Editoriale

La scuola Holden diventa laurea triennale e ingaggia Watson, peccato manchi Sherlock Holmes

Considerazioni inattuali sulla letteratura

Simonetta  Bartolini

di Simonetta  Bartolini

eggo su D di «Repubblica», il settimanale al femminile del quotidiano diretto da Verdelli, un articolo dedicato ad una nuova realtà accademica nata a Torino, diretta filiazione della scuola di scrittura Holden fondata da Alessandro Baricco, si chiama Holden Accademy e viene definita la prima laurea triennale in scrittura d’Europa.

Premetto che non ho niente contro le scuole di scrittura, anzi, se aiutassero gli aspiranti scrittori a sfornare almeno un buon prodotto (come avviene in America dove la scrittura creativa da tempo viene insegnata nelle università) ne sarei ben lieta e consiglierei tanti sedicenti scrittori delle nostre lettere di fare un corso intensivo per evitare di scrivere cose come: «Era più giovane dei suoi ventidue anni» (M. Missiroli, Fedeltà, Einaudi, 2019, p.3, cinquina del premio Strega!). Come si fa essere più giovane della propria età anagrafica? Si può “sembrare”, “apparire”, “comportarsi” in maniera difforme da quel che si “è” come realtà effettuale (età anagrafica), è ontologicamente impossibile essere diversi da quel che si è ovvero in questo caso più giovani della propria età anagrafica! (certo i filosofi potrebbero eccepire e potremmo aprire un dibattito infinito non privo di interesse, ma poiché escludo che l’intento di Missiroli fosse di calibro filosofico, si può serenamente concludere che ha scritto una sciocchezza, anzi aggiungerei sommessamente che ha scritto una frase in aperto conflitto con la grammatica, la sintassi e il buon senso).

Nello stesso modo sarebbe da evitare di abbandonarsi – in nome, credo, della bistrattata “licenza poetica”– a espressioni dal timbro futuristeggiante (il futurismo la cui cifra è quella marcata da d’Annunzio nel parlare di Marinetti definito «Cretino fosforescente») creando libere associazioni fra nomi, aggettivi, verbi, che hanno il solo fine di far sollevare il sopracciglio al lettore ben educato (letterariamente intendo) e ad aprire praterie di incontinenza grammaticale e sintattica nel lettore meno avveduto. Mi riferisco a espressioni come: «Il suo corpo etereo è controbilanciato da una folta chioma nera, lucida, e da una grande Barba color castagna che sembrano zavorrarlo in cielo» (preclaro esempio di inversione semantica visto che si zavorra per andare giù, non per andare su!); oppure come questa: «Vittoria nostra, scrive, non sarai mutilata. L’espressione comincia già a circolare sulle bocche dei soldati non ancora smobilitati e, come in un’inquietante profezia autoavverantesi, nel giro di pochi mesi diviene realtà.» Leggete con attenzione, e chiedetevi: che vuol dire? La risposta è facile e potrebbe darla anche uno studente delle medie (a parte quell’ “autoavverantesi” che gli richiederebbe un supplemento di inchiesta in qualche dizionario): come in un’inquietante profezia nel giro di pochi mesi diviene realtà. Basta togliere l’autoavverantesi, e tutto risulta chiaro. Ma lo scrittore vuole marcare la propria cifra intellettuale, non crederà il lettore di cavarsela con una frase semplice priva di quella cifra intellettualistica che rende l’autore (a proposito egli è Scurati e il libro è il premiatissimo «M» per entrambe le citazioni poste rispettivamente a p. 77 e 51) un essere superiore! e allora infiliamo un avverbio, un aggettivo, qualcosa insomma che metta il lettore al suo posto, in basso nella scala gerarchica della società letteraria.  Com’era banale Petrarca che usava aggettivi così semplici e poco intellettualistici quando scriveva «Chiare, fresche e dolci acque..», neppure un superlativo era in grado di esprimere quel poetucolo di sonetti, macché, “chiare, fresche e dolci”, tutto qui, roba da droghiere di provincia!

Va bene mi sono fatta prendere la mano e ho perso di vista il tema dal quale ero partita, questo non sarà un articolo breve, incisivo, ficcante, che va dritto al sodo: roba breve che si legge velocemente altrimenti il lettore di annoia e se ne va. Va bene lettore, vattene pure, di fesserie brevi ficcanti ed efficaci ne potrai trovare a bizzeffe nel web come nella carta stampata; questo, lo confesso, è uno sfogo: inattuale (perché lungo e pieno di digressioni) e reazionario (perché non sopporto più la letteratura contemporanea che ha tradito il suo mandato di bellezza, armonia e poesia).

Questo è lo sfogo di un’apocalittica semi-integrata che vorrebbe tornare al piacere della letteratura, e al dovere dei letterati di rispettare un codice (un tempo si chiamava canone, ma si è perso con Bloom), un’etica, una moralità (per carità, parlo di etica e moralità almeno delle forme perché di quelle dell’antifascismo, unica moralità e etica a cui tutti si adeguano, ne abbiamo piene le tasche). Una letteratura che sia pedagogica, ebbene sì l’ho scritta questa parola terribile che il secondo dopoguerra ha cancellato nell’ignominia, una letteratura che insegni il bello il buono, il giusto come valori universali e non come riferimento transitorio di un’epoca politicamente corretta.

