elezioni USA

Trump e Hillary: finisce la campagna elettorale più squinternata della storia americana

Impossibile pronosticare chi sarà il vincitore, in ogni caso c'è poco da stare allegri, come ci racconta il nostro corrispondente da Miami che ha vissuto da vicino la campagna elettorale

di Giovanni F.  Accolla

Trump e Hillary: finisce la campagna elettorale più squinternata della storia americana

Che questa sia la peggiore campagna per le presidenziali di sempre, in Europa ne siamo tutti convinti e qui negli Stati Uniti buona parte della popolazione ne è consapevole, ma quello americano non è, in fin dei conti, un popolo così sofisticato, o meglio tanto schifiltoso, anzi. Si schifa, sì, ma si sporca pure le mani e c’è da aspettarsi che, alla fine, tanta querelle porterà alle urne milioni di elettori tradizionalmente poco inclini al voto e per lo più disinteressati alla politica.

Più gli scandali (variamente legittimi e appurati, gravi o legalmente rilevanti), vengono a galla, più sale la tensione e più la gente, di fatto, si appassiona e si schiera. Visto che ormai tra i due contendenti la distanza pare minima, c’è da capire chi dei due sarà a capace di portare dalla propria parte il maggior numero di “nuovi” elettori.

Qui in Florida, nei giardini antistanti alle single home (le villette o le villone delle famiglie delle classe media o alta) è un fiorire di cartelli che inneggiano ai due contendenti. Ma porti a passeggio il cane (metodo d’indagine, ammetto, poco scientifico, ma significativo) e la sensazione – a contare questi cartelli – è che Trump abbia più sostenitori della Clinton: la Florida, però (che non è solo il suo sud ricco e benestante, quello di Miami, Coral Gables, o Palm Beach per intenderci), è molto eterogenea tanto per questioni socio-economiche che per composizione etnica. Quindi, quel che sembra ormai certo è che, ancora una volta, questo lembo di terra, di fatto molto più latino che americano, potrà fare la differenza. E’ uno “swing State”, come dicono gli osservatori, insomma uno Stato dondolante, oscillante, così incerto nel responso delle urne che ha ora tutti i riflettori dei media puntati su di sé e non è certo un caso se proprio qui, in questi ultimi giorni, si sono intensificate le visite e gli spettacoli (come quello di Jennifer Lopez a Miami o Jon Bon Jovi a St. Petesburg) e di supporter di ogni livello, Obama, il suo vice Biden e, naturalmente, Bill e Hillary Clinton compresi.  

Di certo c’è anche che la foltissima e influente comunità cubana di Miami e dintorni, che nelle primarie repubblicane ha premiato Trump a scapito dell’ex beniamino Marco Rubio (pur essendo il senatore dello Stato di origini cubane), ribadirà con forza questa scelta, “perché la Clinton - mi dice un mio vicino di casa, un professionista di origine cubana - senz’altro continuerebbe le politiche di apertura verso Castro, un mostro!”.

Metà degli elettori della Florida hanno già votato nella sessione anticipata, ma i sostenitori della Clinton si affannano per scongiurare l'effetto Bush che proprio grazie allo scarto di in pugno di voti vinse le elezioni contro Al Gore.

Anche Trump, ovviamente, in questi giorni è stato in Florida, a Miami e a Palm Beach dov'è di casa fin da quando era ragazzo, dunque ancor prima che con le sue società costruisse grattacieli di lusso e ogni ben di Dio. Più complesso il rapporto di Hillary con questo Stato e la sua campagna è diretta alla popolazione di colore e nel contempo a quella che da noi in Europa si chiamerebbe borghesia colta.

La stampa e le ragioni dell’elettorato di Trump

In questa campagna elettorale la lente distorta della stampa americana (nessun organo escluso o quasi)  che, di fatto, ha creato il fenomeno Trump per poi scaricarlo in brutto modo, rende ora ancora più complessa l’analisi anche di chi, fin da principio, non ha affatto creduto che il magnate newyorkese fosse frutto dell'estemporaneità. Sottrarre Trump al folklore e al pregiudizio moralistico di molti osservatori che giudicano il loro sentimento (e non l'oggetto che lo forma) prigionieri delle loro opinioni, piuttosto che le cose "per come accadono", anche se accadono - per l'appunto - a loro dispetto, oggi sembrerebbe un dovere per ogni cronista armato di onestà intellettuale e invece così non è. Bisogna ora scendere nel mondo, senza il "ditino alzato", perché - a mio avviso -Trump è più effetto che causa di un fenomeno che, si ripete e ora sembra addirittura endemico.

