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La bellezza torna esercitando l'ammirazione

Il bel libro di A.K Valerio conduce il lettore sui sentieri del bello sulle orme dei grandi scrittori

di Gennaro  Malgieri

La bellezza torna esercitando l'ammirazione

"Maravigliosamente/Un amor mi distringe/E sovenemi ogn’ora/Com’omo che ten mente/In altra parte e pinge/La simile pintura,/Così, bella, facc’eo:/Dentr’a lo core meo/Porto la tua figura.” Sono i  primi nove versi del canto di Jacopo da Lentini, poeta del XIII secolo, “domini imperatoris notarius”, in pratica funzionario, intorno al 1240, della corte di Federico II, definito da Dante nella Divina Commedia, XXIV Canto del Purgatorio , semplicemente come il "Notaro". E se tale fu indubbiamente sotto il profilo amministrativo, non meno “notaro” della bellezza venne considerato da chi lo ebbe sodale per poi essere dimenticato e sepolto sotto la coltre di polvere dei secoli che, tuttavia, ha preservato la sua poesia come una preziosa e rara espressione di vitale e stupefatto amore per l’armonia che tutto regola ed alla barbarie si oppone con la forza della stessa meraviglia che suscita.

Anzi, “maraviglia”, come come con grazia antica ha voluto omaggiarlo, restituendolo alla nostra convulsa e disarmonica epoca, una scrittrice finissima, le cui eleganze stilistiche non possono che destare appunto quello stesso sentimento dal quale  il poeta messinese si sentiva avvolto nel decifrare gli ornati della creazione che attorno a lui fluiva gioiosa, malinconica quando non dolorosa. Ed era pur sempre vita. Vita e amore, ma anche politica non in senso volgare, ma in quello federiciano che coincideva con una visione del mondo da trarre dalle movenze dello spirito e incarnarla nella costruzione del “bene comune”. Anna K. Valerio ha raccolto sotto il titolo di Maravigliosamente (Ar-Il Cavallo alato, pp.82, €12,00) i suoi “esercizi di ammirazione” raccontando, non diversamente da come si sarebbe atteggiato presumibilmente Jacopo da Lentini, la bellezza incrociata tra  i torrenti dell’intelligenza attraversati con la grazia e l’arguzia di chi non ha nessun interesse a  governarli, ma piuttosto la voluttuosa tendenza a lasciarsi lambire, bagnare un po’, rigenerarsi.

Ed è così che ha incontrato Leonardo Sciascia e Cristina Campo, Nicolàs Gómez Dávila e Giacomo Leopardi, Antonio Moresco e Antonia Pozzi, Carlo Michelstaedter e Pierluigi  Cappello,Marco Pighin e Riccardo Bacchelli. Da ognuno ha tratto ispirazione per ricollocare al posto giusto la memoria dissipata, le angosce del tempo che si è fatto sottile, lo spreco dell’ingegno lanciando tutto insieme questo fardello laddove non c’è nessuno probabilmente, ma se dovesse esserci certamente verrà raccolto ed il fortunato viandante  s’incaricherà di guardare dentro di esso per separare ciò che non merita di essere perduto dalle anticaglie della modernità selvaggia che non sono degne neppure di una frettolosa ed approssimativa sepoltura.

Forse il viaggiatore stanco, perplesso, disfatto si ridesterà dal torpore leggendo a proposito del Giappone eroico a cui la scrittrice dedica alcune delle pagine più intense: “La spada del samurai è una falce di luna che attraversa l’aria e la scompone nei frammenti di un origami invisibile, ma il fiore del samurai è il fiore di ciliegio”. E farà sua l’etica del “Dai-Nippon”.

Se la bellezza è effimera come la vita di un fiore, ed è questa la sua essenza profonda, Anna K. Valerio la coglie pienamente descrivendo l’eroismo delicato, la morte sussurrata, il sorriso ultimo che smorza la smorfia di dolore. La cui estrema (ed unica) verità che rileva è “la passione delle passioni ed è la sola capace di tutte le altre”, riferita a Leopardi, ma adatta a descrivere tutti gli “ammirati” che nelle sue pagine trovano posto perfino quando si ergono ad eretici per vocazione e convinzione, come l’immenso Gómez Dávila, il contemporaneo degli spiriti liberi, il solo che proiettato nel XXI secolo è capace di parlare ai “prigionieri” dei meccani della modernità. “Non c’è antitesi tra vita e verità - scrive Anna K.Valerio -, come hanno preteso secoli di pensiero fondato sull’ “intelligenza dell’intelletto”. Perdere la via della carnalità è per Gómez Dávila un’assurdità in termini estetico-filosofici”. Ed il pensatore bogotano sintetizza: “Un gesto, un gesto solo, a volta basta a giustificare l’esistenza del mondo”. O la personale esistenza. Come i samurai sapevano bene, come l’eroico Giappone non ha dovuto imparare dal suo sterminio che la rinascita comincia laddove la morte si configura soltanto come un passaggio. Le civiltà  d’altronde - ci insegnava Esiodo e ci ripeteva Spengler -   muoiono per rinascere: è la bellezza che nessuno potrà deturpare a lungo o, peggio, in eterno. Quando si nasconde, come gli Dèi che giocano con gli umani, è soltanto perché sa di riapparire.

Anna K.Valerio perfino nelle “brutture” del presente riesce a leggere motivi che inducono a ritenere ineluttabile la riapparizione della bellezza: la politica per quanto possa essere un campo di gramigna da arare inutilmente conosce momenti di rinascita che si palesano nell’arte, nella espansione della cultura, nelle differenze riscattate da popoli che ritenuti soffocati improvvisamente si ridestano dal sonno dei secoli...

E se perfino la libertà viene costantemente stuprata, non è il caso di disperare. Si legga Giovanni Verga, suggerisce Anna K.Valerio, per capire fino a che punto essa può essere seppellita sotto la pesante lastra della menzogna o dell’imbonimento. Ma poi? Poi passa il tempo e se la memoria resta, ancorché residuale, c’è qualcuno che dissoderà il campo dei morti e ne farà il Campo dei Santi. E’ la storia europea (per restare nei nostri confini) a darci la certezza che la solitudine corroborata dall’idea di bellezza che non è soltanto un “bene” estetico, ma è il laboratorio della vita che cresce nonostante le mortifere assoluzioni che quotidianamente ci dobbiamo sorbire.

Anna K. Valerio “maravigliosamente” esercitandosi insieme con coloro che ha eletto ad esempi di rinascita ci lascia il calore di un avvento al quale dobbiamo credere. Non diversamente da Dostoevskji. Il ritorno della Bellezza. Ed il suo esercizio di stile è un segno che ciò può accadere coltivando il declino come promessa di riscatto.

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