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Una strada ancora lunga

La lunga marcia delle donne verso l'istruzione e la conquista dell'autorevolezza scientifica

Nel 1875 alle donne è concesso per la prima volta l'accesso all'università e solo oggi una donna ha avuto la cattedra di Scienze alla Normale

di Raffaella Calgaro

La lunga marcia delle donne verso l'istruzione e la conquista dell'autorevolezza scientifica

Lidia Poët e Annalisa Pastore

Anno 1871. L’Italia, al suo secondo censimento sull’istruzione femminile, registra un dato preoccupante: il 76,7% delle spose italiane non ha sottoscritto l’atto di matrimonio. La loro non è una scelta o un gesto di ribellione: semplicemente sono donne che non sanno leggere né, tantomeno, scrivere. Dieci anni dopo, nel 1881, la situazione non è molto cambiata: il terzo censimento riporta infatti un analfabetismo pari al 73,5%. In particolare le donne alfabetizzate in una delle città più progredite, Milano, risultano essere il 54% mentre a Cosenza il 6%.

    Dati alla mano, il quadro generale dell’istruzione non registra evidenti miglioramenti negli anni successivi all’unificazione italiana. Educazione e istruzione non sono ancora priorità del governo, ma neppure gli organi della scuola si dimostrano solleciti nel promuovere e nel diffondere una scolarizzazione del popolo. Lo stato liberale pone ai comuni gli oneri riguardo l’edilizia scolastica e lo stipendio degli insegnanti, senza accertarsi delle reali disponibilità economiche degli stessi o senza curarsi dell’andamento generale. E la risposta è il rallentamento, se non per alcuni versi l’assenza, di una progettualità chiara e ben definita soprattutto nei confronti del mondo femminile.

   Il tessuto sociale italiano presenta una fissità ancestrale nella sua tramatura: la donna trova una sua collocazione solo intra moenia. È un ruolo, il suo, indiscusso; la scuola potrebbe fratturare il suo status di moglie e di madre e mutare la sua identità. Ma questo non è possibile. Echi significativi, presenti nella società del tempo, argomentano da un punto di vista etico, pedagogico e biologico l’avversità dell’istruzione alla natura femminile. Lo stesso ministro della giustizia, Giuseppe Zanardelli, afferma che: “La donna è diversa dall’uomo; essa non è chiamata alla vita pubblica militante; il suo posto è la famiglia, la sua vita è domestica.  

    Cristina di Belgioioso, donna colta, patriota, processata per alto tradimento dal governo austriaco, nel suo saggio del 1866 intitolato: “Della presente condizione femminile delle donne e del loro avvenire”, analizza con profonda lucidità la situazione del suo tempo. Uno dei problemi che mette in luce è la mancata discussione, da parte delle donne, dello stereotipo di madre a loro affibbiato: La esistenza della madre è assorta nell'amore della prole, e chi volesse sgravarla di quelle faticose e moleste cure, le apparirebbe come nemico piuttosto che liberatore. Che avverrebbe della famiglia così costituita, se la donna fosse iniziata agli studii virili, se dividesse coll'uomo le cure pubbliche, sociali, e letterarie?”

    In verità anche nei decenni successivi, quando il sistema scolastico è ormai avviato, i provvedimenti normativi tendono a non mettere in discussione un modello femminile che deve essere il più possibile vicino alla centralità della maternità. In questo senso dopo le elementari l’iter scolastico viene concepito in modo gerarchico e diviso in: Licei e istruzione tecnica solo per i maschi, Scuola Normale aperta a entrambi i sessi. L’università è una realtà ancora lontana per l’universo femminile.

    La Scuola Normale inizialmente registra una massiccia adesione maschile ma, dopo qualche anno, subisce un considerevole calo. I motivi sono abbastanza evidenti: la scarsa retribuzione e il limitato riconoscimento giuridico e sociale nel fare il maestro determinano un abbandono di massa del mestiere. Non rimangono che le studentesse, le future maestrine, le quali vedono nella scuola un riscatto culturale e sociale prima che economico.

    Per questo corso di studi si avvia un importante processo di femminilizzazione. L’istituzione scolastica rappresenta infatti un giusto compromesso con le istanze del tempo perché è in grado di garantire alla donna una formazione culturale superiore, senza tuttavia allontanarla da una missione educativa di carattere materno qual è appunto l’insegnamento. Non è un aspetto da sottovalutare dato che il clima di quegli anni in Italia è di grandi contrasti.  A tale anacronistico modello femminile, perpetuato anche dal sistema scolastico, si oppongono infatti i movimenti emancipazionisti che rivendicano, oltre al diritto al voto, una maggiore presenza civile e politica all’interno della società.

    Solo nel 1875 viene consentito l’accesso delle donne all’università grazie a un Regio Decreto del 3 Ottobre, firmato dal ministro Bonghi (Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia, 22 ottobre 1875) che all'articolo 8 afferma: «Le donne possono essere iscritte nel registro degli studenti e degli uditori, ove presentino i documenti richiesti.» Viene così formalmente aperto anche l’accesso ai licei, prima vietato. In realtà continuano a essere respinte le iscrizioni femminili dato che solo dal 1883 verrà regolamentato. Dal mondo femminile la risposta non tarderà a venire. Con il nuovo secolo risulteranno iscritte all’università 250 donne e ai licei 287.

   Non sarà facile per le studentesse superare nelle aule scolastiche i pregiudizi verso la loro presunta inferiorità intellettuale. Peggiore sarà la situazione in ambito lavorativo. Valga per tutte la vicenda di Lidia Poët. Laureata nel 1881 in giurisprudenza, e superato l’esame di procuratore legale, la Poët inoltra l’iscrizione all’ordine. La richiesta, la prima da parte di una donna, pur suscitando un acceso dibattito viene accolta. Ma la Corte d’Appello di Torino, su ricorso del Pubblico Ministero, revoca l’iscrizione. La Poët ricorre allora in Cassazione, ma questa si oppone nuovamente alla richiesta. I motivi addotti, per rigettare l’ammissione all’Ordine degli Avvocati, si appellano alle interpretazioni di leggi non scritte come il cosiddetto diritto comune e la legge naturale. L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine”. E si aggiunge che sarebbe “disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare”. Con queste parole scritte dai giudici della Corte d’Appello di Torino, nel novembre del 1883 Lidia Poët viene cancellata dall’albo degli avvocati.

   Nel frattempo aumenta il numero delle donne laureate in legge che non possono accedere all’avvocatura. Finalmente nel 1920, con l’entrata in vigore della legge 1176 del 1919 che permette alle donne di accedere ad alcuni pubblici uffici, Lidia Poët si iscrive all’Albo degli avvocati di Torino. È una signora di 65 anni.

    Anno 2018. A Pisa Annalisa Pastore, dopo 208 anni di vita della Scuola Normale, viene nominata docente ordinaria di Scienze. È la prima donna.

 

 

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