Infatti, ventiquattro anni anni fa c'era Ross Perot a scagliarsi contro NAFTA ed immigrazione illegale a quelle stesse persone a cui oggi parla Trump. Era meno divertente e  (diciamo la verità) meno volgare però, mutatis mutandis, vendeva un messaggio molto simile. La fetta di elettorato che votò Perot allora non è per nulla dissimile da quella che vota per Trump ora. Insomma, quel tipo di malessere socio-politico negli USA c'è da molto tempo, forse da sempre. Ma trova raramente una rappresentanza politica esplicita. Questi son due temi che forse varrebbe la pena esaminare approfonditamente: chi sono gli elettori di Trump, cosa vogliono e perché il sistema politico non li ha rappresentati sino ad ora.

Al di là dell'identificazione del cosiddetto blocco sociale che si riconosce in Trump  - coloro che sono in affanno rispetto alla fuga della realtà che li circonda, all'accelerazione delle nuove tecnologie, come di tante altre cose non per forza buone: finanza marcia, consumismo sfrenato ... "sviluppo senza progresso" (per dirla con Pasolini) - rimane abbastanza misterioso Trump stesso. Si può permettere l'aspirante inquilino della Casa Bianca di essere così "divisivo"? Per dire e per essere un po’ provinciali, ma aiuta a capire: neanche Berlusconi lo fu a tal punto. Anzi, per certi versi il Cavaliere (col quale Trump c'entra poco a parte l’amore irrefrenabile per la battuta spesso pesante, e per il peso del portafogli) polarizzò la scena e portò al bipolarismo. L’ascesa di Trump (un indipendente), in verità, è la prova provata della fine del GOP, il grande partito Repubblicano e dei suoi meccanismi interni di selezione della propria classe dirigente. Ma i democratici, non stanno mica tanto meglio: la Clinton più che la migliore (come sti sta vedendo) è la più influente. 

Comunque sia, il magnate di New York di fatto, è riuscito a rappresentarsi come "uno del popolo", la "voce di chi non ha voce", dell'America tradita da tutti questi immigrati d'ogni tipo e colore e da tutte queste minoranze dal genere (sessuale incluso) incerto, mezzo vegane, mezzo intellettualoidi, che parlano con accenti strani e sono diventate quasi maggioranza nel Paese, che, per dirla tutta, non ne può più del politically correct ad ogni costo. Ma questi, ripeto, sono una minoranza persino fra gli elettori repubblicani. La strada di Donald Trump verso la presidenza richiede che lui riesca a convincere altri e più folti gruppi sociali ed ideologici, magari a turarsi il naso piuttosto che affidare il futuro all’infida Hillary che mai, a dire il vero, ha sfondato tra i giovani e le donne che le hanno più volte preferito Bernie Sanders (come voteranno i supporters di Sanders, è un’altra bella domanda da porsi che pochi o nessuno prende in considerazione). 

Insomma, finora Trump è stato sostanzialmente un formidabile strumento attraverso il quale esprimere il dissenso e il malessere per notevoli fasce di popolazione deluse da Obama sul piano politico, e frustrate da politiche economico-fiscali che hanno premiato, comunque e sempre, i soliti ricchi. Anzi, peggio: la new economy, il capitalismo 2.0, ha concentrato i profitti in sempre meno persone, con una sempre più esigua ridistribuzione economica e con un’importante diminuzione dei posti di lavoro. Se negli Stati Uniti, per dire, non è mai esistito né l’odio di classe, né l’invida sociale (la questione ha avuto ed ha, piuttosto, risvolti raziali) oggi la naturale predisposizione dell’americano medio ad ammirare coloro che hanno avuto successo,  pare stia scomparendo e si stia trasformando in alcune forme di risentimento.

