Teatro della Toscana

Il veleno del potere, della gelosia e della vanità: lo straordinario re Lear di Glauco Mauri

Pubblico in piedi al teatro della Pergola di Firenze per le ovazioni al grande attore protagonista. Ottimo lo spettacolo nel suo complesso, sia per la regia che per gli interpreti.

di Domenico Del Nero

Il veleno del potere, della gelosia e della vanità: lo straordinario re Lear di Glauco Mauri

Cala il sipario su Lear ormai immobile e sconfitto: il vecchio sovrano ha il volto della disperazione ma soprattutto di una stanchezza terribile, di chi ormai ha sceso uno per uno tutti i gradini della degradazione umana: dai fastigi del trono agli abissi della follia e del dolore. Ma è un attimo, è quando si riapre la tela l’applauso scrosciante del pubblico, con molti spettatori che si alzano giustamente in piedi, restituisce a Lear il volto di Glauco Mauri, stanco ma ancora ricco di energia: quell’energia appassionata che per quasi tre ore è riuscito a trasmettere dalle quinte sino all’ultimo e più remoto posto di galleria del teatro della Pergola di Firenze. [1]

Trionfo di Glauco Mauri? Senz’altro, si potrebbe dire che quest’attore che compirà 90 anni il prossimo autunno sia una vera forza della natura: se, restando in tema di Shakespeare, un ottuagenario Verdi creò insieme a Boito quel miracolo artistico che è il Falstaff, così si può dire che il quasi novantenne Mauri ha dato vita a un Re Lear che resterà memorabile nella storia del teatro.  Ma non si è trattato comunque soltanto dell’assolo di un grande virtuoso; tutta quanta la compagnia ha contribuito a fare di questa edizione un grande spettacolo. Se Mauri è stato un protagonista d’eccezione, gli altri non sono rimasti certo in ombra.

La regia di Andrea Baracco, con le scene e i costumi di Marta Crisolini Malatesta prende le mosse dalla traduzione di Letizia Russo, ridotta e adattata dallo stesso regista e da Mauri. “ Ci  sono tanti luoghi nel testo di Re Lear, interni, esterni, momenti nella tempesta e situazioni più domestiche, personaggi che si muovono nella brughiera… il tentativo è stato di racchiudere tutti questi elementi in uno spazio prettamente simbolico (…) ci siamo appoggiati a un elemento ferroso della scenografia per rimandare alla barbarie e alla violenza insite nell’opera. Una scenografia che potesse essere anche luccicante, simbolo della situazione di pericolo in cui si trovano inevitabilmente tutti i personaggi” – dichiara il regista.

Baracco sceglie dunque il criterio della atemporalità: una struttura in ferro con due piani, a cui si accede tramite due scalinate o un ascensore interno. Una residenza senza però nessun segno particolare, luogo da cui i personaggi vanno e vengono spesso irrompendo sulla scena dalla platea. In cima alla struttura una scritta a grandi lettere mobili, King Lear, che si aprono e si chiudono a seconda delle vicende del protagonista. Il gioco di livide luci  di Umile Vainieri contribuisce a creare una atmosfera angosciosa; i video di Luca Brinchi e Daniele Spanò animano ulteriormente la scena, soprattutto con la suggestiva e potente tempesta del terzo anno.  

I costumi sono quasi sempre moderni, soprattutto quelli maschili: abiti da sera o bizzarri come quelli del Matto e di Edgar dopo che si è dato alla fuga. E la follia, tema centrale dell’opera, è sicuramente quello più evidenziato in questa messa in scena: non solo quella che colpisce il vecchio re o quella, lucida e razionale, del Matto. Essa connota il dramma sin dall’inizio, dalla decisione di Lear di abdicare dividendo il regno tra le figlie; follia è quella di Edmund, che nella sua brama di riscatto sociale in quanto figlio naturale, costruisce una trappola diabolica da cui lui stesso finisce poi stritolato; e quella di suo padre, il conte di Gloucester, che si lascia irretire al punto dal perseguitare l’altro suo figlio, Edgar, che pur fingendosi folle riesce a conservare la sua razionalità; e quella di due delle figlie di Lear, travolte prima della brama del potere e poi dalla lussuria. Questa impostazione si riflette nella recitazione dei personaggi che finiscono alla fine per diventare marionette allucinate, prigioniere di un destino che hanno provocato loro stessi.  Conflitto generazionale, forza diabolicamente corrosiva del potere contribuiscono a fare di questo dramma uno dei sommi capolavori del bardo di Stratford, e bisogna dare atto alla compagnia Compagnia Mauri Sturno, che con il teatro della Toscana ha prodotto l’allestimento, di averli perfettamente evidenziati.

Mauri dunque dà vita un personaggio tutto chiuso nel suo egoismo, a cui il tempo ha portato la vecchiaia ma non la saggezza: chiuso nella propria vanità non riesce a capire che l’unica figlia che davvero lo ama è quella che ignora la subdola arte dell’adulazione, la Cordelia di Emilia Scarpati Fanetti. La degradazione del re comincia si può dire sin dalla prima scena e Mauri registra con grande abilità il passaggio dalla follia del potere alla pazzia vera e propria che colpisce il sovrano quando si vede umiliato e respinto proprio dalla due figlie che ha beneficato. La Goneril di Linda Gennari e la Regan di Aurora Peres sono due personaggi di buona efficacia drammatica: passano infatti dalla strisciante adulazione all’arroganza alla sfrenatezza, senza eccessi e sempre restando credibili. Certo, tutto il dramma è giocato su un tipo di recitazione “alta”, a tratti anche “gridata” senza però mai scivolare nell’eccesso o tantomeno nell’istrionismo: sono sia l’opera stessa che l’impostazione dello spettacolo a richiederlo e gli attori vi si prestano con grande maestria, buona dizione e sempre restando credibili, anche (e soprattutto) nella follia.

Così altra ottima interpretazione è quella di Roberto Sturno nel ruolo del conte di Gloucester, il protagonista del secondo filone narrativa della tragedia: anche Gloucester subisce una caduta per la sua ingenuità, ma come Edipo è proprio nella cecità che comprende il suo errore e può trovare il suo riscatto. Il personaggio di Sturno riflette questa dimensione di forza e di fragilità, di debolezza e di dignità nella fedeltà al proprio re.

Buone anche le interpretazioni degli altri personaggi: il savio Matto di Dario Cantarelli, l’Edgar di Francesco Sferrazza Papa, personaggio davvero a tutto tondo che si trasforma – anche nell’aspetto esteriore – da giovane ingenuo a uomo saggio e avveduto, che sa simulare la pazzia nell’attesa della vendetta, o meglio della giustizia: un giovane attore che ha dato prova di ottime capacità, come anche l’Edmund di Aleph Viola, sorta di suadente Jago che si insinua negli affetti paterni scacciandone il fratello e nei cuori  delle due malvage figlie di Lear, causandone la rovina. Di buon livello anche gli altri ruoli.

Spettacolo decisamente da vedere, anzi da non perdere, che si impone per la sua forza e per l’eccezionale carica emotiva.

Prossime repliche: fino al 19 gennaio (riposo lunedì 13 gennaio). Feriali ore 20,45, festivi ore 15,45; la recensione si riferisce alla prima di venerdì 10 gennaio).



[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr. http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=9225&categoria=1&sezione=8&rubrica=8

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