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Un grande artista si confronta col pubblico

RICCARDO MUTI: mezzo secolo con Firenze, momenti e ricordi di una carriera eccezionale. E stasera al via il Macbeth.

Il maestro si intrattiene con i fiorentini nel salone dei Cinquecento: dalla bandiera rossa sul Guglielmo Tell alla supposta rivalità con Abbado.

di Domenico Del Nero

RICCARDO MUTI: mezzo secolo con Firenze, momenti e ricordi di una carriera eccezionale. E stasera al via il Macbeth.

Un fiume in piena di ricordi, aneddoti, provocazioni intelligenti. Riccardo Muti esprime una simpatia napoletana sincera, tutt’altro che costruita o macchiettistica. Dice cose terribilmente serie, sul passato e sul presente dello “stato dell’arte” in Italia, ma lo fa con il sorriso sulle labbra, di chi non vuole salire in cattedra o sentirsi superiore “per statuto”. Mezzo secolo di vita artistica sono anche cinquanta anni della storia d’Italia e le due cose non si possono separare.

E ‘ stato un bellissimo incontro, quello del maestro con il suo pubblico e la città di Firenze, ieri alle 18 nella splendida cornice del salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, per raccontare cinquanta anni di rapporto, anche se certo non continuativo, con la città del giglio.  Uno splendido “preludio” alla prova che attende Muti oggi e venerdì 13 al teatro del Maggio: il Macbeth di Verdi in forma di concerto, la cui prova generale ha già scatenato l’entusiasmo del pubblico e che chiuderà, come meglio non si potrebbe, l’81 Maggio Musicale Fiorentino.

Il maestro è giunto sul “palcoscenico” del salone dei Cinquecento accompagnato dal sindaco Dario Nardella, dal Sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino Cristiano Chiarot e dalla giornalista e specialista di teatroLeonetta Bentivoglio, che ha guidato con eleganza e competenza la conversazione con Muti.

Il sindaco ha ricordato come, mezzo secolo fa, proprio da Firenze sia partita la carriera del giovane Muti, appena 27enne, totalmente sconosciuto: “ Un giovane napoletano, poco più che ventenne, si è trovato  qui a Firenze. La città, il teatro lo hanno accolto, hanno messo a disposizione le sue maestranze… Muti, oggi tu sei l’Italia, il patrimonio internazionale vivente della grande musica italiana. Non è certo un caso che tu abbia scelto Macbeth, opera intensa, bella e difficile di quel Verdi di cui sei il più grande interprete vivente”.

Un vero e proprio volo lirico, quello del sindaco,  ma  certamente condivisibile, E quasi a voler stemperare, Nardella ricorda poi che Firenze ha due grandi passioni: la lirica e … la Fiorentina. Forse il primo cittadino pecca un po’ d’ottimismo nel pensare che le due cose stiano proprio alla pari (magari!) ma è certo che ieri  lo sport e l’arte si sono davvero date la mano con un omaggio simpatico e appropriato: una maglia viola con il nome del maestro e il numero 50, come gli anni della sua collaborazione con la città gigliata.

E dopo un altro simpatico omaggio, la tessera  e una targa degli Amici del Maggio consegnata dalla presidente Vivarelli Colonna e un saluto sentito e commosso del Sovrintendente Chiarot, che ha ricordato come il  maestro sia stato voluto fortemente a Firenze prima di tutto dalla stessa orchestra,  Muti ha invitato le “chiarine” del comune presenti in costume con il gonfalone  a suonare. E’ stato l’inizio di una conversazione brillante e di grande interesse.

Sollecitato da Leonetta Bentivoglio, il maestro parla dei suoi inizi fiorentini, del grande affetto che lo lega a Firenze ma anche delle difficoltà e degli scontri che ha avuto, dovuti soprattutto a motivi politici, al clima particolare di quegli anni: non per nulla il suo rapporto con il teatro iniziò nel ’68.Con una doverosa premessa: “Io non dico certe cose per polemica politica, del resto il contesto di quel tempo è oggi completamente cambiato. Inoltre, se come uomo ho senz’altro le mie opinioni anche in materia di politica, come direttore mi occupo di arte e basta: la politica non c’entra e non ci deve entrare.”

Il racconto di Muti scorre come un romanzo affascinante, inframmezzato da un pubblico sempre più coinvolto dalla statura dell’artista e dal calore e dalla simpatia umana del personaggio.  La storia dei suoi esordi, dichiara, appartiene a un contesto teatrale e culturale che ormai non esiste più.