Hillary, le e-mail, l’ FBI, scontro tra istituzioni e il ritorno della Guerra fredda

Nonostante il crollo nei sondaggi di Hillary Clinton, ancora sembra piuttosto improbabile che Trump possa essere eletto. Troppi ostacoli e troppo grandi. Anche se l’FBI (questo è ancora un Paese dove i poteri sono autonomi, stante che si deve registrare una strana e un po’ ambigua marcia indietro delle ultimissime ore) con le sue inchieste ha messo in luce quel che già molti americani già sapevano, ma tolleravano: la signora è una donna di potere che ama il potere e da esso viene adorabilmente ricambiata. Gli scandali sessuali li lasciamo altrove, tanto quelli che riguardano Trump, che quelli relativi ai coniugi Clinton (compreso l’ultimo sulla supposta omosessualità di Hillary).

Ma d'altro canto - non sembri fantasioso - credo che Hilary Clinton, sia il candidato di sintesi di mondi solo sulla carta distanti: quello liberal e borghese (e imprenditoriale) e quello dei cosiddetti "moderati" repubblicani. Se le "mezze vittorie" di Sanders la stanno obbligando in questa campagna elettorale a strizzare l'occhio a sinistra, su questioni fondamentali Hilary, è molto più a "conservatrice" di Obama e non ne prenderà affatto l'intera eredità politica, nonostante Obama e consorte si stiano spendendo moltissimo per la successione alla Casa Bianca. Fino al vero scontro istituzionale a viso aperto, tra il presidente e il capo del Federal Bureau of Investigation.

A Washington, raccontano fonti diplomatiche, sta, inoltre, diffondendosi la “febbre russa”. Il fantasma di Vladimir Putin ha già da tempo fatto ingresso nella campagna elettorale, ma in queste ore è tutto un ragionare tra la paura di sabotaggi delle reti informatiche statunitensi da parte di hacker russi, ma anche di quanto il rapporto con la Russia in futuro possa prendere la piega di una nuova “Guerra fredda”. Certo l’elezione della Clinton non aiuterebbe in tal senso, ma - di contro, dicono alcuni analisti - Trump non somiglia un po’ troppo al presidente Russo? Spy story? Paranoie? Un po’ tutte e due. Più realistica - francamente -  la prima ipotesi che la seconda. Ma senz’altro il nuovo corso della politica estera americana sarà moto differente secondo chi sarà, tra Trump e Hilary Clinton, il nuovo presidente.  Al momento  - nuovo isolazionismo o nuova forte ingerenza internazionale - non si intravede, comunque, nulla di buono.

La crisi di leadership occidentale

Insomma, i due candidati alla presidenza del Paese più influente del mondo (ancora per ora, almeno) non sono uno spot ideale a favore dello stato di salute della politica occidentale. Nessuno dei due convince. Comunque la si pensi, l’elettore è costretto a scegliere quel che gli sembra il “meno peggio”, e non poter scegliere il “meglio” – ad essere onesti – per la democrazia non è mai edificante. A guardarsi a torno si comprende che anche nella più grande democrazia del mondo, il sistema dei partiti politici non solo ha perso di smalto, ma è incapace di selezionare i propri leader. Anche da questa parte dell'Oceano la mancanza di leadership si sta facendo grave al punto che, ad uno sguardo d'assieme, sembra che l'intera politica Occidentale sia diventata una specie di "B-movie" pieno di comparse, caratteristi o politici senza scrupoli, incapaci di dare, non solo una buona interpretazione, ma un senso compiuto alla storia.

La rottura del patto fiduciario tra eletti ed elettori e, appunto, la carenza di leadership coraggiose e capaci (soprattutto non prigioniere di un consenso continuo e su ogni scelta), temo ci stiano portando, non a delle dittature (gli anti corpi ci sono e forse tengono ancora), ma a una nuova forma di democrazia che al momento esprime soltanto stanchezza e sfiducia. C'è, in buona parte dell'Occidente, una fame malata - quasi bulimica -  di uomini che sembrano forti e che diano l'impressione (questa è sufficiente) di saper risolvere i vari conflitti sociali in campo, senza mediazioni. C'è molto risentimento tra i blocchi sociali (o tra quel che ne è rimasto) e - soprattutto - tra generazioni, c'è molta frustrazione dovuta al gap sempre più ampio tra ricchi e poveri, diminuendo di peso la cerniera sociale della classe media, da sempre garanzia di equilibrio e di distribuzione economica più equa. Qui il sogno americano pian piano sembra svanire. E non è affatto consolante che l'America somigli tanto all'Europa.

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