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i libri di totalità

Rassegna libraria ottobre 2018

di Mario  Bozzi Sentieri

Rassegna libraria ottobre 2018

Humphrey Carpenter, J.R.R.Tolkien. La biografia (Lindau, pp. 438, €. 28)

Tolkien non apprezzava del tutto le biografie. O, meglio, non gli piaceva l’uso di questo genere letterario come strumento critico. «Una delle mie più radicate convinzioni», disse una volta, «è che investigare sulla vita di un autore sia un modo inutile e sbagliato di accostarsi alle sue opere». Ma era senza dubbio consapevole che visto l’enorme successo dei suoi romanzi qualcuno dopo la sua morte ne avrebbe pubblicata una su di lui. Negli ultimi anni della sua esistenza fece dunque qualche «preparativo», annotando con spiegazioni e commenti vecchie lettere e documenti, e scrivendo anche qualche pagina sulla sua infanzia.
Questo libro nasce innanzitutto dalla lettura di quei testi, in gran parte inediti, cui Humphrey Carpenter ha avuto accesso grazie alla generosità dei quattro figli di Tolkien, oltre che dai ricordi delle tante persone che lo hanno conosciuto da vicino. È quindi lecito sperare che il risultato non sia lontano da ciò che lo scrittore aveva in mente. Carpenter ricostruisce con grande ricchezza di dettagli il contesto storico e culturale in cui Tolkien si formò e lavorò, rievoca l’ambiente familiare e la cerchia delle amicizie (su tutte, il gruppo degli Inklings, con C.S. Lewis), si sofferma sulla genesi dei suoi capolavori e sottolinea la valenza religiosa della sua opera. Il ritratto a tutto tondo che, pagina dopo pagina, prende forma è straordinariamente suggestivo e per molti versi sorprendente, specie se si pensa che nella storia della letteratura moderna pochissimi scrittori hanno creato un universo fantastico così complesso e ricco, e in grado di esercitare una così irresistibile attrazione su diverse generazioni di lettori. È come «se uno strano spirito avesse assunto le sembianze di un professore di una certa età», scrive Humphrey Carpenter.

MONDO

Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, Guerra, guerra, guerra. Trent'anni di conflitti, vita e morte nelle parole e nelle emozioni di due reporter  (Mondadori Electa, pagg. 254, Euro 24,90)

Da più di trent'anni, i giornalisti Fausto Biloslavo e Gian Micalessin raccontano le guerre di tutto il mondo. Spinti dalla passione per il reportage e dal gusto per l'avventura, hanno visto la morte a un passo, hanno pianto amici e colleghi meno fortunati e hanno vissuto sulla propria pelle esperienze dolorose che hanno avuto la forza di raccontare. Dall'Afghanistan ai massacri in Uganda, dalle fosse comuni nell'ex Jugoslavia fino alle guerre in Iraq, Siria, Libia e Cecenia, in questo libro gli autori ci accompagneranno in un viaggio denso di pericoli e drammi, coraggio e paura. Capitolo dopo capitolo, sentiremo il frastuono delle battaglie, il rumore martellante dei proiettili e quello sordo delle granate. Vedremo negli occhi mercenari e criminali responsabili di atroci delitti, ma anche soldati coraggiosi che combattono per la libertà. Conosceremo bambini costretti a imbracciare un fucile fin dai primi anni di vita e altri che sono riusciti a salvarsi dall'orrore della guerra. Ascolteremo le parole di chi è pronto a immolarsi per un ideale distorto e le prime frasi pronunciate da un fotografo dopo un mese e mezzo di prigionia in Cecenia. Sentiremo la paura nella voce tremante di un'inviata che sta documentando l'epidemia del virus Ebola in Zaire e scopriremo cosa vuol dire essere circondati dall'odore della morte.

ECONOMIA

Francesco Filini, Il Segreto della moneta - Verso la Rivoluzione Auritiana (Solfanelli, pagg. 128, Euro 11,00)

