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Editoriale

Gli incidenti di Foggia: il caporalato, un fenomeno articolato e complesso che necessita di una ricetta a 360 gradi.

Chi oggi fa lo scandalizzato, ieri dov'era?

Matteo Chelli

di Matteo Chelli

i ultimi giorni una serie di lutti e disastri hanno colpito il nostro paese da Nord a Sud: dapprima la drammatica esplosione di Bologna Panigale a seguito del tamponamento di un’autocisterna con un altro camion; poco dopo, la morte di 12 migranti di origine africana a seguito di un altro incidente stradale, stavolta in provincia di Foggia. A ciò si aggiunge il decesso di altri quattro ragazzi africani, qualche giorno prima, sempre a seguito di un incidente stradale mentre venivano riportati a casa dopo il lavoro nei campi. Si tratta infatti di lavoratori agricoli stagionali, in parole povere "schiavi", sfruttati per qualche spicciolo l’ora per raccogliere pomodori nelle pianure pugliesi; è il cosiddetto fenomeno del “caporalato”, spesso legato ad organizzazioni malavitose e di cui si sente tanto parlare in televisione, peccato però che fino ad oggi almeno poco o niente sia stato fatto. Uomini – purtroppo a volte anche donne – come animali da soma, costretti a lavorare anche per più di 16 ore di fila nell’illegalità più totale, pagati una miseria  senza alcun tipo di assicurazione né prospettiva. Negli ultimi anni, l’aumento degli sbarchi di immigrati provenienti dall’Africa, ha costituito per il caporalato una “risorsa” enorme, un pozzo senza fine da cui attingere nuovi schiavi, il cui destino è sotto gli occhi di tutti. Ed eccoci giunti ad uno dei primi punti cardine della questione: spesso e volentieri, una parte della sinistra da salotto è riuscita a giustificare e a strumentalizzare una tale emergenza umana per farci credere che in Italia non avremmo i nostri prodotti primari se non ci fossero immigrati. Si parla di “battaglia di civiltà”, o ancora di “battaglia per i diritti”. Certo sono due vedute completamente opposte tra i sedicenti “buoni”, che ritengono di dare un contributo sociale significativo idolatrando lo sfruttamento e la schiavizzazione e tra chi, invece, cerca di impedire che certe cose nel ventunesimo secolo possano ancora avvenire, opponendosi alla totale smaterializzazione della dignità umana con ogni mezzo, cercando innanzitutto di abbattere quelle sorgenti che garantiscono un sostanzioso approvvigionamento di materia prima, in primis l'immigrazione. Inutile negare che in molti casi i ragazzi sfruttati siano migranti di origine africana, approdati in Italia attraverso i famigerati barconi e poi dati in pasto alla criminalità organizzata.  Per non parlare poi dei pesanti sospetti che qualcuno ne abbia usufruito per ingigantire le tasche e i portafogli degli amici degli amici, di migliaia di cooperative "rosse" e - purtroppo – "anche bianche". Tutt'altro che fuori luogo, come qualcuno voleva far credere, l'impronta della mafia nello sfruttamento illecito dei braccianti: già nel 2016, il giornalista Fabrizio Gatti de “L'Espresso” (tutto dire), dopo aver vissuto in incognito per una settimana all'interno del CARA di Foggia, riuscì a fornire una panoramica generale soffermandosi sulle metodiche con cui esponenti di associazioni mafiose e criminali nigeriane organizzavano lo sfruttamento dei richiedenti asilo ospiti del centro. Non solo migranti certo, i dati certificano – purtroppo - che tra i disperati ci sono anche immigrati regolari ed italiani, sia giovanissimi che sessantenni, costretti a “prostituirsi”(termine mai più consono) per cercare in qualche modo di sbarcare il lunario. Una situazione pressoché drammatica se si pensa che, secondo i dati elaborati dall'Ispettorato del lavoro, circa il 25% delle aziende agricole italiane farebbe uso dei caporali. Secondo qualche benpensante, il problema alla base sarebbe, in gran parte, la “furbizia” e il lavoro in nero. Tesi alquanto discutibile e piuttosto deboluccia: quale uomo, bianco, nero, giallo, vecchio o giovane che sia