Maggio Musicale Fiorentino

Ridi Pagliaccio e ognun t'applaudirà. E il pubblico fiorentino ha applaudito con entusiasmo.

Il dittico noi due quattro e Pagliacci vede il trionfo dell'opera di Leoncavallo grazie a un'ottima regia e un ottimo cast. Applausi, ma qualche contestazione, per l'opera contemporanea.

di Domenico Del Nero

Ridi Pagliaccio e ognun t'applaudirà. E il pubblico fiorentino ha applaudito con entusiasmo.

Semplicemente grandioso.  Il dittico Noi due quattro- Pagliacci si è rivelato davvero uno spettacolo da tutto esaurito e se non vi è dubbio che sia stata la seconda opera a fare la parte del leone, anche la prima, opera contemporanea in prima assoluta, aveva una sua ragion d’essere e soprattutto era perfetto l’abbinamento con il capolavoro di Leoncavallo. Gelosia e adulterio ai tempi di internet e del delitto d’onore: un modo per vedere come in poco più di un secolo siano radicalmente cambiati civiltà e costume e anche i ruoli nella società, ma i moti dell’animo umano restino più o meno gli stessi.  Un’altra scelta oculata di una direzione artistica che si rivela ancora una volta caposaldo fondamentale dell’eccellenza del teatro fiorentino.

“Abbiamo immaginato una musica che canti l’horror vacui di una umanità ridotta a mera funzione di consumi, virtualità, beni di lusso, mezzi di comunicazione, sorda alle sorti del mondo, cieca di fronte alla tragedie dei suoi simili, che veleggia inebetita, anestetizzata, verso la catastrofe”. Così il compositore Riccardo Panfili parla della sua nuova creazione che prendendo spunto da un episodio realmente accaduto, mette in scena un ambito decisamente estraneo ai palcoscenici operistici : quello delle chat erotiche e del mondo virtuale in genere. L’idea di per sé non era certo malvagia, anzi: se è vero che la passione amorosa è l’essenza stessa della storia del melodramma, non si vede perché un’opera contemporanea non possa e non debba prendere in esame le forme, anche estremamente degenerate, in cui si presenta oggi.[1] Forse buona parte del pubblico avrebbe fatto volentieri a meno di sentire parole come culo e scopata, che senza dubbio appartengono a quel contesto, ma forse si potevano anche evitare: anche Verdi disse che Violetta era una prostituta (anzi, a onor del vero usò un termine assai più forte!) ma in una lettera, non sulla scena. Ma l’autore dice che ha voluto richiamare “ il linguaggio, allusivamente pruriginoso, caratteristico dell’irruzione di scene soft core nel cinema occidentale dagli anni ‘70”. Più che pruriginoso, sembrava in alcuni punti un po’ volgarotto, così come la scena iniziale che mostrava un …. amplesso (ci si consenta l’espressione elegante!) ovviamente solo mimato, ma sicuramente molto esplicito.

E’ difficile formulare giudizi su cose di questo genere perché si rischia di dare una prospettiva sicuramente di parte. Bisogna comunque riconoscere alla regista Elisa Fuksas, che è anche, cosa singolare, autrice del libretto e all’esordio come regia d’opera, di avere costruito una vicenda sicuramente molto contemporanea, con dei caratteri di grande interesse: lui,Niccolò il marito, persona “per bene” e in carriera, ma molto fragile psicologicamente ed emotivamente: un po’ l’antitesi, se vogliamo, del Canio dei Pagliacci. Più determinata e decisa lei, Eva (nomen omen?) che dà inizio alla ricerca della trasgressione e finisce non con una illusione virtuale come il povero Niccolò, ma con un maschio ben reale e….adulterino nel suo letto.

Le scene (di Saverio Santoliquido) come ricorda Panfili, vedono i protagonisti dell’opera che si muovono in spazi chiusi, nella claustrofobia di ambienti lussuosi, hotel a cinque stelle, percorsi benessere dotati dei maggiori confort che però non mascherano, anzi accentuano un senso opprimente di solitudine, squallore e depressione. Sicuramente gli autori sono riusciti a mettere in scena in modo efficace uno dei volti più sgradevoli della contemporaneità. La musica? L’autore stesso parla della sua musica come di un “ incrocio danzante di razze, di stilemi, di tecniche, come una grande festa delle diversità”. Si tratta effettivamente di una partitura molto elaborata, che ripercorre tutto il Novecento da Schoenberg, a Henze, a Luigi Nono, con dei cantanti che ….cantano per davvero e anche bene: sia il Niccolò del tenore Paolo Antognetti che Eva del soprano Federica Giansanti sono stati convincenti sul piano scenico e su quello vocale, come la incorporea e virtuale Maria del soprano Costanza Fontana. Ma nonostante questo e la buona performance dell’orchestra del Maggio diretta da Valerio Galli, non si può certo dire che l’opera abbia convinto il pubblico: applausi contenuti ma decisi agli interpreti, ma quando sale sul palcoscenico l’autore parte anche qualche fischio. Degno di migliore (o meglio peggiore) causa sicuramente, ma quello del rapporto tra pubblico e opera contemporanea rimane un nodo in buona parte irrisolto.

