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I libri di Totalità

Rassegna di novità librarie: febbraio 2018

di Mario  Bozzi Sentieri

Rassegna di novità librarie: febbraio 2018

Paolo Isotta, Il canto degli animali. I nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e poesia (Marsilio, pagg. 448, Euro 22,00)

Gli animali non sono macchine. Provano sentimenti profondi solo in parte determinati dall’istinto. E li esprimono secondo rituali dell’istinto ma anche con una soggettività che nasce dalle esperienze e dall’intensità con la quale li sentono. Ogni animale ha la sua personalità, e lo sanno tutti quelli che vivono con un cane, un gatto, un uccello. La poesia – verso, narrazione, musica, immagine – è un altissimo strumento per capire, oltre che per affrontare, il mondo e la vita: manifesta e narra tale verità. Nel libro incontriamo delfini, balene, orche, cani, lupi, gatti, asini, cavalli, volpi, elefanti, cervi, giovenche, buoi, vacche, maiali, cinghiali, caproni, capre, agnelli, tigri, leoni, pantere, linci, furetti, scimmie, scoiattoli, foche, cammelli, canguri, topi, ricci, tassi, donnole, pipistrelli, usignoli, allodole, cuculi, cigni, upupe, albatri, falchi, aquile, gufi, civette, gazze, cardellini, anatre, oche, galline, galli, capponi, pappagalli, corvi, colombe, rondini, alcioni, gabbiani, pavoni, merli, tacchini, api, formiche, zanzare, ragni, libellule, rane, rospi, serpenti, tartarughe, pesci, seppie. Draghi e creature fantastiche che condividono le due nature: centauri, fauni, driadi, cavalli alati. Dei e le loro metamorfosi. Cantori divini che ammaliano bestie, piante, pietre. Questo è un racconto sulla reincarnazione poetica del mondo animale: ma un racconto non sistematico. L’autore lo ha scritto liberamente, passeggiando fra le arti lungo un’intera vita. La pagina di Paolo Isotta dipinge una Natura eterna e sempre nuova, pur se mai come ora minacciata; e i simboli antichi che in musica e in letteratura accompagnano gli animali. E mostra che la grande arte canta, con la comune origine, la nostra fratellanza. Il libro è dedicato “A tutti quelli che lottano contro la caccia, in cielo, sulla terra, nel mare”.

Francesco Borgonovo – Claudio Risé, Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità

(Lindau, pagg. 156, Euro 14,50)

Il mondo in cui viviamo è l’immagine della crisi: politica, economica, morale; esso è diventato il luogo dell’alienazione e della distruzione del vivere ‘secondo natura’. Le profezie sul tramonto dell’occidente, passate quasi sotto silenzio, hanno colto nel segno, rappresentando bene la caduta dell’Europa. Tutte le stime delle varie istituzioni e società di analisi prevedono la continua crescita economica dei paesi emergenti dell’Asia e del terzo mondo, mentre le nazioni europee e gli Stati Uniti proseguiranno nel loro percorso, pieno di difficoltà. Se più povero sarà l’occidente, sempre più poveri saranno i singoli individui; infatti, la disoccupazione aumenterà ulteriormente e i salari saranno ancora più bassi. L’intelligenza artificiale, le macchine robotizzate sostituiranno l’uomo in intere categorie di lavoro; l’automazione rimpiazzerà i lavoratori, eliminando i loro impieghi; non solo operai, agricoltori, camerieri, anche il mondo dei ‘colletti bianchi’ sarà colpito. La fine della prosperità economica sarà seguita da un ridimensionamento politico e militare; inoltre, i popoli di colore saranno la maggioranza sia in Europa che negli Stati Uniti, mentre i musulmani supereranno i cristiani, come numero di fedeli sul pianeta.

