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Editoriale

Elezioni, i veri sconfitti sono i moderati. C'è di che riflettere...

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

i risultati elettorali uno in particolare ha avuto i tratti dell’evidenza: queste consultazioni hanno segnato la sconfitta dei moderati. La moderazione infatti non si ritrova nei Cinque Stelle – i vincitori assoluti – neppure nel nuovo corso incarnato da Lui Di Maio; quanto alla coalizione di centrodestra, basterebbe la débacle di Forza Italia - appunto la componente moderata – ed il successo della Lega ad avvalorare quella analisi. Lo stesso crollo del PD va ascritto principalmente all’abbandono delle posizioni più “di sinistra”, avendo il suo elettorato “estremista” optato per l’astensione o per il Movimento di Grillo e Di Maio o ancora per la neonata formazione Liberi e Uguali.

La constatazione dell’esigenza di assumere posizioni intransigenti, palesata dal voto “estremista” (Cinque Stelle, Lega, Fratelli d’Italia, LEU e formazioni minori), che ha dato luogo ad una maggioranza da qualcuno paragonata a quella che si determinò nel referendum “anti riforme renziane”, porrà non pochi problemi al nuovo Parlamento ed al Presidente della Repubblica, per la nascita del Governo. I partiti si troveranno – si trovano – infatti di fronte all’alternativa fra tradire i rispettivi programmi, specie nei loro punti forti (reddito di cittadinanza, flat tax) e andare a nuove elezioni, in un quadro politico tutto da ricomporre.

Una riprova di tali difficoltà è emersa dal convegno organizzato dalla UGL per celebrare il 68° anniversario della CISNAL, da cui appunto l’Unione è nata. Svoltosi nell’augusta sede del Tempio di Adriano, a Roma, il Convegno ha visto sfilare sul palco personalità di diversa estrazione e collocazione, protagonisti di interventi tutti di livello e di notevole significato politico.

Dopo i saluti del moderatore Claudio Brachino, che ha anche indicato nella nozione di disuguaglianza il possibile filo conduttore del Convegno, ha aperto i lavori il Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, il quale, in ovvia conformità con il proprio ruolo, ha illustrato l’azione svolta a tutela del lavoro e dei prodotti europei, ma ha anche auspicato l’avvio, in tempi brevi, di una revisione di taluni meccanismi dell’Unione, a partire dal Trattato di Dublino. Ha poi ribadito la necessità di consolidare l’Unione, unico possibile competitore sulla scena mondiale, dove i singoli Stati nazionali non avrebbero analoghe possibilità al cospetto delle altre grandi aggregazioni. Siamo così passati dall’auspicio di Jean Thiriart – Europa impero di 400 milioni di uomini – alla constatazione di un continente visto come mercato di 500 milioni di consumatori… Sono state comunque apprezzate le conclusioni di ampio respiro, secondo le quali, di fronte alla crescita demografica dell’Africa – sono previsti 2,5 miliardi di abitanti nel 2050 – l’unica soluzione consiste in un programma vasto e concorde di massicci investimenti europei, mirati alla formazione di un tessuto produttivo, umano e materiale, in quel continente, in modo da alleggerire la pressione sulle frontiere europee. In definitiva, nel centrodestra – e non solo – si è profilata una convergenza su alcune priorità: immigrazione, occupazione, sicurezza.

Il Segretario Generale dell’UGL, Francesco Paolo Capone, ha svolto la sua relazione nel segno della continuità, ma ha anche indicato strade nuove. Ha brevemente celebrato la nascita della Confederazione – che dal 1950 e fino al 1996 si chiamava CISNAL – quando fare sindacato sotto quella bandiera esponeva non solo a rischi di carriera, ma anche di incolumità fisica e ha rivendicato l’odierna “alterità” dell’UGL rispetto alle altre sigle sindacali (non a caso, assenti nella circostanza).

Il passaggio più interessante dell’intervento va tuttavia individuato nell’accenno fatto ai contratti di secondo livello, ferma restando l’esigenza di quelli nazionali, da intendere essenzialmente come quadri normativi: Capone ha infatti lanciato l’idea dei “contratti di comunità”, legando le istanze dei lavoratori alla concretezza delle differenti situazioni ambientali, con il coinvolgimento non solo delle istituzioni locali, ma di tutti i corpi intermedi del territorio.

Si è poi avvicendato sul podio Diego Fusaro, forse il più applaudito dall’uditorio, il che, per un filosofo che si è definito “allievo indipendente di Hegel e di Marx”, sembrerebbe sorprendente, vista la collocazione “a destra” della platea. In realtà, con il suo attacco alla globalizzazione – che, a suo dire, avrebbe condotto alla glebalizzazione dei popoli – all’economia vampirizzata dalla finanza, all’Unione Europea come semplice Unione di Banche, nel segno del marco camuffato da euro, e, forse soprattutto, con la sua perorazione a favore degli Stati sovrani – i soli a poter ripristinare e risanare la democrazia, ferita da quei poteri irresponsabili – Fusaro ha toccato temi e fornito indicazioni a cui quella platea si è dimostrata stata sensibile. Una volta di più, la via delle nuove sintesi politiche, in definitiva, è stata indicata da pensatori “trasversali” e, per così dire, “di confine”.

Una tale visione, al netto del richiamo alla nuova lotta di classe, che vedrebbe impegnati da un lato i ceti medi e quelli che un tempo si sarebbero definiti “proletari”, tutti penalizzati non solo in termini di potere d’acquisto ma anche di rappresentanza politica – da qui i successi dei movimenti populisti – dall’altro i detentori e i beneficiari del potere monetario e mediatico, contrasta comunque con quella delineata da Tajani. Si spiegano così, aldilà delle contese per il ruolo di leader, certi malumori e certi conflitti, destinati a perpetuarsi anche dopo l’armistizio indispensabile per sciogliere i nodi istituzionali.

E’ poi intervenuto Maurizio Sacconi, che, dopo aver ribadito l’esigenza di privilegiare le tematiche del lavoro, recependo le indicazioni del Segretario Capone a proposito del “contratto di comunità”, si è augurato un ritorno della politica, come istanza più alta della partecipazione popolare nel perseguimento di destini comuni.

E’ dunque salito sul podio Stefano Parisi, candidato sconfitto del centrodestra alle recenti elezioni regionali del Lazio.  In armonia con quanto affermato da Sacconi, ha posto la persona al centro anche dell’azione politica, ma una simile impostazione non è sembrata in sintonia con le sensibilità e gli umori che si stanno affermando in Italia e nel resto d’Europa, dove la stagione del singolo, non già persona ma individuo atomizzato, fungibile ed esposto alle spesso inique pressioni dell’establishment, sembra tramontata, a favore dell’avvento dei popoli sulla scena.

Ha poi chiuso i lavori Benedetto Ippolito, professore di filosofia medievale all’Università Roma Tre, il quale, accantonando per l’occasione le sue competenze accademiche, ha ripreso, per contrastarla, l’esortazione iniziale del moderatore, lanciandosi in una difesa controcorrente della disuguaglianza, vista come motore di tutti i movimenti della società.

In conclusione, l’Italia appare oggi più che mai come il laboratorio di possibili nuove sintesi, e in questo spazio, l’UGL guidata da Capone, nella sua ribadita identità, può giocare un ruolo molto importante.

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