Del tutto diverso il panorama per quanto riguarda i Pagliacci, che hanno al contrario conquistato un pubblico che avrebbe potuto e dovuto essere da tutto esaurito. Si è trattato infatti di uno spettacolo in cui tutto funzionava a dovere grazie alla perfetta sinergia tra palcoscenico e fossa d’orchestra. Una buona regia, anzitutto: Luigi di Gangi e Ugo Giacomazzi hanno voluto prendere le mosse dall’allestimento di Cavalleria Rusticana, anch’esso davvero notevole, della scorsa stagione:  un paese del sud (Montalto, in Calabria) di fine ottocento con la Chiesa, la gente, i bambini in costumi molto belli ( di Agnese Rabatti) che si adattano perfettamente all’epoca in cui l’opera è ambientata. In più, i due registi hanno voluto dare un tocco sapientemente pirandelliano, perfettamente in tono e in tema: per questo – novità rispetto a Cavalleria – hanno inserito a metà palcoscenico un grande sipario che dà vita a più piani narrativi e serve soprattutto ad evidenziare il gioco “metateatrale” che è una costante dell’opera è dà il meglio di sé nella seconda parte, quando la commedia trascolora nella tragedia in un climax di tensione perfettamente calibrato.  Molto bella anche la sottolineatura della figura dell’attore che, ricordano i registi “per noi prima che Odiernopseudopornoteledivo è soprattutto ancora un tramite tra la vita e la morte e quindi un martire, una chiave per entrare in contatto con la propria anima”. Una visione nobile e sicuramente inattuale, ma tanto più gradita e consona in particolare al capolavoro di Leoncavallo. Perfetti anche i movimenti sulla scena, ora vivaci e animati ora ieratici come in una tragedia.

Valerio Galli è un direttore valutato con molta sufficienza da alcuni critici e melomani. Sicuramente è impossibile pretendere l’oggettività assoluta (per fortuna, verrebbe da dire) in queste questioni ma per quanto ci riguarda tale giudizio non è assolutamente condivisibile; e lo ha dimostrato con una partitura come quella dei Pagliacci, sicuramente non “facile” (dato ma non concesso che esistano partiture facili) anche perché di solito sottovalutata. Senza entrare nel merito della questione (ricordiamo solo il giudizio entusiastico di un Leibowitz) Galli è stato bravissimo sia nel rapporto con il palcoscenico, evitando che la musica soverchiasse i cantanti  (e la vocalità cd “verista” è come noto assai ardua), sia nel dare una lettura duttile e varia; dai toni robusti del preludio e del prologo a quelli di grazia settecentesca della commedia, evitando di sottolineare eccessivamente certi passaggi un po’ “bandistici” (giustificati dal contesto scenico, ma a volte fin troppo evidenziati) senza dimenticare le parti più liriche e drammatiche: ne risulta una partitura articolata e coinvolgente, in cui i vari stilemi e le varie “ispirazioni” del compositore si fondono in una sintesi perfetta.  Eccellenti come sempre la prova dell’orchestra e del coro, sempre validissimo sia sul piano scenico che su quello vocale; da sottolineare qui (ma anche nell’opera precedente) la presenza delle voci bianche, con bambini simpaticissimi anche come coreuti.

Il cast vocale era decisamente di buon livello; si può dire anzi che nessuno degli interpreti abbia …stonato, non solo realmente ma anche metaforicamente.  La parte di Canio si dimostra perfetta per il tenore siciliano Angelo Villari: dotato di un bel timbro da tenore drammatico, di un buon registro centrale e di acuti sicuri e a tratti vertiginosi, Villari ha dato vita a un personaggio non solo violento e passionale, ma anche dolente e umano; in vesti la Giubba, cantata con straordinaria energia e sicurezza ma anche con straziante malinconia, emergono veramente lo “strazio e il pianto” senza peraltro divismi o sbavature. Eccellente anche la Nedda di Valeria Sepe, sia sul piano scenico che su quello vocale; più che donna fatale è vittima di una situazione che la soffoca ma alla quale reagisce con orgoglio ed energia. Il suo desiderio di libertà emerge soprattutto nella ballatella Hui stridono lassù, cantata con straordinaria morbidezza e agilità, ed anche nel successivo duetto con Silvio. Dotata di un bel timbro luminoso, di buona coloratura e di voce bene impostata, la Sepe svetta anche negli acuti con i quali riesce a tener testa nell’ultima parte a Canio ormai accecato dalla gelosia.

Il Tonio del baritono Devid Cecconi è meno Jago e più Rigoletto; più che un malefico orditore di trame appare piuttosto un “vinto”, malvagio più per sfortuna che per vocazione. Il personaggio è reso bene anche musicalmente sin dal Prologo, cantato con voce energica e acuti sicuri.  Validissimo infine anche il Silvio di Leon Kim, il baritono coreano che è ormai fiorentino di adozione, e il Peppe di Matteo Mezzaro.

Applausi senza riserve, particolarmente calorosi per Villari e la Sepe, ma per tutti in generale: i registi, il maestro del coro Lorenzo Fratini, il direttore e tutti gli interpreti. Spettacolo decisamente da vedere, anzi da non perdere, soprattutto dopo le riduzioni dei costi dei biglietti operate dal teatro.

 



[1] Per la presentazione del dittico cfr http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=9174&categoria=1&sezione=8&rubrica=8   13 settembre 2019.

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