 

FILOSOFIA

Dario Antiseri, Credere. Dopo la filosofia del XX secolo (Armando, pagg. 128, Euro 12,00)

Questo libro nasce dall'intento dell'autore di fissare idee oggetto di non poche discussioni con persone - colleghi, allievi, amici - incontrate in tanti anni di insegnamento e di partecipazione a convegni dedicati a temi di filosofia della religione e, in particolar modo, ai rapporti tra ragione scientifica e filosofica e fede religiosa. Dunque: un lavoro concepito come una specie di lettera agli amici in cui da una parte tornare sull'idea che la fede è possibile solo in un universo della contingenza e dall'altra mostrare le difficoltà non evitabili della scelta atea. Se non hai dubbi, non hai fede - grandi mistici hanno sperimentato "la notte dell'anima". Ma l'ateo può dire che la sua è una vita vissuta alla luce della verità, di una verità non incrinata da alcun dubbio, non offuscata da nessuna ombra? L'ateo, soprattutto quando si mostra troppo sicuro di sé (e il caso non è raro), usa al meglio la sua ragione o ne abusa? Ha argomenti davvero convincenti in grado di cancellare ogni traccia di "mistero"? "Io non mi considero un uomo di fede. Mi considero un uomo di ragione, di una ragione piccola piccola, che non ha niente a che vedere con gli 'assoluti terrestri', ma è aperta al mistero, esattamente come qualsiasi uomo religioso". Questo scriveva Norberto Bobbio ad Antiseri in una lettera del 18 dicembre 1999. La realtà è che, se è vero che "la grande filosofìa è scomparsa" e che abbiamo assistito al "fallimento dei grandi racconti", rimane e riemerge, irreprimibile, la grande domanda sul senso della vita, della storia degli uomini, dell'universo intero. E l'esigenza di una risposta a queste domande c'è, queste domande ci sono. "Il che spiega - è ancora Bobbio a parlare - la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c'è ma non dovrebbe esserci. C'è: perché c'è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo domande senza dare risposte". E "proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente, l'uomo rimane un essere religioso, nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio, che caratterizzano l'età moderna e ancor più quella contemporanea".

SOCIOLOGIA

Lorenzo Vitelli (a cura di), Élites. Le illusioni della democrazia (Gog, pagg. 141, Euro 13,00)

La storia è un cimitero di aristocrazie. Vilfredo Pareto parte da questo assunto per dimostrare che qualsiasi sistema politico, anche quello democratico, non è immune alla formazione di una classe dominante. La crisi delle grandi narrazioni ci permette di guardare, dopo la sbornia novecentesca e il conflitto ideologico tra destra e sinistra, con più lucidità e senza preconcetti ai primi intellettuali che si sono interessati alla questione delle élites e del loro rapporto con le masse, con i partiti, con lo Stato. Dalle prime tesi di Mosca sulla classe politica e la minoranza organizzata fino alle critiche di Gramsci nei confronti della composizione del Partito in Michels, passando per la teoria della circolazione delle élites di Pareto, questa antologia risulta illuminante ai fini di un riposizionamento  del dibattito politico che possa finalmente liquidare le desuete dicotomie politiche per ripristinare la verticalità di un conflitto sociale che, con la globalizzazione, è diventato un fenomeno planetario e, a causa della retorica democratica, sempre meno evidente.

STORIA

Aldobrandino Malvezzi, L’islamismo e la cultura europea (Aseq, pagg. 342, Euro 28,00)

Quando nella primavera del 634 gli Arabi cominciarono l’invasione dell’Impero Romano d’oriente, le reazioni furono assai varie, anche se, il popolo bizantino ritenne che fosse la solita incursione di nomadi razziatori. Gli Ebrei, al contrario, videro di buon occhio l’avvenimento; riconoscendo delle affinità dottrinarie con l’islam, ritennero di ottenere maggiore libertà religiosa dagli Arabi, vedendo al contempo vendicate le offese ricevute dai cristiani. Solo pochi, come il Patriarca di Gerusalemme e il Vescovo ArmenoSebeos, si resero conto della gravità della situazione, vedendo chiaramente che quell’evento avrebbe cambiato il corso della storia. La storia della conoscenza dell’islam, in Europa, fu caratterizzata e determinata più da motivi politici, quindi, che da considerazioni confessionali o ideologiche. Sia i critici laici, quanto gli ecclesiastici, cercarono di scoprire in cosa l’islam differisse dal cristianesimo, e quali conseguenze, queste differenze religiose, avessero sul piano della convivenza civile. Il libro del Malvezzi, che fu professore di Storia e politica coloniale all’università di Firenze, si presenta come un mezzo efficace per chiunque voglia orientarsi nei problemi quanto mai attuali del mondo arabo e dei suoi contatti con le nazioni europee.