potrebbe mai vendersi per così poco se avesse una vita tutto sommato dignitosa? Nessuno. E questo non lo dice implicitamente solo il Ministro Salvini, ma il buonsenso soprattutto. Per cercare di arginare un fenomeno così vasto e complesso non si può pensare solo di potenziare la legge sul caporalato che già c'è, ma è necessario porsi quegli interrogativi sul perché certe persone siano spinte ad entrare in certi giri; potremmo prendere ad esempio il caso di un'indagine su un giro di droga. L'obiettivo è si anche quello di arrestare gli acquirenti, ma soprattutto quello di riuscire ad arrivare a monte del problema, arrestando chi la droga la vende, la trasporta, impedendogli di farlo nuovamente. Sono tante le componenti, anche non direttamente connesse, che entrano in gioco, basti pensare al fattore giustizia: negli ultimi anni abbiamo assistito a scenari da far venire il voltastomaco, assassini, pluriomicidi e stupratori fuori dal carcere dopo qualche annetto come se fosse un bar. Davvero un caporale, nelle condizioni in cui siamo adesso, potrebbe rimanere dietro le sbarre tanto da non poter più nuocere? Utopia, purtroppo. L'immigrazione incontrollata e non regolamentata, e cioè l'importazione di nuovi schiavi a cui non siamo in grado di dare alcuna prospettiva, le organizzazioni criminali italiane e non solo e la mancanza di un lavoro stabilee dignitoso sono ciò che rendono una persona debole e ricattabile, disposta a qualsiasi cosa. Ed è curioso come chi si ritiene depositario della verità suprema, cosciente e dotato di una visione a 360° gradi si scordi di dar peso a delle componenti così importanti. Ne è un esempio il segretario del PD – o più probabile - vice Renzi - Martina, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestale dal 2014 al 2018, che ora va “elemosinando” una collaborazione immediata col governo, con l'atteggiamento di colui che le ha provate tutte per difendere i diritti dei lavoratori. Peccato però che siano i fatti a smontare la sua architettura: dopo 4 anni di mandato il segretario ha chiamato in causa i dati, affermando che in questo arco di tempo ci siano stati maggior controlli, anche se niente, realmente, è stato fatto per porre fine al problema. Non è lo 0 virgola in meno a rappresentare un segnale significativo delle istituzioni, affatto. Ed ecco il classico “scarica barile” di chi, a volte, sarebbe opportuno si assumesse le proprie responsabilità anziché pretendere di dar lezioni non avendone alcun titolo e diritto, visti gli accadimenti. Il massimo della faccia tosta  e della presunzione politica lo si raggiunge con la deputata Dem Alessia Morani, letteralmente collezionista di una sfilza incredibile di figuracce ed interventi al limite del ridicolo: dal tricolore nato dalla lotta antifascista, all'ipoteca sulla casa come consiglio agli anziani per riuscire ad arrivare alla fine del mese, tanto per citarne alcune. Il 6 agosto scorso poi, la depuatata, nella sua dichiarazione sul tema immigrazione ha “ricordato” al Ministro Salvini che i braccianti morti nei due incidenti stradali di Foggia erano figli di questa immigrazione. Nessuno ne ha parlato, nessuno ha dato peso a queste parole che, a sentirle e risentirle, sanno di una contraddittorietà e una falsità ineguagliabili. L’immigrazione in questione è proprio quella su cui la sinistra, negli ultimi anni, si è comportata in modo quantomeno contraddittorio (a dir poco)  ignorando un business milionario e facendolo passare come un atto di grande generosità e accoglienza. Balle. Ed è allora ripugnante come si tenti di rigirare la frittata, peraltro senza il benché minimo rispetto per delle persone decedute. Ma d’altronde cosa aspettarsi da chi, per aprir bocca, ha sempre bisogno di chiamare in causa il proprio “nemico”? Indipendentemente da ciò che si vuol far credere: ipocrisia e onesta umiltà, la differenza sta tutta qui. E di certo, non saranno giornali, tivù o radio ad indicarci dove sia una e dove sia l’altra.

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