Requiem per un Granducato

Centosessanta anni dopo: il 27 aprile 1859 finiva uno degli stati più civili d’Europa

Ancora oggi si continua a ripetere la storiella della pacifica rivoluzione toscana, che fu in realtà un complotto orchestrato da Torino.

di Domenico Del Nero

Centosessanta anni dopo: il 27 aprile 1859 finiva uno degli stati più civili d’Europa

E se un fiorentino del 1859 si trovasse all’improvviso catapultato nella Firenze di oggi? Non troverebbe più le mura, la Firenze medievale che ancora sopravviveva; per trovare qualcosa di vagamente familiare, dovrebbe aggirarsi in quel di Pitti o di piazza della Signoria. Ma soprattutto, cosa direbbe davanti a quell’obbrobrio di Piazza della Repubblica, con quella specie di galleria scopiazzata dal Milanese, con la scritta infame che parla dell’antico centro della città da secolare squallore a vita nova restituito? Dove il “secolare squallore” erano Torri medievali e antiche chiese, palazzi signorili e angoli di storia malinconicamente ritratti nelle tele di Telemaco Signorini che definì i nuovi edifici dell’allora Piazza Vittorio Emanuele come porcherie.

I lavori che stravolsero definitivamente la fisionomia inconfondibile dell’antico centro storico fiorentino ebbero luogo tra il 1885 e il 1895, ma già negli anni di Firenze capitale c’erano state demolizioni e stravolgimenti. Ma tutto questo diventa all’apparenza poco e oscuro, per dirla con Dante, se il nostro ipotetico fiorentino del 1859 si trovasse catapultato a Novoli e a Rifredi, o ancora peggio all’Isolotto, dove la periferia presenta spesso il volto anonimo di casermoni che potrebbero essere gli stessi in qualsiasi luogo, per non parlare poi del clima da Bronx …. Per non parlare di come ci resterebbe se per sua disgrazia dovesse scegliere di rifugiarsi alle Cascine o alla Fortezza, per venire magari abbordato da qualche esponente della mafia nigeriana…

Forse il nostro cittadino del 1859 farebbe come il protagonista dello splendido e straziante Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, e cercherebbe rifugio nelle Cappelle dei Principi o nella Cripta dei Lorena in San Lorenzo. O come il protagonista del bellissimo e quasi sconosciuto Maestro Domenico dello scrittore pisano Narciso Pelosini (1823-1896), avvocato e uomo politico che pur non disdegnando l’elezione a deputato del parlamento italiano e infine la nomina a senatore, non smise mai di ragionare con la propria testa e non si fece incantare dal mito delle magnifiche sorti e progressive del cosiddetto risorgimento. In quest’opera un onesto e operoso falegname si addormenta nel corso di una gita in montagna durante il regno di Leopoldo II e per ventura si risveglia dopo tanti anni a unificazione avvenuta, per scoprire un mondo stravolto e totalmente cambiato in peggio, che non è più il suo.

Si dirà che le rivoluzioni e le grandi trasformazioni hanno un prezzo che per quanto doloroso possa essere è tuttavia indispensabile. Ma questa visione hegheliana della storia come un processo inarrestabile che ha la sua logica nelle ragioni di chi vince non ci appartiene affatto, e perciò è inevitabile ripetersi, ogni ricorrenza del 27 aprile, la stessa angosciosa domanda: ne valeva davvero la pena? O perlomeno, non c’era un altro modo, più rispettoso della storia, del retaggio culturale, della tradizione, di pervenire a un analogo risultato?