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Autori Vari, Condottieri e battaglie della Napoli spagnola (D’Amico, pagg. 146. Euro 12,00)

A partire dalla proclamazione di Alfonso V Trastamara come Re di Aragona e Napoli, nel 1443, lo Stato aragonese prima e la Corona spagnola poi, si mantennero stabilmente nell’Italia meridionale fino al 1707, anno nel quale, durante la guerra di ‘successione’, questo territorio andò perso. Carlo di Borbone recuperò i possedimenti italiani della monarchia spagnola, inaugurando un periodo di grande floridezza; infatti, nessuna città cattolica europea poteva competere con la ricchezza dei suoi monumenti. Una Chiesa molto potente costruiva conventi ed edifici religiosi, mentre l’aristocrazia ostentava sfarzosi palazzi signorili. La monarchia castigliana, invece, investì molto nella difesa del territorio, soprattutto dopo la drammatica conquista di Otranto nel 1480 e la battaglia di Lepanto. Questo libro è dedicato proprio agli aspetti militari del regno ed alle guerre che lo videro coinvolto: per il ducato di Castro, la successione del Monferrato, la battaglia della Valtellina – nel contesto della guerra dei Trent’anni. D’altronde grandi generali furono al servizio della Napoli spagnola: Alessandro Farnese, Emanuele Filiberto di Savoia, Ambrosio da Spinola, don Carlo Caracciolo.

STORIA DELLE DESTRE 

Gaetano Rasi, Storia del progetto politico alternativo dal Msi ad An (1946-2009) (Solfanelli, pagg. 664, Euro 40,00)

 

Con questo secondo volume, l’interessante affresco sulle vicende del MSI giunge alla fine degli anni settanta, al periodo più interessante e drammatico della storia italiana del secondo dopoguerra. Lo studio di Rasi è basato sulla documentazione ufficiale del partito, atti della sua fondazione, documenti relativi ai congressi, delibere della segreteria nazionale e proposte legislative, integrati con richiami a riviste dell’area neofascista. Rasi offre al lettore una visuale completa sullo sviluppo nel tempo del progetto al quale il MSI ha dato vita; un’analisi della linea guida, politica e culturale, che la dirigenza aveva elaborato nel corso dei suoi primi trent’anni. Rasi aderì al partito missino fin dalla sua costituzione nel 1946, a diciannove anni, dopo aver militato giovanissimo nelle Fiamme bianche della RSI. Egli non fu solo un militante e dirigente di partito, ma fu un giornalista di alto valore ed economista di livello universitario. Il corporativismo fu l’idea centrale della sua visione del mondo, al punto da ritenere che, un MSI senza un progetto corporativo non avesse avuto senso. Egli fondò, nel 1970, la Rivista di Studi Corporativi e due anni dopo contribuì alla costituzione dell’Istituto di Studi Corporativi, ricordando la formazione politico-sindacale appresa da Ernesto Massi, esponente della sinistra missina e di quella componente sociale, che svolse un ruolo non marginale sul mondo giovanile e sulla linea programmatica del partito.

TRADIZIONE

Stefano Verdino (a cura di), La buona causa. Storie e voci della Restaurazione (Aragno, pagg. 732, Euro 40,00)

 “La buona causa” era espressione ricorrente per chi, tra fine ’700 e ’800, combatteva contro la modernità, il laicismo e le nazionalità. Molto vaste le dimensioni di questa scrittura di reazione in Italia, quanto sostanzialmente ignote, tranne a pochi specialisti. Come sempre nella storia essere dalla parte sbagliata ha un prezzo. Tuttavia compito di una storiografia non pregiudiziale è anche registrare i dati e non censurare o rimuovere. In particolare per l’Ottocento italiano occorre sempre più rivedere la prospettiva risorgimentale, per offrire un quadro con più chiaroscuri di quello finora conosciuto. E poi a volte la prospettiva controcorrente può aprire anche suggestivi contropeli alla vincente modernità. Particolarmente utile pertanto allestire con questo libro un concertato di voci, affini e diverse, dei principali nemici del tempo nuovo inaugurato con l’89 francese, da de Maistre a Leopardi padre, dal principe di Canosa a certo Belli, da vari animosi gesuiti (come il padre Bresciani) a don Bosco. Vari i registri (dall’apologia all’invettiva, dall’aulico al popolaresco dialetto) e le tipologie di scrittura: saggi, orazioni, lettere, dialoghi, narrazioni, versi, articoli di giornale, anche un libretto d’opera rossiniano.