Cos'è il signoraggio? Cos'è la moneta? Da dove nascono? Come siamo arrivati ad una moneta totalmente in mano all'usura planetaria? Come possiamo uscire fuori? Il segreto della moneta è un viaggio attraverso il pensiero filosofico che parte dalla concezione monetaria dei filosofi classici passando per le religioni, la filosofia medievale, i padri di capitalismo e socialismo, per approdare alla Rivoluzione della moneta proprietà di Giacinto Auriti, unica concreta soluzione al dominio della Grande Usura. Il testo si propone di far comprendere l'essenza del simbolo monetario, un'antica idea umana nata per migliorare l'esistenza agli uomini, oggi tradita e ciecamente strumentalizzata dagli apolidi che controllano i vertici delle istituzioni economiche e politiche. La principale causa della crisi dell'euro e di tutto il sistema capitalista occidentale risiede nel fatto che si continui, per una sorta di riflesso condizionato, a trattare la moneta come fosse una merce quando questa non è che il simbolo di un accordo tra gli accettatori. L'eliminazione del signoraggio bancario e della prassi di emissione a debito è ciò che deve essere superato: la moneta deve nascere di proprietà dei cittadini e non delle banche centrali.

STORIA

Corinne Bonnet e Ennio Sanzi (a cura di), Roma la città degli dei. La capitale dell’Impero come laboratorio religioso (Carocci, pagg. 450, Euro 39,00)

Roma è stata considerata il faro della civiltà nella sua duplice veste di città, Urbs, e di mondo, Orbis, verso il quale gli antichi e i moderni rivolgono il proprio sguardo ammirato. La struttura imperiale, potente ed efficace, mostrava una armoniosa varietà culturale; una realtà che poteva sopportare, nel suo spazio fisico e metafisico, un pluralismo religioso come mai prima d’allora registrato. Roma è il microcosmo scintillante che rispecchia e sintetizza il macrocosmo imperiale del quale diviene simbolo assoluto, ‘ombelico del mondo’, dove confluiscono le ricchezze umane e sapienziali dell’Impero. Il suo potere aggregante coinvolge lingue, usi e costumi, dèi e culti, saperi e tradizioni provenienti da ogni angolo del suo dominio. L’atteggiamento ufficiale, imperniato sulla difesa del mos maiorum, commemorava una weltanschauungteologica e cosmologica dove l’Urbe era chiamata a governare il mondo e a romanizzarlo mediante le proprie leggi. La coabitazione di norme ancestrali e culti arcaici con sistemi di pensiero stranieri non sempre risulterà indolore, sarà necessario il superiore realismo romano per garantire la pax deorum e la fatale missione di Roma.

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Dominique Venner, Il Secolo del 1914. Utopie, guerre e rivoluzioni nell’Europa del XX Secolo (Controcorrente, pagg. 490, Euro 25,00)

La prima guerra mondiale ha segnato il destino dell’Europa, provocando nove milioni di morti, la caduta di tre Stati imperiali e la liquidazione del residuo regime aristocratico-feudale, che ancora resisteva alla modernità. L’evento fondante il ventesimo secolo ha aperto le porte a terribili violenze e a volontà di vendetta; ha suscitato speranze che si sono manifestate in rivoluzioni politiche e in utopie ideologiche, sfociate nel secondo conflitto mondiale. Alla seconda guerra mondiale sono seguite il declino irreversibile del vecchio continente, la perdita delle colonie e l’immigrazione, infine l’americanizzazione del nostro modo di vivere. La civiltà europea, che era sopravvissuta ai colpi della modernità ed alla rivoluzione francese, fra le due guerre fu contesa dall’ideologia comunista di Lenin, dalla reazione nazifascista di Mussolini e Hitler e dalla liberal-democrazia rappresentata dal presidente americano Wilson. Essi impersonavano dei sistemi rivali, dalla cui lotta mortale è scaturito il mondo nel quale viviamo. Per giungere a un autentico risveglio, gli europei dovranno riconquistare il loro ‘portamento’ e la memoria dell’autentica grandezza della quale sono stati i portatori. Questo compito immane potrà essere preparato solo da pochi uomini, capaci di imporsi una disciplina rigorosa e regole ascetiche, tipiche degli antichi ordini monastico-guerrieri.

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Sergio Tau, La repubblica dei vinti – Storie di italiani a Salò (Marsilio, pagg. 351, Euro 18,00)