Si sta parlando di quel che accadde esattamente 160 anni fa, il 27 aprile 1859: con la partenza di Leopoldo II d’Asburgo Lorena e della sua famiglia da Firenze, si concludeva la vicenda gloriosa di uno degli stati più civili non solo d’Italia ma d’Europa e del mondo: il granducato di Toscana. Abbiamo rievocato più volte i fatti che portarono a quell’evento, a lungo – e in buona parte ancora oggi – presentato come una rivoluzione pacifica (la “rivoluzione di velluto”) che avrebbe indotto il buon sovrano lorenese, dopo 35 anni di regno saggio e benefico, a lasciare il trono piuttosto che cedere alle richieste “popolari” di chi voleva la guerra in alleanza con il Piemonte contro l’Austria, secondando la trappola ben orchestrata dal conte di Cavour. Popolari un accidente, e rivolta spontanea e garbata ancora meno. Oggi è ben chiaro come andarono i fatti e  di come la “gloriosa rivoluziona toscana” non sia stata altro che una squallida – anche se bene orchestrata – messinscena preparata dall’ambasciatore sardo con la complicità di alcuni ancor più squallidi personaggi dell’aristocrazia e della borghesia toscane, gli stessi che un anno dopo orchestrarono la farsa del plebiscito. Abbiamo già più volte, anche su queste pagine, rievocato quegli eventi; [1] in particolare, dopo la scoperta e la pubblicazione dei diari di Michele Sardi, un ufficiale fedele al suo sovrano e al suo giuramento, che tanto si adoperò per scongiurare la catastrofe, abbiamo finalmente una voce forte e autorevole anche dalla parte di quella “maggioranza silenziosa” che in ogni caso non avrebbe mai voluto una fine di questo genere.

In occasione del 27 aprile, ogni toscano degno di tale nome dovrebbe ancora oggi rivolgere un pensiero colmo di gratitudine e di affetto ai suoi granduchi, Medici e Lorena  e in particolare sia a Leopoldo II che al figlio Ferdinando IV, che purtroppo fu sovrano solo di nome. Malgrado non approvasse la condotta del padre in quel giorno fatale, Ferdinando non volle mai scavalcarlo né tantomeno acconsentire al ricatto di chi voleva l’abdicazione del vecchio granduca pensando di fare del figlio la propria marionetta. Vale la pena di ricordare le parole dell’ultimo primo ministro granducale, Giovanni Baldasseroni: “ Come padre, rifuggì dall’idea che il giovine figlio, chiamato in quella guisa al potere, dovesse rimanere puro istrumento di fazione fra le mani dei partiti per dare precariamente nome ad un regno senza gloria, e che sarebbe ben presto finito, anche per lui, nell’umiliazione e nei pericoli (…) In quel frangente Leopoldo non consultò che il proprio cuore e l’attaccamento vivo e sincero che professava alla Toscana. Però prese il partito di andarsene, quando vide non avere più mezzi per esserle utile, o che non avrebbe potuto rimanervi se non peggiorandone le condizioni”. [2]

Su quanto afferma in chiusura Sua Baldanza Eccellenzoni, come veniva spiritosamente chiamato il primo ministro toscano, è ampiamente lecito dubitare: Leopoldo e la sua famiglia avrebbero potuto essere ancora utilissimi alla Toscana e se avessero avuto qualche ministro più valido e coraggioso (o semplicemente, se avessero dato retta a Sardi)  le cose potevano andare ben diversamente; ma Baldasseroni aveva qualcosa da farsi perdonare, sulla condotta di quei giorni. Bisogna comunque dare atto al granduca di non aver voluto mettere a repentaglio la vita di un solo toscano e solo per questo – oltre che per tanti altri meriti – dovrebbe riposare in San Lorenzo nella cripta dei Lorena. Sarebbe un atto d’amore e di riparazione della Toscana nei confronti di un Sovrano che l’ha amata sino al suo ultimo respiro e in riparazione di un 27 aprile di cui c’è ben più da vergognarsi (e da dolersi) che da festeggiare.

 



[2] Giovanni BALDASSERONI, Leopoldo II granduca di Toscana e i suoi tempi, Firenze, 1871 (rist. anast. Bologna, Forni, 1967), p. 541

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da cwzhrmmzjv il 27/08/2020 22:30:51

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