Ecco, adesso sapete con chi avete a che fare, quindi se vi fa schifo o non vi interessa, e siete arrivati fin qui per curiosità, o gusto del pericolo, mollate pure, chiudete la pagina e passate ad altro. Se siete cultori della letteratura contemporanea dei premi Strega lasciate perdere, quel che scrivo non è roba per voi, inutile perdiate tempo.

Torno alla scuola Holden, dove peraltro non mi stupirei insegnassero anche i succitati Missiroli e Scurati, anzi alla laurea triennale della Holden.

Come dicevo l’idea della scuola di scrittura mi piace, e mi è sempre piaciuta, anche se preferirei una scuola di lettura e di scrittura perché non si può imparare a scrivere se non si impara a leggere  (circa una ventina d’anni fa, poco più, poco meno, Giovanna Querci Favini, discreta scrittrice per i tipi di Marsilio, creò a Firenze una scuola di lettura e di scrittura, non ebbe fortuna perché non costava niente e soprattutto non aveva l’ambizione di creare nuovi scrittori, ma solo di offrire una formazione, roba poco seducente).

Mi piace anche l’insegnamento di scrittura creativa a livello accademico, ormai siamo così pieni di lauree professionalizzanti che formare dei professionisti della letteratura non è disdicevole. Quindi tutto bene per quanto riguarda la Holden di Torino? No, per niente.

Intanto la Holden scuola di scrittura a suo tempo fondata da Baricco non mi piace perché è elitaria, e le élite ammesse sono quelle dei soldi, visto quanto costa, a quanto si legge dall’articolo di Repubblica D anche la laurea triennale deve essere assai costosa. Dunque per imparare i ferri del mestiere di scrittori si deve essere ricchi? O magari appartenere al club esclusivo degli amici della Holden scuola? O Magari meritarsi una borsa di studio in nome di quali qualità?

Non credo nell’istruzione di massa ma neppure nelle conventicole, nei club letterari ecc.

Ma passiamo oltre, si dirà che si tratta di un primo passo poi l’accademia si aprirà a simili esperienze e ne troveremo piano piano in tutti gli atenei d’Italia.

Quel che mi ha veramente inquietato dell’articolo suddetto è la presenta di una tale Watson, che non è il dottore amico di Sherlock Holmes (ma evidentemente la scelta del nome lo richiama e capirete perché) una specie di robottino, un’intelligenza artificiale che avrà il compito di registrare tutte le lezioni, discussioni, scambi fra studenti e docenti per allestire un data base di nomi di opere e scrittori ricorrenti per capirne le frequenze.

Pare si tratti di un lavoro che darà risultato alla fine del triennio (per completezza ovviamente) quando si saprà se i neolaureati della nuova Holden si metteranno un diploma in tasca senza magari aver mai sentito parlare di Tomasi di Lampedusa, o di Papini, o magari di Lucio d’Ambra, o di Bontempelli, o Beltramelli e via dicendo.

Certo, quanti laureati in lettere si portano a casa una laurea magistrale con le stesse lacune? Tantissimi, quindi perché lamentarsi della Holden che almeno ha creato un sistema per  verificare l’esistenza di questi vuoti?

Perché il sospetto è che tale data base finirà per essere “autoavverantesi”, ovvero sarà di fatto non il monito ad allargare il ventaglio delle presenze, una volta verificate le assenze, ma piuttosto il suggerimento a limitare entro un letterariamente corretto il recinto di autori ed opere degni di essere insegnati, dei quali parlare e discutere.

Aggiungo un’ultima considerazione: è ovviamente impossibile parlare di tutti, insegnare tutto, l’accademia dovrebbe insegnare un metodo piuttosto che delle nozioni destinate fatalmente ad essere dimenticate, vale se si insegna la storia della letteratura o se si insegna la scrittura creativa, e allora come si lega il metodo da trasmettere ai futuri scrittori con la presenza dei nomi degli scrittori di cui si o non si discute o parla?

Delle due l’una: o Watson è inutile, o ideologicamente dannoso.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Enrico il 20/03/2020 19:55:47

    È passato un bel po’ di tempo da quando Romano Bilenchi se la prese con l'Italia "consumista e sorda, piena di libri inutili senza poesia e senza neppure un pezzetto di cuore". Lo stesso Bilenchi criticò “Un ciclone chiamato Titti”, scrivendo: “È vero, il suo romanzo (se così si può chiamare) è scritto in maniera pulita; ma questo, a mio parere, non basta per essere pubblicato”. ("Gina Lagorio, La scrittura tra arte e vita" - a cura di L. Clerici – Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2010, p.XII). Che dire, poi, di cose come: «Era più giovane dei suoi ventidue anni»? Oggi abbiamo le lauree brevi, che certamente servono a parcheggiare giovani e a dare un posto a diversamente giovani, ma anche in quelle in cui si studia e si lavora sodo temo anch'io che nessuno riesca ad avere un’età diversa da quella anagrafica. Forse l’età dipende dal merito personale? A dar retta a Coco Chanel, questa dipendenza varrebbe solo per le donne: “Una donna ha l'età che merita” sentenziò, ma si sa che i grandi stilisti sanno bene il fatto proprio. Consideriamo piuttosto l’osservazione di Silvana De Mari, a proposito di una presunta “macchia indelebile” nella storia di un grande giornalista: “Nei Paesi tropicali molto poveri una trentenne sembra una quarantenne, ma una sedicenne sembra una sedicenne e il matrimonio precoce è una delle maggiori cause di mortalità da parto neonatale” (“La Verità”, 28 gennaio 2020).

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