Fu solo negli anni novanta, quando per la prima volta si parlò di «guerra civile», che le vicende della Resistenza e di ciò che accadde dopo l'8 settembre 1943 vennero rimesse in discussione da storici e intellettuali, e l'opinione pubblica si confrontò nuovamente con uno dei periodi più tragici dell'Italia del secolo scorso. In quegli stessi anni Sergio Tau, regista di documentari per la RAI, raccolse nella trasmissione radiofonica "Le voci dei vinti" le testimonianze di quanti, dopo la caduta di Mussolini, aderirono alla Repubblica di Salò. Quelle voci raccontavano di ragazzi giovanissimi, di onore tradito, di campi di addestramento in Germania, di lotte senza quartiere contro gli altri italiani considerati «traditori della Patria», di sconfitte e vendette, ma anche di avventure e inaspettati gesti di umanità, di amori nati al fronte, delle donne del Servizio Ausiliario Femminile che contro tutti i pregiudizi dell'epoca si arruolarono, volontarie, andando incontro a rappresaglie anche più atroci di quelle subite dai loro commilitoni maschi. La trasmissione aprì il dibattito su una parte di storia italiana esclusa dai ranghi della memoria condivisa, provocando indignazione fino nelle aule del Parlamento. Consapevole della necessità storica di preservare le testimonianze degli ultimi reduci in vita, per i successivi vent'anni Tau ha continuato a raccoglierne le storie, che oggi fanno di questo libro uno strumento inedito per comprendere speranze e delusioni di chi perse la guerra, e in cui, nelle parole di Pietrangelo Buttafuoco, «ogni pagina è sceneggiatura di un film, di un documentario, di un tornare dentro le profondità dell'essere italiani e cavarsene fuori col terrore di non essere oggi all'altezza di quella tragedia, nell'impasto di ferocia, dignità, odio, coraggio». Prefazione di Pietrangelo Buttafuoco.

LETTERATURA

Pierluigi Battista, Il senso di colpa del dottor Zivago (La nave di Teseo, pagg. 96, Euro 8,00)

Quando il 16 agosto del 1960 la polizia sovietica bussa alla porta di Olga Ivinskaya, la donna conosce già il motivo di quella visita sgradita. Da quindici anni è infatti l'amante, l'amica, la confidente dello scrittore Boris Pasternak, diventato un nemico della patria all'indomani della pubblicazione clandestina del «Dottor Zivago». Olga è entrata a tal punto nel cuore di Boris da ispirare la protagonista femminile del romanzo, l'immortale Lara. Ma nel 1960 Pasternak è morto da qualche mese, sono passati tre anni dalla prima edizione del romanzo, e due anni dal premio Nobel che è stato costretto a non ritirare, e Olga finisce in Siberia dopo un processo sommario. E’  solo l'ultimo capitolo, postumo, della vita sentimentale di uno scrittore irregolare, segnata da amori folli e abbandoni repentini: dalla seconda moglie Zenajda, rubata a un amico, alla passione per la poetessa Marina Cvetaeva, fino all'incontro folgorante con la sua nuova musa, Olga. Intorno, scorre la vita ambigua di Pasternak verso un regime che contesta in privato ma che non esita ad appoggiare pubblicamente, tradendo gli ideali dei compagni intellettuali come Anna Achmatova e Osip Mandel'stam, che conoscevano gli orrori della Lubjanka. Pierluigi Battista racconta la vita da romanzo di Boris Pasternak, una storia avvincente di donne e poeti, spie e carteggi segreti, in cui si intrecciano pericolosamente letteratura e passione.

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Pierandrea de Lorenzo – Cristina Montagnani, Come lavorava d’Annunzio (Carocci, pagg. 143, Euro 12,00)

D’Annunzio sperimentò ogni genere letterario: lo scritto giornalistico, il racconto breve, il romanzo, la prosa lirica, la poesia, il teatro, il libretto operistico, fino alla sceneggiatura cinematografica. D’altronde la sua esistenza avventurosa ha interessato critici letterari e linguisti, storici e bibliologi, critici d’arte e di musica, studiosi di architettura e design, affascinati dalla sua ultima dimora, il Vittoriale, scrigno di oggetti raffinati e testimonianze preziose. Insomma, Gabriele d’Annunzio fu un caso di eclettismo davvero unico nella storia culturale del nostro paese; fin dagli scritti giovanili mostrò di volersi appropriare sia della tradizione letteraria classica che delle esperienze europee d’avanguardia più recenti. Egli apparve sulla scena letteraria romana appena diciottenne, in qualità di redattore fisso per la cronaca mondana; la carta stampata fu la sede giusta per elaborare uno stile di scrittura elegante, accattivante e soprattutto innovativo, capace di parlare alla società moderna; al tempo stesso il giornalismo fu un utile strumento per promuovere sé stesso e la sua opera. I diari, i carteggi, i dati di cronaca, gli studi preparatori, ogni evento diviene fonte di letteratura e motivo per riscrivere la realtà, mezzo per asservire la vita all’arte e al suo valore supremo.

