Editoriale

Qualunque imbecille e l'abilità che manca

Che noia, che barba, che noia siamo un paese ridotto a scimmiottare Casa Vianello

Simonetta  Bartolini

di Simonetta  Bartolini

he noia, che barba, che noia! Ormai la celebre esclamazione di Sandra Mondaini in Casa Vianello, sembra essere diventata il motto araldico di quest’Italia alla deriva, dove quando va bene si ascoltano banalità, quando va male… be’, lasciamo perdere.

Impossibile indignarsi, non perché non ce ne sia motivo (vogliamo parlare del recente caso della casa alla ex-ministro Trenta? del collasso economico che l’ex Ilva di Taranto infliggerà al paese grazie a decisioni squinternate? Degli oltre cento tavoli aperti sulla questione del lavoro di cui nessuno di quelli che dovrebbero si sta occupando? ecc. ecc. ecc.), ma perché quel che si sente in proposito negli innumerevoli talk show, sui giornali (e non parliamo dei social dove anche le persone più intelligenti sembrano abdicare e si trasformano in Napalm 51) riduce problemi che farebbero tremare le vene ai polsi a nazioni ben più corazzate e solide della nostra a chiacchiericcio superficiale dove la polemica sta nelle parole, nell’invettiva gratuita, nella falsa indignazione (“mi faccia parlare”, “non mi interrompa”, “ritorna il fascismo/razzismo et simila”, il governo è legittimo perché si vota ogni cinque anni, Salvini e il Papete, Conte e la pochette, Di Maio steward allo stadio, Renzi e lo “stai sereno”) ma idee vere non se ne vedono, figuriamoci soluzioni.

Maffeo Pantaleoni, che era un economista di un altro tempo, un’altra generazione, un altro secolo diceva che qualunque imbecille può inventare e imporre nuove tasse, l’abilità di chi è preposto a governare sta nel ridurre le spese lasciando servizi efficienti. Ovviamente occorrono competenza, preparazione, studio, esperienza, maturità, intelligenza.

Mutatis mutandis l’assunto di Pantaleone lo si può applicare in vari ambiti: qualunque imbecille può fare una riforma della scuola, l’abilità sta nel fare in modo che a scuola si continui a poter insegnare e imparare mantenendo invariato il rapporto fra docenti e discenti; qualunque imbecille può scrivere un romanzo, la vera abilità è fare letteratura; qualunque imbecille può cambiare le regole per andare in pensione, la vera abilità è risparmiare senza condannare gli anziani all’indigenza.

Devo continuare? Se volete divertirvi trovate tutti i rapporti che volete fra l’imbecillità e l’abilità, ne avrete di che passare una serata, e non so se vi basterà.

Il problema è che la parte di imbecillità oggi è non solo predominante, ma quel che è peggio è oggetto di discussione: quella tassa sì, quella no; quella è efficace l’altra è una tassa etica; il problema è che le tasse devono essere abbassate, non scelte e le risorse devono essere trovate ridisegnando un sistema scialacquatore che non funziona.

Idem per la cultura: non si tratta di discutere se quel romanzo è piacevole, o noioso, se è trendy, o tradizionale, se è innovativo, o vecchia maniera; si tratta di capire se di quel romanzo si poteva fare a meno, o se si tratta di un testo essenziale che aggiunge qualcosa al pantheon dei capolavori della letteratura. Certo, direte voi, i capolavori nell’arco di un secolo si contano sulle dita di una mano, e poi ci vuole tempo perché essi siano riconosciuti come tali, per non parlare del fatto che tanta produzione letteraria anche nei secoli più felici della cultura non è assurta ai fasti del capo d’opera. Vero, però riflettete sul numero esorbitante di romanzi prodotti negli ultimi decenni, riflettete su quanti titoli di opere che avete letto incautamente qualche anno fa oggi avete dimenticato perché niente vi hanno dato (se non, nel migliore dei casi, qualche ora di gradevole intrattenimento) e niente vi hanno lasciato. E poi riflettete su quanti senza averne titolo, e soprattutto senza aver niente da dire oggi si improvvisano romanzieri.

Qualche decennio fa la mia generazione era stata educata al culto della competenza. Per fare politica (ovviamente non solo quella, ma tutto) occorreva una formazione apposita (fatta nelle scuole di partito, nelle università, o semplicemente cominciando come galoppino di un politico navigato rubando con gli occhi e con la testa gli insegnamenti che si potevano imparare: pratica, pratica, pratica) oggi qualunque imbecille (cito Pantaleone!), può improvvisarsi politico, amministratore della cosa pubblica, ma noi ci indignamo se non sa l’inglese! L’inglese? È la conoscenza di una lingua straniera che fa il buon politico, il buon amministratore, il buon ministro?

Dunque se Di Maio impara l’inglese diventa un buon ministro degli esteri? e Renzi? dopo aver imparato la lingua di Trump (non quella di Shakespeare, perché l’importante è comunicare in una lingua franca concetti elementari come la qualità della lingua del 90% dei parlanti l’inglese) è diventato un buon politico al punto che è stato mandato a casa perché gli italiani hanno votato contro un referendum che aveva più aspetti positivi che negativi pur di toglierselo dai piedi!

Ma ci facci il piacere, avrebbe detto Totò.

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