CLASSICI

Georges Bernanos, Lo spirito europeo e il mondo delle macchine (Oaks, pagg. 312, Euro 18,00) 

In queste indimenticabili pagine, il grande pensatore francese critica col suo stile passionale e paradossale i dogmi della società delle macchine: il progressismo, la fede patetica nella scienza e nella tecnica, il mito del Benessere che ha generato una società nevrotica e alienata. La soluzione non è la distruzione delle macchine ma la costruzione dell’uomo, che deve riappropriarsi della sua dignità, affermando la propria libertà, caratteristica appunto dello spirito europeo.

FUMETTI

Alessandro Barbera, Paperino reazionario. Nuove note sull’ideologia di Walt Disney  (L’Arco e la Corte, pagg. 159, Euro 15,00)

Walt Disney non è stato, come per molto tempo si è creduto, un generico e caramelloso intrattenitore dell'infanzia. Al contrario, è stato un artista dotato di un notevole spessore e con una precisa visione culturale. Ciò è evidente soprattutto nei lungometraggi animati, ma non mancano spunti anche nei corti e nei fumetti. Questo testo, che segue idealmente un analogo lavoro dell'autore, dedicato a Topolino, dà conto del dibattito interpretativo sull'opera disneyana svoltosi negli ultimi quindici anni, inclusa la ripresa di importanti letture precedenti. Si occupa così criticamente, per il passato, delle visioni di artisti come Ejzenstein e Dalì, nonché di quelle di pensatori come Benjamin e Adorno; per il presente, commenta tra gli altri le tesi di studiosi come Andrae, Ciotta e Giorello.

La tesi che emerge dal lavoro di Barbera  è che Walt Disney “era un conservatore-rivoluzionario con uno specifico interesse per la magia” (p.91). Di più, il filo rosso che lega tutta la sua opera, sia fumettistica che cinematografica, è proprio quello di essere stato nella sua opera “interprete dei valori tradizionali” (p.105). La grandezza artistica di Disney, la sua magia, è infatti consistita nell’aver reintrodotto nel XX secolo il mito e la fiaba, che sembravano banditi da una società dominata dall’ossessione del consumo e del profitto, nell’averci dischiuso una dimensione altra, nell’aver riaperto la porta al sogno. “La cosa rilevante è che Disney ripropose mito e fiaba attraverso mezzi di comunicazione all’avanguardia, facendone gli strumenti di una nuova pedagogia.” (p.116). Sicché “ci troviamo davanti ad un Disney antimoderno nel cuore pulsante della modernità, ovvero gli Stati Uniti.” 

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Carlomanno Adinolfi (a cura di), Ungern Khan (Europea, pagg. 98, Euro 18,00)

La leggendaria storia del barone Roman Fedorovic von Ungern-Sternberg viene qui presentata in un romanzo a fumetti. Von Ungern-Sternberg nacque in Austria nel 1886; egli apparteneva a quella nobiltà baltica di sangue germanico che viveva nei territori appartenenti allo Zar di Russia. Mentre la rivoluzione bolscevica trionfava a Mosca e Pietroburgo, e la marea rossa dilagava in ogni angolo del paese, egli era di stanza in Mongolia. Le steppe mongole, le distese immense battute dal vento, praterie sconfinate e monti selvaggi, le carovane di pastori e cacciatori, questo paesaggio ‘toccò’ l’anima di Roman Fedorovic. Ne subì il fascino misterioso e qui sviluppò la sua visione buddhista; quella originale, dura ed eroica, propria del principe guerriero Siddharta Gautama, integrata con l’arcaica religione mongola. L’epopea di Ungern Khan alla guida della Mongolia durò in realtà solo pochi mesi; l’avanzata dell’Armata Rossa fu inarrestabile, opporre resistenza all’esercito sovietico con l’eterogenea e poco addestrata Divisione di Cavalleria Asiatica era impensabile. Il 21 agosto 1921 fu fatto prigioniero, tradito e consegnato ai russi dai suoi uomini; processato e giudicato colpevole di cospirazione antisovietica, egli fu fucilato meno di un mese dopo. Appena appresa la notizia della morte di Ungern, il Bogd Khan ordinò che in tutti i templi della Mongolia si tenessero rituali e preghiere in suo onore affinché accompagnassero la sua anima. Egli aveva incarnato lo spirito genuino del buddhismo mongolo; era riuscito a sollevare una nazione in nome del ‘Re del Mondo’ ed aveva ottenuto la benedizione dei tre Grandi Lama per proteggere le porte di Agarthi.

