote. Seppure la Storia abbia avuto una fortuna immeritata nei secoli, esiste il grave sospetto di aver avuto origine in ambito cristiano: la nascente religione monoteistica aveva interesse a denigrare gli eroi pagani. L’opera scaturisce forse dagli stessi ambienti che non avevano avuto scrupolo a uccidere proditoriamente in battaglia Giuliano Imperatore e a massacrare straziandola, la sapiente Ipazia.   

Quasi all’inizio del suo saggio, Lentano fa inoltre un’affermazione che ci lascia attoniti: “…quello che sta davanti ai nostri occhi è un mito, nel quale nessuna variante è più vera delle altre e tutte godono del medesimo diritto di trovare cittadinanza nel nostro racconto.” Se l’asserto può apparire verosimile nell’ambito strettamente filologico non ha alcun senso in quello antropologico. Il mito di Enea non visse solo nell’Iliade o nell’Eneide ma prosperò e si diffuse al di fuori di queste opere, tanto da costituire parte rilevante del patrimonio sacrale dei popoli latini che ne adottarono il culto. E in questo caso, sulla fredda scienza prevale il calore del sentimento religioso che ha promosso Enea a mito immortale.

Il teorema di Mieli riguardo al tradimento dell’eroe troiano appare dunque, come tutti i teoremi precostruiti, inquinato da una malcelata volontà di distruggere il mito delle origini di Roma o di ridimensionarlo alla stregua di un “romanzo criminale” di bassa caratura nel quale un sordido malandrino riesce a farsi strada con l’inganno usurpando il titolo di progenitore di una città.  Che non fu mai una comune città ma la Città per antonomasia. Il suo Impero si estese dalla Britannia al Golfo Persico e l’Occidente è tuttora debitore a Roma  per i doni di civiltà che gli ha trasmesso.

A dispetto di chi vuole demolirne il retaggio, Roma rifulge nei secoli come dea potente e radiosa, suscitata dalla maestria di Quinto Orazio Flacco nell’invocazione all’almo Sole: “…possis nihil urbe Roma visere maius

 

I passi dell’Iliade sono tratti dall’edizione a cura di Mario Giammarco, Newton Compton Editore.

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