Muti capitò a Firenze grazie alla vittoria  nel concorso “Guido Cantelli” nel 1967; poteva scegliere tra Genova, Firenze e Catania, ma alla fine scelse Firenze sebbene questo comportasse dover dirigere un concerto con un gigante del pianoforte come solista:  Svjatoslav  Richter, che accettò di suonare con un direttore giovane e sconosciuto. “Se è un buon musicista, perché no”? Fu il suo commento.  Ma  Muti intuì che Richter avrebbe voluto delle garanzie e così studiò a fondo la parte per orchestra dei concerti di Mozart e Britten che avrebbero dovuto interpretare insieme. D lì a poco infatti ricevette un invito a recarsi a Siena dal grande pianista e lo trovò all’Accademia Chigiana seduto a un pianoforte; ce n’era anche un altro, a cui fu “pregato” di accomodarsi e dove dovette suonare la trascrizione delle parti per orchestra di entrambi i concerti. “ Se lei dirige come suona è un  buon musicista. Accetto.”

Fatta dunque? Beh, quello era solo il “preludio”. Nel marzo del ’68 approda finalmente in riva d’Arno. Sovrintendente del teatro era allora Remigio Paone, mancava un direttore principale stabile.  “Ero molto teso e preoccupato; non solo avevo avuto insegnanti molto severi sul piano tecnico, ma essi mi avevano dato anche un imperativo etico: dare Bellezza, con la maiuscola.” Ma il primo impatto con il palcoscenico fu alquanto … cacofonico: “C’era una cagnara d’inferno. Questioni sindacali, sicuramente giustificatissime, e del resto i problemi non mancano neppure adesso. Finalmente si accorsero che c’era qualcuno sul podio; iniziai a provare, ma ogni volta che mi fermavo, invece di ascoltare i consigli e ciò che avrei avuto da dire,  le discussioni ricominciavano più caotiche che mai. Alla fine persi la pazienza ed esclamai: ‘voi avete un nome grande così, ma credo che parte di questa orchestra dovrebbe essere sbattuta fuori’. Una parte degli orchestrali pensò probabilmente che fossi pazzo, un’altra avrebbe voluto buttarmi fuori a pedate, ma una parte cominciò a provare ammirazione.  Comunque sia, finalmente cominciammo a provare sul serio e da allora iniziò il mio legame, la mia partecipazione affettiva con l’orchestra.”

Sicuramente, in quegli anni, una uscita del genere poteva costare cara al giovane maestro. Ma la trovata sintonia non impedì uno sciopero che fece saltare il concerto … per fortuna. Perché Paone, che aveva intuito il valore del direttore, lo rimando à maggio … e quindi nel Maggio, nel festival più importante e prestigioso. Il successo e l’eco che ebbe non solo consolidarono il rapporto con l’orchestra e con Richter, ma di li a poco Muti fu nominato direttore stabile. “ Fu stupendo, avevo uno stipendio: potei sposarmi, andai a vivere in via Rucellai 15; a Firenze sono nati tutti e tre i miei figli. E potei finalmente scegliere il mio pianoforte, un modesto “quarto di coda” che però non ho mai abbandonato e ancora oggi è il mio: abbiamo affrontato insieme chilometri di partiture e io voglio rimanere con lui.

Partimmo in un momento difficile (il ’68) in una città bollente e quindi in un teatro bollente. Non mi sono mancati alcuni attacchi, erano momenti di ideologie estremiste ed estreme, ma ho sempre avuto dalla mia l’orchestra, il coro, il pubblico… il teatro insomma. Il pubblico poi si era affezionato all’entusiasmo che io metto nel mio lavoro”. Il maestro manterrà l’incarico sino al 1980, anche se ben presto cominciarono prestigiose collaborazioni internazionali: già nel 1971 von Karajan lo invita sul podio di Salisburgo.

