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Quel ponte maledetto

40 morti sacrificati sull'altare del profitto dagli arroganti sacerdoti della contemporaneità che ha rinunciato a vincere il tempo

Chi spiega a quei morti e alle loro famiglie che le loro vite valgono meno dei ricchi profitti di un gruppo finanziario che non si prende cura del bene che ha in gestione, ma lo sfrurra per arricchirsi?

di Simonetta  Bartolini

40 morti sacrificati sull'altare del profitto dagli arroganti sacerdoti della contemporaneità che ha rinunciato a vincere il tempo

Non sono un ingenere (per fortuna, e ,visto quel che si sente in questi giorni su e dalla categoria, non essere ingegneri è motivo di orgoglio), non so niente di calcestruzzo, di malte, di stralli, di tiranti; so però cosa sia una campata per aver studiato la storia dell'arte, sempre grazie allo studio dell'antichità artistica  ho imparato come i romani costruivano i ponti, e ho appreso qualcosa a proposito degli archi che, fino all'arrivo della modernità arrogante del '900, erano la base per la costruzione di un ponte. Arco a tutto sesto, arco a sesto ribassato (detto anche scemo), vi ricordate? Mentre leggete sono sicura che riaffiorano anche a voi vecchi ricordi scolastici di nozioni impartite dal prof di Storia dell'Arte. 

Rimanendo su quello studio, comune per gran parte degli studenti della generazione degli anni '60, ricordo le lezioni all'università: a Lettere si seguivano le lezioni di storia dell'arte, ma anche storia dell'architettura; addentrarsi nei percorsi evolutivi delle costruzioni pubbliche o private dall'antichità ai giorni nostri ti dava un senso di rassicurante consapevolezza: gli uomini costruivano le loro case, i loro edifici pubblici, i loro templi – ovvero i luoghi di "nozze, tribunali e are" che, come dice Foscolo nei Sepolcri, "diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d'altrui", cioè resero l'umanità superiore alle bestie – pensando all'eternità che gli era negata. Alle opere pubbliche ( ma per chi poteva permetterslo anche alle dimore private) era demandato il compito di dare all'uomo ciò che gli dei gli avevano negato, la sopravvivenza attraverso i secoli e magari i millenni. 

Oggi noi guardiamo il Partenone e ci ricordiamo della grandezza della Grecia antica, di uomini che costruivano per celebrare i loro dei offrendo al tempo il segno imperituro delle loro capacità, del loro genio, della loro devozione. Cronos, noto divoratore di prole, dovette arrendersi di fronte all'uomo, dovette accontentarsi di carpire rapidamente (pochi decenni) la vita mortale ma fu sconfitto dalla pervicace resistenza dell'opera dell'ingegno.

La nostra civiltà ha vinto il dio vorace, fino a quando l'uomo contemporaneo ha deciso di considerarsi paradigma assoluto del tempo e della storia, con l'arroganza che già Leopardi gli rimproverava nella Ginestra, gli abitatori del novello "secol superbo e sciocco" contento e compiaciuto delle proprie "magnifiche sorti e progressive", si sono "rassegnati", con la superbia di chi vede solo il confine di se stesso, a rinunciare all'eternità.

Nessuno più costruisce pensando ad un'opera che gli sopravviva, dopo di me il diluvio, sembra affermare l'uomo contemporaneo, perché mi deve sopravvivere una cattedrale, un palazzo, o... un ponte? Io l'ho fatto ed esso durerà quanto me, oppure un po' meno.

Anche questo si chiama  consumismo: tutto deve essere comsumato per essere prodotto di nuovo, rifatto, ricostruito, un ciclo inesausto che produca profitto, denaro, lavoro, ricchezza per tutti sempre rinnovata. 

Personalmente preferisco la grandezza e l'eternità al qui e ora, ma lasciamo perdere, facciamo pure i conti con la contemporaneità che ha cambiato registro. 

Dopo la tragedia del ponte di Genova gli ingegneri, che hanno sostituito gli architetti in quanto depositari della sapienza dei numeri applicati alla costruzione degli oggetti, ci stanno spiegando che ponti ed edifici non sono fatti per durare, sono fatti per essere rinnovati continuamente. Citano il sistema americano dove i grattacieli, dicono, vengono ogni trent'anni o giù di lì, abbattuti e rifatti, oppure sostituiti integralmente nelle loro parti essenziali. E va bene, adeguiamoci. Ma facciamolo veramente. Non ci sembra che il ponte crollato abbia subito il trattamento su detto. Quindi è normale che sia caduto, dicono gli ingegneri, e in effetti hanno ragione. 

Ma chi va a spiegarlo a quei 40 morti e alle loro famiglie che si fidavano della stabilità e della sicurezza di un ponte fatto da uno che i calcoli li sapeva fare, che dopo 50 anni non c'era più da fidarsi? Chi va a spiegare a quei morti e alle loro famiglie che abbiamo adottato un sistema che spalma le spese nell'arco ampio del tempo, nel senso che fare un ponte alla maniera antica pretenderebbe spese faraoniche, mentre con il sistema della manuntenzione strutturale continua le spese si diluiscono sulle generazioni che di volta in volta dovranno occuparsene; e chi va a spiegare a quei morti e alle loro famiglie che noi non ci possiamo permettere, o non possiamo più permetterci di mantenere quei ponti e quelle strade? 

Chi va a spiegare a quei morti e alle loro famiglie che abbiamo privatizzato la gestione di quei ponti e di quelle strade per fare cassa perché dobbiamo contenere il debito come pretende l'Europa, e che i gestori si sono presi le autostrade italiane per guadagnare, per ottenere profitti, profitti sempre più alti. Quei gestori sono i nostri antagonisti, non i nostri protettori come potremmo legittimanente pretendere dallo Stato se quei ponti e quelle strade fossero ancora sue, cioè di tutti noi. 

Paghiamo i pedaggi più alti d'Europa per arricchire i gestori di ponti e autostrade, non per garantire la nostra sicurezza

Così martedì 14 agosto sono morte oltre 40 persone, altre probabilmente ne moriranno in futuro per lo stesso motivo, e noi continueremo a dissanguarci per passare su ponti e strade che prima o poi ci uccideranno per assicurare ricchezza a qualche grande gruppo finanziario.

È la contemporaneità bellezza, e tu non puoi farci niente, niente! 

O magari...

PS Abbiamo scritto che accettiamo le regole della contemporaneità, che comprendiamo, ma non sottoscriviamo, la rinuncia all'eternità. Però per favore signori ingegneri se qualcuno vi ricorda che voi fate opere fragili, incapaci di durare, mentre ancora durano e resistono le opere dell'antichità non dite che questo è un luogo comune. Abbiate il pudore, se non il buon senso di tacere, o almeno di appellarvi al fatto, che tutti volenti o nolenti camprendiamo, i tempi sono cambiati. Tacete per l'amore del cielo la vostra insopportabile arroganza di piccoli uomini presuntuosi.


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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da ghorio il 16/08/2018 21:46:35

    Grazie,gent.ma Simonetta Bartolini, di questo bellissimo articolo. Ho sempre considerato questa testata online una piccola oasi di giornalismo controcorrente. Tutto vero quello che scrive: infatti in nome della contemporaneità sono venuti meno i valori che contano, con grande rilevanza per gli aspetti economici e i dividendi. Infatti una volta a scuola si faceva l'enfasi dei servizi pubblici, vale anche per l'acqua, per il gas, per l'energia elettrica, etc, adesso contano i dividendi, da distribuire agli azionisti, tra cui sono compresi i vari comuni d'Italia

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