Editoriale

Emergenza pandemia e le regole necessarie. Perché non le rispettiamo? Di chi è la colpa?

Simonetta  Bartolini

di Simonetta  Bartolini

è colpa mia se quando la guerra scoppiò avevo 12 anni […] per tanti giovani come me la guerra rappresentò quattro anni di grandi vacanze”. Lo scrive Raymond Radiguet, nell’incipit del suo celeberrimo romanzo, pubblicato nel 1923, Il diavolo in corpo. Per i giovani dell’inizio del secolo scorso la Prima Guerra fu anche una lunga drammatica vacanza, vacanza dai doveri, dalla scuola, dalle regole che altrimenti avrebbero scandito la loro adolescenza.

Posto che l’attuale pandemia non è paragonabile alla guerra (ha ragione il mio amico Marco Cimmino, studioso della Grande Guerra che lo protesta da facebook con l’irruenza che gli è propria), perché la guerra significa fame, servizi ridotti sotto il minimo accettabile, mentre noi siamo solo costretti a stare a casa con cibo, internet, tv, e tutti i confort che le generazioni vissute durante le guerre non avevano. Posto questo, l’emergenza di cui oggi siamo vittime ha un’affinità con lo stato di guerra di tipo psicologico.

Tanti, troppi giovani (ma anche troppi adulti) non riescono ad adattarsi alle regole imposte dal governo per cercare di contenere il contagio: le scuole sono chiuse, e il loro riflesso pavloviano li fa sentire automaticamente in vacanza, e la vacanza significa libertà, e la libertà non contempla l’obbligo di segregazione. Anzi.

Intendiamoci l’automatismo dell’equazione: niente scuola=vacanza=libertà riguarda anche quella, niente lavoro=vacanza=libertà, credo sia un motivo per cui non si riesce a far rispettare le regole.

Si potrebbe rimediare facilmente se non ci fosse un altro motivo, più inquietante e se vogliamo più profondo e inestirpabile nonché difficilmente modificabile, legato alla particolare perspicuità della nostra società: la sostanziale anarchia ideologica delle generazioni di quelli che hanno dai 40 anni in giù.

Per lungo tempo nessuno ha più educato nessuno al rispetto dell’autorità, e dunque delle regole che da questa autorità venivano emanate non per il gusto di esercitare un qualche potere, ma semplicemente perché esse sono necessarie a far funzionare il consesso civile. E infatti da tempo non funziona più quasi nulla di quello che invece dovrebbe sostenere la nostra società.

Quante volte abbiamo letto sui giornali, ascoltato dai talk show, verificato personalmente, o peggio in quanto insegnanti  vissuto sulla propria pelle, il disagio (per usare un eufemismo di grado assai lieve) dei docenti di non poter gestire i bimbi delle elementari, e poi delle medie, e del liceo e via salendo a causa della strutturata intromissione dei genitori per i quali i pargoletti (dai sei ai venticinque anni) erano sempre vittime di educatori carnefici rei di dare troppi compiti, pretendere la disciplina, imporre delle regole? Infinite volte.

E infinite volte autorevoli commentatori, hanno stigmatizzato il malcostume dei più giovani genitori non solo di non impartire ai pargoli alcuna educazione, ma di ostacolare, anzi impedire, che un minimo di questa venisse data per loro conto almeno dagli insegnanti.

Tutte chiacchiere inutili, perché, al di là dello stigma di alcuni, nessuno ha mai pensato di intervenire, anzi –poiché le scuole di ogni ordine e grado sono state trasformate di fatto, se non di diritto, in imprese commerciali affidate a pseudo-manager con il dovere di dimostrare di avere tanti studenti per accedere ai fondi statali in maniera più consistente– i presidi si sono, nella maggioranza dei casi, alleati con i querimoniosi genitori  contro i loro docenti più severi. Perché la famiglia di un allievo è un cliente della scuola e non si deve rischiare di perderne nemmeno uno, esattamente come un supermercato non può permettersi di veder ridotti gli acquirenti per la vera o presunta ruvidezza di una cassiera o di un addetto di fronte alla maleducazione dei clienti.

Il risultato è da tempo sotto gli occhi di tutti, la scuola non ha più il compito di educare e formare buoni cittadini dotati di un’adeguata alfabetizzazione, ma è un parcheggio –abilitato ad impartire una qualche istruzione e chi desideri averla– destinato a permettere alle famiglie di recarsi al lavoro senza il problema di gestire i figli.