TRADIZIONI

Mario Lentano, Nomen. Il nome proprio nella cultura romana (il Mulino, pagg. 236, Euro 20,00)

I nomi parlano, esercitano un’influenza sulla realtà, possono catturare la sostanza e le qualità delle cose, ‘evocare’ le gesta del passato: per questo i romani li maneggiavano con cautela e li utilizzavano con sapienza. Secondo il costume romano, essere portatori di un ‘buon nome’ era essenziale e necessario, infatti, si raccomandava ai consoli che, nella leva di una nuova legione, arruolassero come primo soldato un uomo dal nome di buon augurio. La stessa prescrizione era valida per i censori, quando dovevano purificare il popolo, e per i magistrati, che fondavano una colonia o eseguivano un rito cultuale: chi portava le vittime al sacrifico doveva ‘indossare’ un nome fortunato. Anche la toponomastica risentiva della stessa concezione, per cui un luogo dalla denominazione sfavorevole veniva rinominato, con termini che evocassero potenza o abbondanza; il caso più noto è quello della città sannita Malventum, che dopo l’ultima battaglia nella guerra contro Pirro fu ribattezzata Beneventum. L’orrore e il disprezzo suscitati da un nome, legato a personaggi che si fossero macchiati di reati gravi ed atti esecrabili, conduceva il Senato a decretarne la cancellazione: una data tribù gentilizia non avrebbe dovuto usarlo mai più, e la damnatio memoriae vietava ai discendenti di ereditarlo.

LUOGHI

Patrizia Passerini, Andare per vini e vitigni (Il Mulino, pagg. 171, Euro 12,00)

La viticoltura può essere considerata uno degli elementi che unifica e caratterizza l’Italia: in ogni territorio l’uomo si è dedicato sin da tempi antichissimi alla coltivazione della vite e alla produzione del vino. Ogni popolo ha lasciato una traccia nella storia del vino della terra italica, lasciandoci in eredità conoscenze sui riti della vendemmia, della potatura e della vinificazione. Questo viaggio ci porta laddove le vigne sono circondate dai boschi, emergono dai viali alberati delle ville antiche, cingono borghi arroccati sulle alture o i resti delle città perdute, vigneti che vivono ai piedi di un tempio, sulle pendici di un vulcano o a picco sul mare. Tutte le civiltà del passato attribuirono al vino un significato rituale e sacrale legato a cerimoniali simbolici, riconoscendolo come mezzo di conoscenza e di iniziazione, e lo identificarono con un dio, come Bacco e Dioniso. I coloni greci e gli Etruschi praticarono la coltivazione della vite nella nostra penisola, e i Romani la migliorarono e la diffusero in molte parti d’Europa, sino a Bordeaux e alla Britannia. Le ricerche archeologiche dimostrano tuttavia che in Italia, già prima dell’arrivo dei Greci si produceva vino: in un sito nuragico nella zona di Oristano e in Sicilia, nei pressi di Sciacca, sono state rinvenute tracce che risalgono a seimila anni fa.

Luca Nannipieri, Il grande spettacolo dell'arte (Historica, pagg. 214, Euro 18,00)

Dalle chiese trasformate in ristoranti alla Venere transessuale, dagli archeologi disoccupati ai siti monumentali ridotti a set di film porno, da Mussolini grande mecenate alla paura della pedofilia che censura capolavori inauditi, dal (finto) funerale a Vittorio Sgarbi alla gipsoteca lasciata tra i topi.

In più di duecento interventi, usciti su quotidiani e settimanali,  come "Il Giornale", "Libero" e "Panorama", l'arte come non è mai stata raccontata. L’idea di fondo è quella di un viaggio nel mondo della bellezza del nostro Paese, per raccontarla in modo nuovo agli italiani e renderli consapevoli del grande patrimonio artistico che possiedono.

RIVISTERIA

“I Quaderni di Domus Europa”, Il Visegrad Group nell’Europa Contemporanea,  n. 1, pagg. 224, Edizioni il Cerchio, Euro 16,00

