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Editoriale

Dopo le parole di Tom Wolfe. Le idee della sinistra sono morte e quelle della destra non stanno tanto bene

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

ntarne il “De profundis” è stato Tom Wolfe, il dandy reazionario, l’anticonformista etnologo delle tribù postmoderne: il pensiero radical chic è morto, ucciso dalle sue contraddizioni, dalla cesura con il popolo vero, dal suo sterile conformismo … progressista. Come ha dichiarato Wolfe, in una recente intervista a “la Repubblica”, che molti turbamenti ha provocato tra le anime belle della cultura “engagé”, oggi la sinistra, quella “al caviale” o “da limousine”, si è ampiamente liberata da qualsiasi empatia per la classe operaia americana (e non solo – aggiungiamo noi). E’ – afferma Wolfe – “una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze, ma disprezza i rednecks (bifolchi) dell’Ohio”. E’, oggi come ieri (il testo principe di Wolfe, “Lo chic radicale” risale al 1970 e in Italia venne pubblicato, nel 1973, dalle benemerite Edizioni Rusconi, sotto la direzione di Alfredo Cattabiani) uno strumento di dominio delle “classi dominanti”, un comportamento per meglio mascherare il proprio “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto.

Wolfe punzecchia l’epidermide infrollita della sinistra, decadente e decaduta, rendendone finalmente palese la sconfitta culturale.

Il problema ora è “che fare” rispetto a questa sconfitta. Compiacersene? Continuare nella critica distruttiva? Esaltare le qualità “profetiche” di chi “di sinistra” non è stato e non è?

La nuova questione è che se la sinistra la perso la battaglia delle idee, la destra non l’ha vinta – come ha sottolineato Alain de Benoist, in una conversazione (a cura di Nicolas Gauthier), comparsa sul sito di Boulevard Voltaire ed ora pubblicata da “Diorama letterario”.

A sintetizzare l’analisi di de Benoist si evidenzia che:

-       Se la sinistra non ha niente da dire, perché è risultata sconfitta nella battaglia culturale, non è grazie alle confutazioni della destra, ma perché le idee della sinistra hanno perso la loro spinta propulsiva, adeguandosi al liberismo economico e al sistema di mercato.

-       La destra ha dimostrato di amare poco gli intellettuali, avvezzi a credere al valore delle rivoluzioni culturali, preferendo politicamente la vaghezza dei programmi politici.

-       E’ mancata a destra una strategia culturale, fondata su un pensiero “strutturato”, e si sono preferite le mode ideologiche che – afferma de Benoist – “hanno storicamente indebolito tutte le sue difese immunitarie, a partire dall’universalismo filosofico, dall’ideologia dei diritti dell’uomo e dall’ideologia del progresso”.

-       A fronte della sconfitta della sinistra culturale è poi mancata a destra una minima coerenza in materia antropologica. Chiede de Benoist: “Che idea ci si fa dell’uomo ? Un’idea filosoficamente classica o un’idea ideologicamente moderna ? Quella di un essere politico e sociale per natura o quella di un individuo portatore di diritti che starebbe sulla terra solo per massimizzare il proprio interesse  La società si spiega con la socievolezza naturale della nostra specie o non è altro che un aggregato di atomi individuali sorretto dal contratto giuridico e dallo scambio mercantile ?”

Quello di de Benoist è un discorso di metodo su cui varrebbe la pene attardarsi. Non per fare rassicuranti affermazioni di principio, ma per iniziare a immaginare strategicamente quella battaglia culturale che richiede innanzitutto chiarezza (e radicalità) d’intenti.

Prendere atto che la vecchia sinistra “caviar” è morta, è un buon auspicio per l’anno appena iniziato. Ma poi occorre costruire strumenti e relazioni culturali di alternativa. Occorre selezionare priorità, lanciare campagne d’opinione, sorrette da visioni profonde. Ecco la vera questione di fondo: finita la stagione delle concessioni (verso sinistra) per quale idea di Uomo, di Società e di Stato la destra intende battersi ? Ed intorno a quali priorità è disponibile ad impegnarsi per una strategia culturale, in grado di andare ben oltre gli slogan, gli appelli elettorali, le facili politiche quotidiane ?

Le risorse intellettuali ci sono e sono ben più ampie di quanto si creda. Il problema è collegarle, fare massa critica, uscendo finalmente dalle piccole logiche personalistiche e settarie. Ben oltre la politica-politicante, in gioco c’è la possibilità di dare cuore e testa alle sfide di quel cambiamento a cui la sinistra, più o meno chic, ha dimostrato la sua storica inadeguatezza: una battaglia che ha tutto il fascino e l’importanza delle sfide epocali.

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