Per carità, il mondo è cambiato, se un tempo bastava uno stipendio, oggi una famiglia senza le entrate di entrambe i genitori non sbarca il lunario e di conseguenza la scuola è un supporto fondamentale in questa dimensione obbligata. Ma questo dovrebbe essere una motivazione in più a permettere alla scuola anche quella supplenza educativa che la famiglia non può per ragioni indipendenti dalla volontà di dare.

E invece no. I giovani genitori sono, dunque, tutti degli squinternati incapaci pappemolli, arroganti e presuntuosi? Non credo, anche se per lungo tempo confesso di averlo pensato.

Il motivo affonda le sue ragioni nel tempo.

Bisogna risalire agli anni ’60, più o meno –i processi di radicamento sono lunghi e ora ne vediamo i risultati, ahinoi stabilizzati– quando fu introdotta una, questa sì, squinternata ideologia dei diritti e una malintesa interpretazione della libertà.

Cominciarono oltre 50 anni fa i pedagogisti progressisti a contestare il valore educativo delle fiabe. Guai a raccontare ai bambini storie destinate a provocare la paura, guai a creare nelle piccole menti tabù politicamente scorretti. Il bambino deve crescere in una atmosfera di assoluta solarità, serenità e amena incoscienza. Perché narrare la storia di una bambina che disobbedendo alle raccomandazioni della mamma passa per la strada del bosco e incontra il lupo con quel che ne consegue?

I poveri piccoli ne potrebbero essere segnati a vita, e addirittura arrivare a temere i pericoli che chi ha più esperienza di loro gli impone di evitare.

Imporre, che brutta parola! il bambino deve raggiungere la consapevolezza al netto di ogni autorità e paura. Dunque bando ad ogni fiaba che educhi ad aver paura dell’uomo nero, dell’orco, dell’allettamento seducente; guai a mostrare loro, sia pure per metafora fiabesca, che a far male si subisce una punizione, un castigo tanto tremendo quanto inevitabile.

Ma questo fu solo l’inizio, con il passare del tempo, sempre in nome della tutela del bambino (non che i piccoli non debbano essere tutelati, ma il concetto di tutela è stato malinteso e travisato) lo Stato entrò con prepotenza nelle famiglie in veste di assistenza sociale. Lo scapaccione educativo fu messo al bando e addirittura punito con una denuncia penale al pari di un maltrattamento.

Non si educa con la violenza ma con la persuasione! Già provate voi a persuadere con la parola un bimbo di tre anni che non deve fare una determinata cosa per il pericolo che ne può conseguire o semplicemente perché  ci sono regole che devono essere rispettate! Ovviamente non si può.

E allora ai poveri genitori non è rimasto altro che soprassedere. In bimbo fa una bizza, urla e disturba i vicini, se non si convince a smettere con oculato ragionamento l’alternativa è lasciarlo fare o esaudire la sua pretesa per quanto assurda o magari pericolosa.

Se per caso si prova ad allungargli un sano scapaccione, il rischio di essere denunciati per maltrattamenti è dietro l’angolo: arrivano i servizi sociali e ti tolgono il figlio del quale ti sei dimostrato così indegno (poi magari lo affidano ad una struttura chiamata Hansel e Gretel che, guarda caso, prende il nome da una fiaba dove due fratellini vengono allettati dalla casetta di marzapane di una seducente buona vecchietta pronta ad lusingarli e che si trasforma orribile strega che li vuole mangiare! Mi sono sempre chiesta il perché della scelta perversa di tale nome)

A questo punto ci possiamo stupire se in emergenza pandemia i giovani e gli adulti non rispettano le regole? E chi ha insegnato loro il valore delle norme, della disciplina, dell’autorità?

Stiamo pagando un prezzo, alto e doloroso, di un sistema pedagogico demagogico, dissennato e criminale, sappiamo chi ringraziare, e speriamo che quando tutto sarà finito ci serva da lezione.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Damiano il 20/03/2020 19:48:13

    Ringraziamo anche il legislatore che, nel 2013, ha sostituito l'antico concetto di potestà, evolutosi nel corso del tempo, con il reboante concetto di responsabilità genitoriale - figura che si afferma debba essere (caspita!) esercitata, quando, propriamente, si esercita un potere o un diritto -, mostrandosi così allergico alla tradizione e sospettoso del principio di autorità, di cui la potestà era naturale strumento per il suo degno esercizio.

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