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G. Mughini, Era di maggio

di Giuseppe del Ninno

G. Mughini, Era di maggio

Da Giampiero Mughini mi divide quasi tutto: lui nella modernità vede soprattutto pregi e vantaggi, io soprattutto criticità e difetti; lui è un pensatore che ama l’individualismo libertario come celebrazione di una visione laica del mondo, io guardo a una perduta società organicistica, fatta di ruoli e autorità, sul filo di un’apertura verso il sacro; lui esalta il processo unitario dell’Italia, io, senza denigrarlo, vedo limiti e demeriti della Dinastia unificatrice e meriti – misconosciuti – di quelle sconfitte; lui, infine, tifa Juventus, io tengo per il Napoli.

Eppure, l’amicizia che ci lega dagli anni 80 del Novecento, e cioè dalla sua trasmissione  televisiva “Nero è bello”, in cui esplorava la galassia dell’intellettualità giovanile post-fascista, ha avuto il suo innesco in talune persistenti affinità: la principale consiste nell’essere diffidenti delle ortodossie mummificate e nell’essere attratti dagli avventurieri dello spirito e dagli atleti dell’intelligenza, forse nella presunzione di essere tali. E poi ce n’è almeno un’altra, che discende dal comune amore per la letteratura: entrambi siamo innamorati di Parigi, delle sue atmosfere culturali, dei suoi miti letterari e artistici, da Baudelaire a Céline.

La riprova di quest’ultimo sentimento l’abbiamo avuta sere fa, in occasione della presentazione di ”Era di maggio” (editore Marsilio, pag. 156, euro 16), scritto da Mughini per celebrare il cinquantenario di quella rivoluzione parigina che poi doveva estendersi a tutta Europa e quindi alla nostra Italia. Il luogo stesso della presentazione non poteva essere più congeniale all’Autore di quel libro, il cui titolo rimanda a un classico della canzone napoletana, poi rivisitato da Franco Battiato: la libreria ELI Esperienze Libri Idee, aperta di recente da quel Marcello Ciccaglioni, che fu patron della catena di librerie Arion a Roma e che ora, con questa iniziativa, intende elevare una semplice – ma articolata e varia – bottega di libri a centro culturale e a punto di ritrovo di chi ama non solo i libri, ma la cultura in genere.

Dunque, in quelle pagine scopriremo la Parigi del maggio 68 nei ricordi del testimone Mughini, che nella capitale dell’immaginario europeo si trovava per svolgervi il compito di lettore d’italiano, e chi ha avuto la ventura di assistere alla presentazione dell’altra sera, ha potuto riviverla nella rappresentazione contrassegnata da un’oratoria teatrale, più che nel racconto, dello stesso Mughini; una rappresentazione scandita dalle proiezioni di foto in bianco e nero, che ritraevano, fra gli altri protagonisti di quei giorni, lo stesso Autore, in compagnia di alcuni suoi compagni di percorso, dalla Catania di “Giovane Critica” alla Parigi che “si annoiava”, prima di quell’improvviso maggio.

Rivive insomma, nella prosa forbita e appassionata di Mughini, la Parigi della Sorbona e di Nanterre, la Parigi dei boulevards animati dalle migliaia di studenti scesi nelle piazze e saliti sui tetti dei palazzi, per fare barricate e lanciare sampietrini, in una rivoluzione che pretendeva essenzialmente libertà da regole percepite come ormai superate e quindi asfissianti, nel nome della fantasia al potere.

Ancora una rivoluzione in terra di Francia, ma stavolta senza le cataste di morti che aveva prodotto quella dell’89, da cui nasce la République, poi marmorizzata in una piazza divenuta celebre per altre e ben più cruente esplosioni di violenza. E nelle parole colorite di Mughini – nelle sue pagine – si sente una nostalgia paradossalmente solare, quando la nostalgia invece non può che avere le sfumature del crepuscolo, sul filo di una bellezza che sublima perfino il gesto elegante di un lanciatore di sassi contro la polizia – quasi una replica del Fauno danzante, fissato in un momento eterno - e la grazia di un’improvvisata manifestante a cavalcioni sulle spalle di un amico, come un’esile, aggraziata Marianna.

Ma Mughini apprezza anche la calma forte e lo sguardo fiero dei poliziotti chiamati a fronteggiare quelle folle e non può non ricordare – forse con una punta d’invidia nazionalista… - le personalità politiche che in quel frangente seppero riportare l’ordine in quel gioioso marasma: il generale De Gaulle, intendo, e il ministro della cultura André Malraux.

Così il libro diventa una festa che non museifica quei momenti storici e non si cura di spiegarne gli effetti sulla cultura e sull’immaginario delle generazioni che si sono susseguite, specie da noi; e la nostalgia di Mughini si rivela soltanto nella sua dichiarazione di mancare da Parigi da anni, per evitarsi la scoperta di cambiamenti che lo farebbero soffrire

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