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Editoriale

Quando studiare era una cosa seria.Quelle due o tre cose che so sulla scuola

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

ra premunt. Sì, è vero: ci sono cose più importanti da trattare. Io però stavolta voglio proporre ai lettori di Totalità un argomento “minore”, prendendo spunto da un articolo di Corrado Zunino su Repubblica a proposito del liceo romano Ennio Quirino Visconti, inserito nello storico Collegio Romano dei Gesuiti.

Non è mia intenzione entrare nella polemica, che imperversa sui “social” e che vede due “partiti” contrapposti: quello che accusa il Visconti - in virtù della modulistica di promozione e ammissione alla scuola - di discriminazione economico-sociale-sanitaria, sostenendo che si tende ad ammettere in prevalenza studenti appartenenti alle classi sociali più elevate e cercando inoltre di escludere quelli colpiti da qualche disabilità, e l’altro, che tende a difendere la scuola.

Di questa, non conosco la situazione attuale: posso solo dire che al Visconti mi sono diplomato nell’anno delle celebrazioni per il settimo centenario della nascita di Dante, e lì si sono diplomati due dei miei tre figli. Sono stato dunque studente, padre di studenti, nonno di studenti e, aggiungo - per un anno dopo la laurea - professore di storia e filosofia in un liceo pubblico romano: per tutte queste esperienze, credo di poter dire qualcosa sulla scuola di ieri e su quella di oggi.

Intanto, sono convinto che, così come si parla legittimamente di “cultura aziendale”, sia appropriato, a maggior ragione, parlare di tradizione per una scuola, le cui origini affondano le radici nei secoli e dalla quale sono uscite personalità di spicco, alcune eminenti al punto da influire sulla vita e sulla storia dell’Italia (ne cito due soltanto: Papa Pacelli e Giulio Andreotti).

Quanto all’argomento “sociologico”, posso raccontare che nella mia classe erano presenti, fra gli altri, un figlio di portinaio, un figlio di sottufficiale dei Carabinieri, il figlio di un impiegato comunale, e che nella classe di mia moglie – anche lei “viscontina” – e in quella di mio figlio c’erano rampolli della “nobiltà nera” che, guarda caso, non si segnalavano per il profitto…

Miei compagni erano tre ragazzi “non vedenti” (ma all’epoca si chiamavano ciechi, senza che gli interessati, perfettamente integrati nella classe e con diversi rendimenti scolastici, se ne sentissero offesi o sminuiti).

Del resto, il fattore economico non pesava: ci si vestiva più o meno tutti con abiti decorosi, ma nulla di più: i “maschi”, in giacca e cravatta (veniva consentita un’eccezione ad un ragazzo che indossava maglioni da lui stesso rattoppati ai gomiti), le “femmine” rigorosamente in grembiule nero (ecco un “bel” fattore di omologazione…).

Le differenze erano basate esclusivamente sul terreno del profitto e del merito: chi voleva, poteva studiare anche se proveniente da una famiglia economicamente meno avvantaggiata. Quanto a me, quella scuola, fra l’altro, mi ha insegnato ad amare le difficoltà e a sviluppare uno spirito di sacrificio di cui oggi ci sarebbe un gran bisogno.

Naturalmente, non tutto funzionava a dovere, e ho imparato, fra quelle mura, anche a confrontarmi con le inevitabili ingiustizie della vita: mi brucia ancora il ricordo della mia bocciatura in greco, all’esame di ammissione, poi abolito, dal ginnasio al liceo – allora si diceva “rimandato a settembre” – bocciatura dovuta alla timidezza della mia insegnante del ginnasio e ad un’impuntatura del professore che avrei poi visto in cattedra – con sopraggiunta, reciproca stima – al liceo. Questo professore disconosceva la scala di voti, che per lui si fermava al sette, invece di arrivare al dieci, ma con la sua severità – ed il mio impegno, ovviamente – ha fatto sì che ancor oggi io sia in grado di aiutare la mia nipote più grande nelle versioni, sia di greco che di latino.

Ma parliamo dei professori in generale: ne ho conosciuti, com’è ovvio, di bravi e di meno bravi, sia ieri che oggi (ad esempio, quelli con cui parlo per mia nipote, al liceo Montessori, mi sono sembrati scrupolosi, preparati, comprensivi, ma giustamente severi). Diverso però era il clima, che influiva sul rapporto studenti-professori. Ad esempio, nessuno di noi “maschi” poteva permettersi di farsi crescere barba o baffi; e quanto alle nostre compagne, ho detto tutto quando ho ricordato i loro mortificanti grembiuli neri… Il professore era il professore e stava in cattedra, mentre a noi toccava stare nei banchi.

Aldilà della materia insegnata, va detto che da quei docenti abbiamo imparato soprattutto ad essere uomini e donne, cittadini di uno Stato rispettabile e non ostile. Dal mio professore di religione, don Filippo Gentiloni Silveri - un giovane padre gesuita, poi spretatosi - ho assimilato concetti che sono rimasti a fondamento delle mie credenze religiose, quali quello del “patto” (berith) e della “metanoia”; e da lui, nella canonica della basilica di S. Ignazio, ci ritrovavamo, su base volontaria, a discutere di tutto, dalla politica alla storia alla religione, ai nostri turbamenti adolescenziali, non senza momenti di polemica anche accesa (il dissenso intelligente dei ragazzi era non solo ammesso, ma sollecitato).

Tanto per restare al discorso sulla qualità dell’insegnamento e della scuola stessa, all’esame di maturità le interrogazioni potevano estendersi ai programmi di tutto il triennio, e la memoria era ancora considerata la base non soltanto di un’erudizione fine a stessa, ma una facoltà da tenere sempre in esercizio per la fecondità del sapere, e da non affidare soltanto alle memorie artificiali. Per inciso, il presidente della commissione agli esami di maturità era Camillo Pellizzi, lo studioso di fama internazionale che aveva introdotto lo studio della sociologia in Italia.

I genitori venivano ascoltati nelle periodiche riunioni con i professori, ma non dovevano interferire nelle loro scelte pedagogiche, secondo il principio, poi devastato col 1968, “a ciascuno il suo ruolo (e il suo mestiere)”; un principio che oggi sarebbe bene applicare anche alla politica, così come viene riconosciuto – per quanto ancora? – in ambiti specialistici (medici, ingegneri e così via).

Da ultimo: il Visconti era già – come rivendicato dalla Preside di oggi, nella richiamata polemica – un istituto “antifascista”? Ebbene sì: ricordo che nell’anno della mia maturità, il 25 aprile fu celebrato con un tema sulla Liberazione (dal quale il Preside mi esentò, conoscendo i miei orientamenti di cultore in erba della storia patria e preferendo evitare polemiche) e il successivo 30 fu celebrata, come accennavo, la giornata di Dante, alla quale partecipai con una mia relazione, insieme ad altri colleghi.  Fra questi, uno che sarebbe poi stato coinvolto in vicende giudiziarie, come appartenente alle Brigate Rosse, e uno che sarebbe arrivato ai vertici di una importante multinazionale. Questa era la mia scuola, dove le differenze non facevano paura e il rispetto dei ruoli era la stella polare di un percorso che avrebbe formato cittadini consapevoli.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Cosma il 11/02/2018 13:48:39

    E' proprio questo il punto, dott. del Ninno, oggi non si vuole più formare cittadini consapevoli ma solo sudditi illusi di essere cittadini.

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