RIVISTERIA

Storia in Rete 147, in edicola il nuovo numero

La doppia faccia del tradimento: infami per qualcuno, eroi per qualcun altro, spesso nella storia coloro che furono additati come voltagabbana lo sono stati per essere capitati “dalla parte sbagliata” o per aver dovuto fare scelte inevitabili. Altri invece hanno scelto consapevolmente di pugnalare alla schiena amici, alleati, compatrioti. Un panorama complesso, come anche spiega Aldo G. Ricci nel secondo articolo di questo numero di “Storia in Rete”, che si arricchisce nel dibattito storiografico a partire da un nuovo saggio – “Sul tradimento” di Margalit Avishai – che rivaluta il collaborazionismo durante la Seconda guerra mondiale. Dimenticando però la RSI. Una dimenticanza a cui rimedia “Storia in Rete”, presentando anche documenti inediti sulla situazione degli ebrei durante gli ultimi mesi della guerra nell’Italia settentrionale.

E ancora sul “tradimento”, variamente declinato: da uno scandalo nell’Italia della belle epoque, l’arresto di un capitano dell’Esercito per aver venduto segreti militari ai francesi, al dibattito su Vittorio Emanuele III, re accusato (a sproposito) d’aver “tradito”, per finire con le proteste dei giovani del FUAN negli anni Cinquanta contro l’assegnazione di una cattedra alla Sapienza a un “articolo 16”, ovvero uno di quegli italiani che durante la guerra avevano cooperato con gli Alleati per favorire la sconfitta dell’Italia e che l’articolo 16, appunto, del trattato di pace proteggeva da ogni conseguenza legale…

Continua poi il dibattito con Pino Aprile sull’unificazione italiana: si parla questa volta del terremoto di Messina e Reggio, dei ritardi nei soccorsi e dei guasti della ricostruzione, delle fucilazioni degli sciacalli (o presunti tali) e di una inquietante idea: bombardare le macerie per evitare epidemie. Ma il bombardamento ci fu davvero? “Storia in Rete” ha un’idea diversa in proposito…

Si apre quindi il capitolo del centenario della Guerra civile russa: i primi fuochi del conflitto che insanguinò l’oriente accesi in Ucraina, ieri come oggi prigioniera della sua posizione geopolitica, e un ritratto del barone Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg uscito dalla penna magistrale di Mario Appelius.

Infine, “Storia in Rete” anticipa alcune tavole da un nuovo fumetto di prossima uscita che racconta la tragica storia di Norma Cossetto, la martire dell’Istria e la sua orribile fine nelle foibe.

 

REPRINT

Guido Giannettini, Tecniche della guerra rivoluzionaria (I Gialli Politici, 1965,  pagg. 82, Euro 12,00)

La guerra rivoluzionaria è una lotta totale, senza limitazioni di metodi e di scopi; essa si avvale di tecniche psicologiche e spesso della guerriglia, in taluni casi diventa guerra convenzionale. È, in sostanza, una forma moderna di conflitto, che ha abbandonato tutte le regole, i canoni e le limitazioni che caratterizzavano quelli del passato. I metodi delle guerre rivoluzionarie si fondano dunque: sulla propaganda psicologica, per condizionare e conquistare le popolazioni; sull’utilizzo di organizzazioni parallele e sugli ‘utili idioti’; sulla lotta di classe, fomentata con forme di demagogia sociale e di promesse egualitarie, governi del popolo e dittature del proletariato. Lo studio condotto dal Giannettini, sulle tecniche ed i procedimenti impiegati dai sovversivi, aiuta a capire come la guerra abbia cambiato volto, consente di comprendere meglio i pericoli e quindi di dotarsi degli strumenti adatti per combatterla con successo. Questo saggio fu scritto nei primi anni sessanta del secolo scorso quando, in Italia e nei rapporti internazionali, il comunismo mostrava il suo volto aggressivo, con l’impiego di ogni mezzo, militare e non, ma è attualissimo per comprendere. 

Ciò che rende attuale lo studio del Giannettini è il passaggio delle 'tecniche rivoluzionarie' dal piano militare a quello della comunicazione. Attraverso i mass-media si forma il consenso e si creano le condizioni per l'affermazione di idee 'sovversive'. L'arma usata dal rivoluzionario non è più il kalashnikov, ma la tastiera, come Giannettini aveva profeticamente previsto.

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