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Editoriale

Che malinconia un paese che crede di non avere più bisogno di eroi

Dalmazio Frau

di Dalmazio Frau

arlavo l’altro giorno con l’amico Emanuele Ricucci, tagliente penna del quotidiano Il Tempo.

Tra l’ottimo Emanuele e me, corrono più o meno cinque lustri, il che è una distanza temporale ben maggiore di quella che, per esempio, separa me da altri che mi hanno preceduto anche in questi campi tra la politica e la polemica, ma soprattutto è una distanza enorme – lo dicevamo insieme ridendone – che diventa pressoché invalicabile quando si tratta di altri che hanno un background culturale più ristretto del nostro.

Nel discorso amichevole che facevamo, improvvisa è venuta in mente ad entrambi l’immagine sintetica di questa strana situazione odierna che riguarda la destra, quella più giovane, in Italia, anche probabilmente se non tutta. Mi spiego meglio: a mio immodesto avviso si è fatto un passo indietro, molto indietro anche e soprattutto dal punto di vista culturale, rispetto agli anni Settanta, e per esempio, rispetto a un’esperienza come quella dei “Campi Hobbit”. Allora le menti pensanti, quelle degl’intellettuali di una destra si erano formate su categorie che potremmo definire “alternative” alla più schietta dottrina fascista. I punti di riferimento culturali erano la Tradizione – non soltanto Evola ma un pensiero più vasto che andava da Eliade e Guénon sino ai contemporanei, senza dimenticare i classici come Platone -, erano i Testi sacri delle altre culture, da quelle estremo orientali a quelle sufiche, da quelle dei miti celtici e norreni a quelle dei nativi americani; c’era la scoperta d’un mondo immaginifico di letteratura fantastica, alta e nobile, che se partiva da Tolkien non disdegnava altri autori come Robert E. Howard o Poul Anderson. Era, in sintesi, una destra colta che basava se stessa sul Mito e sulla Trascendenza, sul sogno dell’Eroe, del Cavaliere e con un rispetto sia del mondo “pagano” sia di quello “cristiano” oggi quasi scomparso. Erano i testi colti delle canzoni de La Compagnia dell’Anello la colonna sonora di quegli anni, insieme con altre “appropriazioni” quali Alan Stivell o Angelo Branduardi o Franco Battiato.

Oggi tutto questo è quasi scomparso. Se allora l’immagine fondante era quella del “cavaliere la morte e il diavolo” d’origine dureriana, ripresa poi in successive versioni semplificate ma pur sempre esaustive del simbolo eroico e solare d’un eroe cavalleresco che da solo procede verso l’ignoto in una Cerca dell’Assoluto, che sia il Graal o la Gerusalemme Celeste poco importa; adesso a questo “cavaliere solitario” si è sostituita l’immagine – rispettabilissima quanto “laica” – del “fante della Grande Guerra”.

Detto da chi, io, ha avuto il nonno combattente e decorato sul Carso, questo però è decisamente uno specchio dei tempi. Abbiamo perduto il senso più alto, sacro, misterico e nobile del Simbolo. Al Cavaliere – lasciate stare se templare o arturiano, non è questo il distinguo – si è preferito l’uomo comune. È il Mito quello che le nuove generazioni stanno dimenticando, è la tendenza verso ciò che trascende la materia e va verso lo Spirito… questo è, forse, il più grave errore dell’attuale gioventù di Destra.

Voglio augurarmi che presto sorga nuovamente un sole e soprattutto “sorga un cavaliere”… ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di Eroi!

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