Muti non  dice esplicitamente “chi” abbia tentato di mettergli i bastoni tra le ruote (del resto, sottolinea a un certo punto, i suoi rapporti con le istituzioni e con i sindaci di Firenze sono sempre stati buoni) ma gli esempi che fa alla domanda se la politica abbia influito sulle scelte di repertorio sono abbastanza chiari. Gli spettacoli che egli realizza durante la sua permanenza a Firenze sono tanti, alcuni veramente entrati nella storia; opere di repertorio, titoli meno conosciuti, novità. Si va da una edizione dei Puritani accolta con tifo da stadio, alla Spontiniana e pressoché sconosciuta Agnese di Hofenstaufen,  alla sua “prima volta” con il teatro di Mozart (Le nozze di Figaro), a un integrale e memorabile Guglielmo Tell quando ancora la grande riscoperta di Rossini era di là da venire: in tutto 21 titoli, di cui 16 debutti. Eppure uno dei putiferi maggiori successe quando  il sovrintendente Roman Vlad e Muti decisero, giusto per fare qualcosa di repertorio, di fare Cavalleria Rusticana e Pagliacci. Ci fu una sollevazione di parte della sinistra che parlò, soprattutto per Cavalleria, di “opera fascista, di destra”, Ci furono addirittura sedute in Palazzo Vecchio sull’argomento, ma giustamente i due andarono avanti fino in fondo: interprete dei Pagliacci era tra l’altro il grande tenore americano RichardTucker, mentre Cavalleria godeva di una splendida regia di Bolognini. Il teatro era gremitissimo, ricorda il maestro, al pubblico non interessava il discorso politico e ideologico; senza contare che si tratta di due opere straordinarie

E qui, un episodio dal sapore grottesco e surreale: “ durante il preludio di Cavalleria, mentre il tenore attacca la siciliana al suono dell’arpa, il direttore sta fermo. Sento dei passi, sempre più pesanti da dietro il palcoscenico. Mentre mi chiedo chi possa mai essere, si apre la porta e irrompe sulla scena vuota un tizio vestito di un impermeabile sdrucito, che si mette a urlare: “ mentre qui si fa musica, negli ospedali si muore di eutanasia”. Urla, fischi e boati rabbiosi del pubblico, arriva la polizia, il tizio viene arrestato e lo spettacolo si ferma. Il tenore, che era Gianfranco Cecchele, cantando fuori scena non aveva visto nulla, ma… sentito sì, tanto che mi chiese sgomento; ‘ma ho cantato così male?’ credendo che i fischi fossero stati per lui …”

Ma se questo episodio era opera di uno squilibrato, ancor più pazzesco è un ricordo legato al Guglielmo Tell : il terzo atto si volge in buona parte presso il castello del governatore Gessler, tirannico e “cattivo”. Orbene il regista aveva piazzato sul castello una bandiera rossa; per ragioni cromatiche, estetiche etc…. tutto fuorché politiche.  Ebbene, a un certo punto giunge la notizia che critico di ultra sinistra minaccia di scatenare il finimondo in teatro se quella bandiera non viene cambiata, perché a quel colore non può essere associata nulla di tirannico!  Peccato che la storia abbia dimostrato che le cose non stiano propriamente così, ma il punto non era certo questo. Muti consiglio il regista di lasciare le cose come stavano e di ignorare la provocazione, ma il giorno dopo sul castello sventolava una bandiera …. Rosso nera! E meno male che non insorsero i milanisti.

E il maestro va avanti ricordando che in quegli anni autori come Mascagni, ma anche un grande compositore  sinfonico come Respighi non venivano più eseguiti perché avevano ricevuto onori durante il Fascismo mentre compositori russi decorati (e poi magari perseguitati) da Stalin non subivano nessun ostracismo. Muti parla poi anche di altre “leggende nere” sul suo conto, come la sua presunta rivalità con Claudio Abbado o il fatto di negare spazio alla musica contemporanea. In realtà, lo spazio che il maestro ha dato a prime esecuzioni assolute è stato molto ampio e soprattutto in America e a Filadelfia in particolare il suo rapporto con compositori viventi è molto stretto.  Sulla rivalità con il collega Muti   poi è categorico: non è mai esistita e se mai è opera di gruppi di fanatici, più dell’altra parte perché sette di “Mutiani” almeno che lui sappia non esistono. Ma questo non ha nulla a che vedere con Abbado, con cui c’è sempre stato reciproco rispetto, fa parte se mai della solita mania di classificare e sentenziare tipica di certi ambienti: “ Muti meridionale, quindi pizza e mandolino… poi era pure cattolico, ce n’era abbastanza per metterlo alla gogna ….insomma io ero il fascista ….”

Il maestro parla anche della sua grande passione e scoperta di un grande musicista fiorentino, Luigi Cherubini, che rappresenta l’Italia della disciplina, del rigore: musicista ritenuto il più grande dell’epoca sua nientemeno che da Beethoven, e che ora giace praticamente dimenticato al Cimitero del Père-Lachaise a Parigi, e che Muti vorrebbe far traslare in Santa Croce, dove c’è solo ilo suo cenotafio.

Intanto stasera e venerdì Macbeth, l’opera verdiana che il maestro ha diretto più spesso e con cui infiammerà il suo pubblico di ieri, di oggi, di sempre.

 

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