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Editoriale

L'ambasciatore francese licenziato e il vento dell'est. Una vicenda incredibile ma vera.

Le radici profonde non gelano ....

Luca  Costa

di Luca  Costa

otizia è passata quasi inosservata, anche in Francia. Eppure, per un attento osservatore, sono proprio fatti come questo che permettono di prendere il polso alla presente situazione politica. L’aria che tira, si potrebbe dire.

Eric Fournier, ambasciatore della République française a Budapest, è stato richiamato urgentemente a Parigi da Monsieur le Président Emmanuel Macron in persona.

Il motivo? un’ apparentemente innocua missiva, una nota di poche righe, che doveva tra l’altro rimanere confidenziale, dove il povero Fournier scrive che:

La gestione dei flussi migratori clandestini, e illegali, da parte del governo ungherese dovrebbe essere un modello per i governi occidentali”.

Non l’avesse mai fatto. Qualcuno (non si saprà mai chi) fiuta il pericolo (o l’occasione), fa girare la nota a Parigi e immediatamente la stampa è informata.

Immediata conferenza stampa di Macron che tuona indignato davanti ai microfoni dei giornalisti:

Non è affatto questa la posizione francese. Se mi arrivasse la prova che tali propositi sono stati tenuti pubblicamente, l’ambasciatore sarebbe immediatamente revocato”.

Licenziato insomma. Ed è proprio quel che è successo a Eric Fournier, anche se le prove di sue dichiarazioni pubbliche non sono mai state presentate. Poco male, l’Eliseo fa sapere che si tratta di una normale rotazione, turn-over si direbbe nel calcio.

 Al di là dell’aneddoto, l’affaire Fournier mette in luce un aspetto scottante della politica continentale: l’UE è spaccata sulla questione dei clandestini. Da un lato Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e, in maniera forse più sfumata, l’Austria. Dall’altro il blocco occidentale.

L’Ungheria di Viktor Orban è stata la prima a puntare i piedi. Dal 2010 al potere, questo solido protestante di un paese solidamente cattolico ha fatto cambiare la Costituzione in una direzione leggermente diversa rispetto a  quelle degli altri stati europei.

Ecco il preambolo della Costituzione ungherese: Professione di fede nazionale: che Dio benedica l’Ungheria. Niente male.

Continua ricordando che: il popolo ungherese ha combattuto per secoli per difendere l’Europa, contribuendo alla formazione di valori comuni grazie alla sua forza e alla sua tenacia. I nostri avi hanno combattuto per la sopravvivenza, la libertà e la sovranità della nazione.

 Orban non ha esitato a tradurre tali principi in politiche concrete. Quando nel 2015 Angela Merkel ha aperto le porte della Germania a un milione di immigrati, Orban ha chiuso le frontiere. L’Europa l’ha minacciato. Conseguenza?

L’Ungheria non ha ceduto su nulla e in più Polonia di Andrzej Duda, la Repubblica Ceca  di Andrej Babis e la Slovacchia di Peter Pellegrini (che in teoria è socialdemocratico, cioè sinistroide) l’hanno seguita. E da poco di è aggiunta l’Austria di Sebastian Kurz.

 Che cos’hanno in comune questi paesi?

A parte l’Austria tutti fanno parte del Gruppo di Visegrad. Nessuno di questi paesi è euroscettico, si tratta solo di un rigetto dell’invasione migratoria.

Nessuno di questi paesi è antieuropeo, sono solo paesi che si oppongono a una visione vuota dell’Europa, che rifiutano l’idea che l’Europa sia un continuo “divenire” privo di qualsiasi identità culturale o di ogni sostanza propria. Individualismo, diritti dell’uomo, contrattualismo, materialismo, laicismo, immigrazionismo, islamismo, multiculturalismo, multienticismo, sono tutte nozioni che questi paesi non riconoscono come europee. E infatti sono americane, loro l’hanno capito. Noi ancora no.

Budapest, Praga, Bratislava, Vienna, Varsavia, credono in un’ Europa cristiana, dove i popoli difendono le proprie tradizioni e la propria identità, fieri delle proprie radici romane e al tempo stesso delle proprie particolarità nazionali. Di conseguenza, rifiutano una torre di Babele, un melting-pot all’americana fatto di individui neutri, interscambiabili, dall’identità fluida.