Un’approfondita riflessione sul Gruppo di Visegrad, un forum politico-economico a cui hanno aderito formalmente Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ma attorno al quale ruotano diverse realtà politiche e culturali coinvolte nel dibattito con le istituzioni europee, che assume sempre più le caratteristiche della polemica a causa dell’inflessibilità delle posizioni di entrambe le parti in causa, soprattutto su questioni riguardanti l’immigrazione, le politiche sociali e le riforme istituzionali. Analizzando i nodi fondamentali di questa disputa, il testo mette in luce come il progetto europeo non sia un “tunnel narrativo” percorribile, né verso la direzione voluta dalla Commissione europea (rigetto del concetto di confine, prevaricazione del sistema istituzionale/economico su quello governativo degli Stati membri, ecc.) né verso la direzione opposta, delle varie e possibili #exit ispirate alla recente esperienza inglese. Sebbene poco omogenea su questioni riguardanti la politica estera comune e benché sia estremamente favorevole ai “benefici del libero mercato europeo”, l’idea di Europa del Visegrad pone questioni importanti e fondamentalmente irrisolte sul tema della sovranità. Ed è lungo “la questione della sovranità” che si distende, verso varie direzioni, la ricerca e la riflessione di questo volume.

 Infatti, per quanto la parte fondamentale del testo sia incentrata sul Gruppo di Visegrad e sulla sua collocazione mitica, storica, geografica, politica, economica e culturale, nella seconda parte la riflessione si sposta su altri “luoghi”, siano essi storici, geografici o culturali, comunque attinenti al concetto, pratico o teorico, della sovranità. Dunque, si passa da un’analisi della genesi e dei primi passi del governo Conte, secondo la dottrina classica della sovranità, all’esplorazione di luoghi dove la sovranità politica non è nelle mani dei governi e, in senso ovviamente classico, non esisterebbe neanche, come nel caso del “luogo economico” del Bitcoin. In altri due capitoli si ricercano le cause della “fine del castrismo” e, dunque, di un determinato concetto di sovranità, molto lontano da quello della maggior parte delle “destre europee” a cui siamo abituati, e si affronta il fenomeno del ’68, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, alla luce delle “promesse della sovranità culturale” (parafrasando Bobbio) mantenute, fallite e talvolta mistificate e strumentalizzate di quella che fu la più grande protesta studentesca dell’Europa post ’45. Il Vecchio Continente rimane centrale anche nell’ultima parte dove vengono recensiti due testi fondamentali, il primo di Ennio Innocenti, sugli statisti cattolici europei, e l’altro di Luigi Copertino sul vasto e complesso tema del cosiddetto “reddito di cittadinanza”, protagonista del dibattito economico e sociale non solo italiano, ma anche francese, tedesco, spagnolo: europeo.

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“L’OMOLOGAZIONE MULTIETNICA”,  DIORAMA Letterario

Nr. 344, luglio-agosto 2018,   PAGG. 40, Euro 3,00.

La battaglia fra i sostenitori dell’attaccamento alle radici culturali e i corifei del cosmopolitismo passa attraverso i canali più disparati; fra questi, lo sport è certamente all’avanguardia, poiché sotto le insegne nazionali competono atleti di colore dalle chiare origini africane. Giornali e televisioni danno risalto agliexploit e ai risultati degli eventi sportivi che coinvolgono questi atleti, facendone dei testimonial per le campagne pro-integrazione e pro-immigrazione. Il ‘trofeo’ che ci attende è la società multietnica e multiculturale, apice di ogni progresso, e chi gli si oppone è definito con una certa ‘benevolenza’ come un retrogrado-fascista-xenofobo. Il martellamento mass-mediatico degli ambienti progressisti tende a ribaltare i criteri di valutazione dei comportamenti umani: tutto ciò che fino a ieri era ritenuto ‘normale’ oggi diventa oggetto di critica, un dato fastidioso e imbarazzante. La lista degli oggetti da emancipare è ampia, a partire dalla famiglia tradizionale, ridotta a relitto di un passato oscurantista. La differenza tra i coniugi è stata soppiantata dal dogma dell’equivalenza, che poi è scivolato verso l’indifferenza al genere sessuale; l’omosessualità e la transessualità sono state prima ‘normalizzate’ e dopo rivendicate come titoli di orgoglio, con effetti successivi sulle unioni civili, le adozioni, i matrimoni Lgbt, ecc. Questa progressiva trasformazione si ripropone sui temi del cosmopolitismo e del multiculturalismo che debbono soppiantare l’identità comunitaria e la coscienza di appartenere ad un determinato popolo, con un’eredità culturale e una determinata tradizione trasmesse dalle precedenti generazioni. Gli interventi e le interviste concesse da Alain de Benoist sono dedicate ai mercati finanziari, visti come i principali nemici del governo italiano targato Lega-5Stelle; a Trump e al ritorno dei neoconservatori americani; alla tentazione populista di Macron; al conflitto Israele-Palestina.

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