Editoriale

Dunkirk, sulla verità storica vince il patriottismo di marca britannica

Il film di Christopher Nolan punta tutto sull'eroismo inglese, falsa la storia ma infondo lo invidiamo ...un poco

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

enerale, i film storici condannano gli autori o ad una riproposizione didascalica degli eventi narrati dagli specialisti o alle critiche dei medesimi, quando nella riduzione cinematografica si concede troppo spazio alla fantasia, alterando i caratteri e a volte perfino lo svolgimento e i nessi causali dei fatti.

Per limitarci ad un solo esempio, in Amadeus il regista Milos Forman, nel tratteggiare – certo con non trascurabili “licenze poetiche” – la figura di Antonio Salieri, maestro di cappella alla corte dell’imperatore d’Austria e antagonista del giovane Mozart, intese rappresentare il tormento dell’artista che, pur apprezzato e addirittura osannato, si rende conto di trovarsi al cospetto del genio inarrivabile, per il quale prova insieme invidia e ammirazione, in un miscuglio di sentimenti contrastanti che lo spingono – si allude nel film - fino al delitto. Qui la realtà storica fu di certo falsata, nel nome della libertà d’espressione.

Un po’ diverso è il caso di Dunkirk, il film di Christopher Nolan che sta riscuotendo un buon successo di critica e pubblico. La storia è quella, nota, della battaglia di Dunkerque, che si svolse nei giorni a cavallo fra la fine di maggio di primi di giugno del 1940, durante l’offensiva sferrata dalla Wermacht contro la Francia.

La battaglia si concluse con l’accerchiamento delle armate anglo-francesi – circa 400.000 uomini – strette fra l’esercito tedesco e le rive delle Manica, fra Calais e Ostenda. Per motivi ancora non del tutto chiari, malgrado la posizione di estremo favore, i tedeschi consentirono al nemico di salvare il grosso del contingente e di farlo rimpatriare, anche con l’ausilio di mezzi di diporto, alcuni dei quali fecero la spola più volte da una costa all’altra della Manica. Un episodio di patriottismo che in qualche modo ripete quello che, nella prima guerra mondiale, vide protagonisti i taxisti francesi, impegnati a trasferire sulla Marna i loro compatrioti in uniforme, in assenza di sufficienti mezzi militari.

Qui il regista, che significativamente ha dichiarato essere questo il più “personale” dei suoi film (il suo precedente più noto è Insomnia, un thriller con Al Pacino e Robin Williams), preferisce raccontare le vicende di alcuni personaggi di sua invenzione, adottando comunque il punto di vista britannico, fin dall’uso della versione inglese del nome della città, sullo sfondo di operazioni belliche ben girate sui luoghi degli accadimenti e ben montate con le sequenze realizzate in studio o al computer.

Il film racconta così tre diverse storie, con tre diversi protagonisti: il giovane soldato che, gettate le armi, risponde unicamente al suo istinto di conservazione; il pilota della RAF che solca il cielo sopra la Manica fino all’esaurimento del carburante, per difendere i suoi commilitoni ammassati sulla spiaggia ed esposti alla mitraglia ed alle bombe nemiche; il proprietario di un piccolo yacht – il sobrio ed efficace Mark Rylance, che ammirammo ne Il ponte delle spie -  il quale parte dal porticciolo di casa col figlio adolescente, per andare a salvare quanti più possibile soldati in ritirata. L’unico personaggio “storico” – interpretato da Kenneth Branagh – è l’ammiraglio Ramsey, ideatore ed organizzatore dell’operazione Dynamo, come fu intitolato il salvataggio di quel contingente.

La vulgata corrente ha esaltato il film, sottolineando il coraggio e la coesione di un popolo, rappresentato nel discorso di Winston Churchill alla Camera dei Comuni, a conclusione delle operazioni; pochi hanno parlato a mezza bocca di falso storico, ma sarebbe più giusto inquadrare il lavoro di Nolan in un altro contesto.

Intanto, il Nemico non si vede mai: se ne sentono i colpi di fucile nelle sequenze iniziali, quando il giovane soldato sfugge alle avanguardie tedesche e, dalla periferia di Dunkerque, raggiunge la spiaggia, o il crepitare della mitraglia degli sparuti caccia che impegnano duelli con i pochi piloti della RAF.

Ecco, a proposito di verità storica, si può ricordare che proprio il dissidio fra Goering, comandante della Luftwaffe, e il maresciallo von Rundstedt, comandante delle truppe di terra, fu probabilmente all’origine del mancato sfruttamento, da parte tedesca, della vittoriosa avanzata: il primo, che riteneva di poter vincere da solo la battaglia, riuscì a convincere Hitler, e così la Wermacht rimase a 10 km dalle armate nemiche imbottigliate, a dimostrazione che le guerre si vincono con la fanteria e che l’arma aerea ha una funzione sussidiaria (lo si sta vedendo, oggi, nel conflitto contro l’ISIS).

Detto questo, nella battaglia caddero 90.000 uomini dell’armata anglo-francese e pressoché altrettanti fra gli attaccanti; furono affondate diverse navi da guerra inglesi – oltre al naviglio leggero – e rimase sul campo una quantità enorme di mezzi pesanti e di equipaggiamento, a dimostrazione di uno sforzo bellico comunque imponente.

Tutto questo il film non ce lo fa vedere: ci mostra invece brandelli della violenza distruttrice della guerra, il panico e la determinazione dei singoli e dei piccoli gruppi, nel quadro di quel patriottismo insulare di cui la Brexit costituisce il più recente esempio “pacifico” e l’impresa delle Falkland un meno recente esempio bellico.

In un’epoca in cui il passato viene svilito e distrutto nei suoi simboli da più parti, sotto le insegne del fanatismo religioso, nel mondo islamico, o sotto quelle della correttezza politica più esasperata, nell’americanosfera, un film come Dunkirk, che riporta in valore le virtù del patriottismo, va accolto con favore e, se volete, con una punta d’invidia.

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