 Ma c’è dell’altro. Tutti questi paesi conoscono bene l’islam. Sono stati attaccati, invasi e occupati dai musulmani.

L’Ungheria ha subito l’occupazione islamica dal 1526 al 1699, oltre un secolo e mezzo di terrore, violenza, persecuzione e schiavitù.

Nel 1529 e nel 1683 gli Ottomani hanno assediato Vienna seminando il terrore in tutto l’impero. Nel 1683 l’Europa intera è stata salvata dall’eroismo delle truppe cristiane guidate dal grande re di Polonia, Jan Sobieski.

Queste realtà sono scolpite nella pietra a Budapest e a Vienna.

In Italia, ben pochi giornalisti e opinionisti hanno fatto caso al grande quadro presente alle spalle di Sebastian Kurz durante la conferenza stampa indetta per annunciare la chiusura delle frontiere austriache: era proprio un quadro raffigurante la battaglia del Kahlenberg del 12 settembre 1683.

 Ma c’è ancora dell’altro. Le fallimentari e assurde esperienze panslaviste, gli orrori delle armate comuniste, hanno convinto Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Austria, e in una certa misura anche Croazia e Slovenia, che quella della coabitazione pacifica tra popoli non è che un’utopia per salotti buoni, un’utopia che il popolo finisce sempre per pagare a caro prezzo.

Se ad ovest culliamo ancora l’illusione che la nazione è fondata sullo stato di diritto ad est sanno bene che è l’identità che fonda la sovranità nazionale. L’identità culturale. Tradotto: il cristianesimo.

Ed è in primo luogo questo il motivo dell’odio dei media e delle élites occidentali per i paesi dell’est. Non andiamo a cercare altrove. Sono paesi cristiani che vogliono restare cristiani. Non accettano di convertirsi alla religione politica dei diritti dell’uomo perché sanno che quest’ideologia apparentemente umanista e progressista cela in realtà le basi per il peggior totalitarismo della storia.

 Qualcuno potrebbe obiettare che i paesi finora citati hanno tutti fatto parte dell’Impero Asburgico e dovrebbero, quindi, avere nel DNA una visione “sovranazionale” della politica. Non bisogna però dimenticare che tale impero è stato l’ipotesi meno totalitaria della storia nonché la più rispettosa delle identità dei popoli che costituivano il puzzle dell’impero. I soli valori forti presenti erano l’attaccamento alla dinastia degli Asburgo, alla Chiesa cattolica e il rispetto delle istituzioni, in primis proprio da parte dei funzionari imperiali, e della cultura. Per avere conferma, leggere qualche romanzo di Joseph Roth, il Mito asburgico di Claudio Magris o ancor meglio il Mondo di Ieri di Stefan Zweig. Come diceva vent’anni fa il filosofo George Steiner: ciò che ancora ci lega è l’impero.

 Per questi popoli, l’Europa non può essere una scatola vuota da riempire con l’ideologia del giorno che fa comodo al mercato. No, l’Europa deve avere un’anima.

 Il vento dell’est soffia fino a noi, e testimonia di una divisione che ancor prima che geografica o politica è spirituale.

Cosa deve essere l’Europa di fronte al mondo?

Affermazione di sé ? Negazione di sé ?

Cos’ha da dire l’Italia in merito?


Fonte dell’articolo: Actualité de l’histoire - à l’école de l’Histoire: “Vent de l’est”, di Jean-Louis Thiérot - FigaroHIstoire n.39

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Tergestinus il 25/08/2018 17:10:05

    Sarebbe ora di finirla con la frottola secondo cui l'impero asburgico rispettava le nazionalità. Nulla di più falso, e qui a Trieste ne sappiamo qualcosa. Ottant'anni di vescovi slavi imposti a una popolazione in larga maggioranza italiana, il secolare diniego all'apertura di un ginnasio in lingua italiana, caduto soltanto nel 1863, l'ostinato rifiuto di istituire un'università in lingua italiana, portato avanti sino all'ultimo. Tutti questi e altri fattori fecero sì che in Venezia Giulia dell'Austria e degli Asburgo nessuno ne potesse più. Altro che rispetto delle nazioni!

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