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Maggio Musicale Fiorentino

Alceste di Gluck, dall' Acheronte in riva d'Arno.

Buon successo del capolavoro del musicista tedesco, grazie a una bella regia, un buon cast e una ottima direzione.

di Domenico Del Nero

Alceste di Gluck, dall' Acheronte in riva d'Arno.

Cala il sipario anche su Alceste, l’opera che con il Barbiere di Siviglia ha letteralmente “sbancato” il teatro del Maggio  Musicale Fiorentino , con una ottima partecipazione giovanile soprattutto al primo titolo. E se per Rossini la cosa poteva essere, se non scontata, altamente probabile, un po’ meno lo era per un titolo senz’altro “blasonato” e mai uscito dal repertorio, ma certo molto meno d’impatto del capolavoro rossiniano.

Invece anche Gluck ha fatto centro: teatro pieno, pubblico interessato ed entusiasta: l’ultima recita (a cui si riferisce la presente recensione) ha visto una vera e propria ovazione tributata ai principali interpreti, al coro che in questo dramma ha un ruolo di primo piano e al direttore d’orchestra, Federico Maria Sardelli.

“Pensai di ristringer la Musica al suo vero ufficio di servire alla Poesia per l’espressione, e per le situazioni della Favola, senza interromper l’Azione, o raffreddarla con degl’inutili superflui ornamenti” scrisse  Gluck ( o meglio Calzabigi) nella prefazione all’Alceste, che insieme all’ Orfeo ed Euridice rappresenta il frutto più valido della riforma portata avanti dal compositore e soprattutto dal suo poeta. [i]

E’ noto come Ranieri de Calzabigi abbia costruito i suoi libretti attraverso la successione di alcuni momenti chiave: una costruzione “lineare” che nell’Alceste ancor più che nell’Orfeo procede con una struttura “monumentale”; non per nulla Alceste è indicata  come “tragedia”, mentre Orfeo ed Euridice appartiene al genere minore della festa teatrale. E in questo dramma l’azione procede per momenti emblematici; La malattia di Admeto, il responso dell’oracolo, il proposito di Alceste di sacrificarsi per lo sposo, la sua morte e Apollo (al posto di Eracle, come era invece in Euripide) che da deus ex machina risolve felicemente il dramma. Inoltre, come ricorda Paolo Gallarati, l’originalità del testo di Calzabigi consiste anche nel fatto che il poeta non si limita a adattare in italiano la struttura della tragedie lyrique francese, ma inserisce la forma chiusa dell’aria italiana in un contesto drammaturgicamente più mosso. Tutta la partitura ha la solennità, quasi ieratica, della tragedia classica e il coro, scandendo con i suoi interventi i momenti chiave del dramma, è un vero e proprio “personaggio” e non un elemento “decorativo”, anche se in Euripide esso non aveva più il ruolo chiave che possedeva in Sofocle e soprattutto in Eschilo.

Questa premessa, forse un po’ farraginosa, è però necessaria se si vuol capire l’impostazione della regia di Pier Luigi Pizzi, che ha realizzato più versioni dell’Alceste: questa è l’ultima e risale a tre anni fa e riprende l’edizione originale viennese del 1767, una coproduzione della Fondazione Teatro La Fenice e la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

C’è chi ha rimproverato a Pizzi (che firmava anche scene e costumi) una visione eccessivamente statica e perdipiù né interamente classica né interamente contemporanea. Per la verità, Pizzi sembra invece aver colto – e reso perfettamente – lo spirito del dramma, evitando sia una visione “oleografica” che uno stravolgimento senza capo né coda: spazio scenico fisso (proprio come le scene della tragedia antica), colori ridotti al bianco e nero. La scena richiama una visione della civiltà classica molto “anni trenta” (scelta coraggiosa, dati i tempi!): scale digradanti e una serie di arcate che richiamano, appunto, il palazzo della civiltà a Roma.  Il coro è schierato quasi sempre immobile, la gestualità è lenta, solenne, ieratica.  I costumi sono drappi e tuniche che evocano in modo astratto, ma efficace, l’idea della classicità; non manca anche qualche torso nudo, abbastanza … scultoreo.  E il coro del Maggio è stato ancora una volta assolutamente fantastico, sia nella recitazione che nel canto, magistralmente preparato da Lorenzo Fratini. Buono il gioco di luci ed ombre, che contribuiva ad accentuare i momenti di maggiore tensione.

Anche se in quest’opera la poesia, la parola deve essere al centro dell’attenzione e privilegiata, l’orchestra riveste comunque un ruolo importantissimo: tramite la sinfonia annuncia il clima espressivo del dramma, sottolinea i momenti chiave, accompagna sempre i recitativi e si arricchisce di nuovi strumenti. Federico Maria Sardelli, grande esperto del barocco e di Vivaldi in particolare, imprime un andamento serrato sin dalla sinfonia, con sonorità a volte un po’ aspre ma sempre affascinanti, evitando una lettura troppo “aulica” di stampo ottocentesco e concentrandosi sui particolari e evidenziando anche i momenti più lirici. Ottimo il rapporto con il palcoscenico e con il coro: il risultato è stato un equilibrio e una armonia molto ben calibrati, che sono stati riconosciuti dal pubblico che ha tributato al maestro un applauso particolarmente caloroso.

Per quanto concerne gli interpreti, la protagonista Nino Surguladze ha senz’altro un bel timbro scuro e un buon registri centrale, centrato e sicuro; un po’ meno sicuri invece gli acuti, che le hanno procurato qualche difficoltà, mentre dizione e fraseggio lasciavano a volte un po’ a desiderare. Nel complesso comunque discreta e anch’essa apprezzata. L’Admeto di Leonardo Cortellazzi era caratterizzato da una voce piena e robusta, leggermente scura, dotata di un buon fraseggio e buoni colori. Eccellente la Ismene di Roberta Mameli, dalla voce ben modulata con un fraseggio sapiente e caldi colori, mentre Manuel Amati è stato un Evandro convincente ed espressivo.

 



[i] Cfr la mia presentazione allo spettacolo http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=8978&categoria=1&sezione=8&rubrica=8 

 

 

 

 

 

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Angelo il 14/04/2018 21:55:42

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