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Cronache spicciole ma ...non troppo.

CRONACHE DA BORG'UNTO. La faida sul panino divide l'opinione pubblica fiorentina.

L'ordinanza del sindaco che vieta la consumazione dei cibi per strada suscita polemiche e irrisione. Ma è davvero il caso?

di Lorenzo Somigli

CRONACHE DA BORG'UNTO.  La faida sul panino divide l'opinione pubblica fiorentina.

Ordinanza sì. Ordinanza no. Firenze si divide: anziché guelfi e ghibellini, paninisti e anti-paninisti. È così. È Firenze. È mai stata unita su qualcosa? Assolutamente no. È un gioco folle in cui si perde il contatto con la realtà.

Seguono a ruota fiumi di ironia sui social. Un burlone si diverte a creare un evento Facebook fittizio per irridere il sindaco Nardella: "Sit-in in via De' Neri col panino della Coop contro l'ordinanza". Il problema è più grave di quanto su possa supporre ma forse i fiorentini ancora non se ne rendono conto a dovere.

Nel tritacarne della polemica in rete finiscono anche i volontari del Gruppo Osservatori Fiorentini, un’associazione che da marzo svolge controllo e presidio del territorio anche in via De’ Neri mettendo in pratica il principio della sicurezza partecipata come previsto dal decreto Minniti. La loro attività di controllo svolta in via De’ Neri è stata etichettata dagli haters della rete come ronda anti-panino. Loro stessi smentiscono con un comunicato pubblicato sul gruppo Facebook (molto attivo nel ricevere e trattare segnalazioni dai cittadini) e precisano che non si è mai trattato di ronde ma di un'attività di controllo segnalando all'occorrenza alle autorità.

Fatto è che Firenze come altre città d'Italia come Roma e Venezia soffre l'impatto e la pressione di flussi turistici tanto consistenti. Bisogna ricordare infatti che il centro Firenze fu progettato a misura d’uomo ed ha conservato pur nel corso dei secoli una conformazione ancora medievale che quindi ha una capienza limitata.

Il turismo di massa e l'over-tourism

Il turismo come tutte le attività dell'uomo produce scarti, rifiuti, quelle che in gergo tecnico si chiamano esternalità negative dell'ambiente circostante.

Molto tempo è passato da quando il turismo era un passatempo per i rampolli dell'aristocrazia britannica (la prima agenzia di viaggi fu la Thomas Cook & Son nel 1841). Da quel tempo tanta acqua è passata sotto i ponti sull'Arno. I confini si sono aperti, sono aumentati i consumi, fette consistenti di popolazione hanno avuto accesso alla ricchezza che prima le era preclusa. E hanno iniziato a viaggiare.

Bisogna guardare la realtà. L'Italia è al quinto posto per presenze. Il turismo rappresenta quasi il 10% del PIL mondiale. Ci sono attività come l'Antico Vinaio, proprio in via De' Neri, che danno lavoro a 60 persone e che vendono un prodotto di qualità. Non si può certo rinunciare ma non si può nemmeno continuare con flussi incontrollati. Serve la Politica.

Un turismo sostenibile

L'opposto di tutto ciò esiste: il turismo sostenibile. Un misto buone pratiche eco-sostenibili, volte a proteggere il patrimonio culturale e naturale, in collaborazione con le comunità locali. Si va dell'assunzione di personale autoctono alla promozione di prodotti a km zero passando per gli accorgimenti di ogni giorno per limitare il consumo di acqua ed elettricità.

Buone pratiche che necessitano dell'indirizzo pubblico che si estrinseca in un'opera di sensibilizzazione del turista e di programmazione dell'offerta turistica. Uso senza consumo. Senza alterare il delicato equilibrio tra la comunità umana e il patrimonio che nei secoli ha costruito.

Come scrive Piero Barruci nel corposo studio “Caratteri e sostenibilità del turismo nelle città d'arte: il caso di Firenze" pubblicato da Cesifin (2016): “l'attrattività turistica fiorentina non è data soltanto da un insieme di incomparabili capolavori visivi-artistici ma dal fatto che essi vanno fruiti in un certo ambiente, camminando su un selciato che ricorda quello dei secoli passati (…)”. Camminando in via De’ Neri, sul selciato dove si è camminato per secoli e dove dovrà camminare chi verrà poi provando le stesse sensazioni di sempre.

La sfida dei prossimi anni è lavorare per un turismo sostenibile. Perché il patrimonio culturale non è differente da qualsiasi altra risorsa e come qualsiasi risorsa è limitata, subisce l'usura, si consuma.

Non sarebbe altro che l'applicazione di quei nobili principi contenuti nella Convenzione di Faro. Nel rivoluzionario testo che l’Italia non ha ancora ratificato (troppo innovativo) il patrimonio culturale è considerato “un insieme di risorse ereditare dal passato che le popolazioni identificano come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e trazioni in continua evoluzione (art.2) e le comunità umane che lo ricevono in eredità (comunità di eredità) come un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale e che desidera nel quadro di un'azione pubblica sostenerli e trasmetterli alle generazioni future. Una visione comunitaria dei beni culturali che renderebbe giustizia  passato di Firenze.

 

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