BELCANTO FESTIVAL - Teatro Goldoni

Almaviva, dal canto allo spartito. Le Cinesi di Garcia in prima assoluta per l'Italia.

Al Goldoni di Firenze una deliziosa operina in un atto composta dal primo inteprete del Barbiere Rossiniano. Bravissimi gli interpreti.

di Domenico Del Nero

Almaviva, dal canto allo spartito. Le Cinesi di Garcia in prima assoluta per l'Italia.

Manuel Garcia

Un libretto del Settecento, firmato nientemeno che da  Metastasio: un talentuoso e celebre tenore di  primo Ottocento, nonché direttore di teatro e compositore, amico di Rossini e primo interprete di Almaviva nel Barbiere di Siviglia; il teatro dell’Opera di Firenze, L’accademia del Maggio Musicale Fiorentino e il festival Rossini di Wildbad. Una miscela …. esplosiva per uno spettacolo davvero divertente, ben fatto e originale: le Cinesi di Manuel Garcia, in scena ieri sera al Teatro Goldoni di Firenze nell’ambito del "Belcanto Festival" compreso nel programma del teatro dell’Opera.

Il celebre poeta cesareo della corte di Vienna compose questo testo  per il Carnevale del 1735,destinato  all’interno degli appartamenti reali a Vienna. E’ un soggetto in cui Metastasio abbandona il filone a lui consueto  mitologico – celebrativo per una  piece galante e arguta, in cui è dato un certo spazio a una garbata comicità.  Nata in origine solo per tre voci femminili, l’opera in un solo atto fu poi rimaneggiata da Metastasio nel 1749, su richiesta del celebre Farinelli, amico fraterno del poeta: fu introdotto così il personaggio maschile, Silango.Sebbene all’inizio il poeta fosse poco convinto della nuova versione, in seguito se ne dichiarò pienamente soddisfatto, ritenendo che il personaggio in più desse maggiore vivacità e interesse all’azione.

Nel settecento, il gusto dell’esotico  prende piede anche nel teatro, sia in prosa che in poesia, in consonanza con il cosmopolitismo illuminista. Celebri senz’altro le “turcherie”, ma anche le  “cineserie” iniziavano a prendere piede. Ma spesso – ed è ciò che accade anche nelle Cinesi – l’esotismo è un puro pretesto che si rifà ad una letteratura che spazia tra l’aneddotico e il fantastico: si può dire che per certi aspetti a una mitologia fantastica si sostituisce un Oriente tutto di fantasia, che investe sia la commedia dell’arte che quella di Goldoni e Gozzi (si pensi per l’appunto a Turandot), al teatro musicale.

Il libretto metastasiano, come succedeva quasi sempre, fu musicato da vari compositori: a partire da Antonio Caldara nel 1735, per arrivare a Gluck  nel 1754 e poi da almeno altri otto autori prima di arrivare al nostro: Manuel del Pópulo Vicente García (1775-1832) che lo musicò  nel 1831 per gli allievi della sua accademia di Parigi (scuola di grande prestigio)   nella versione originale per voci e pianoforte. L’ultima versione precedente era stata composta in un anno tanto terribile quanto significativo: il 1789.

Perché riprendere un soggetto del genere più di 40 anni dopo, in pieno  romanticismo? Sicuramente  l’argomento  si prestava molto bene per la destinazione dell’opera:  un laboratorio di fine corso per gli studenti dello stesso Garcia.  E’ la storia collaudatissima del teatro nel teatro e del primato fra i vari generi operistici: il drammatico, il pastorale e il buffo; preceduta da una discussione  (senz’altro tornata di stringente attualità) sulla condizione della donna, molto più libera in Occidente (perlomeno in certi paesi) che in Oriente.  A discuterne sono tre amiche cinesi, Lisinga, Tangia e Sivene, e il fratello della prima, Silango, appena rientrato dall’Europa e introdottosi clandestinamente nell’appartamento dove in cui si trovano le ragazze.

Non si deve poi dimenticare che il fascino per l’esotico, anche se in chiave molto diversa rispetto al periodo precedente, è molto vivo anche nel Romanticismo; ma  nella musica del tenore spagnolo  di “orientalismo musicale” non c’è traccia. Opera concepita per quartetto di voci e pianoforte,  è tutta basata sulla voce e sul fascino del  bel canto.  E non ci sono dubbi che l’edizione fiorentina abbia fatto pienamente brillare il fascino di questa “opera da salotto” che meritava davvero di essere conosciuta e che forse, dopo  quella della accademia parigina, ha avuto la sua prima esecuzione  solo  nel 2009;  sicuramente l’allestimento fiorentino è stata la prima assoluta in Italia.   Regia, scene costumi e luci,affidati a Jochen Schönleber, erano moderni ma non invasivi:  uno spazio colorato, con una parete su cui si alternavano varie colorazioni a seconda del momento e delle circostanze, con tavolini e pochi oggetti: “minimalista” ma funzionale.  Ben diretti soprattutto i movimenti di scena delle tre amiche e dell”intruso” Silango, fratello di una delle tre appena rientrato da un viaggio in Occidente.  Eliminato del tutto qualsiasi rischio di monotonia anche grazie, naturalmente, alla bravura e allo spirito  delle interpreti (e di Silango, naturalmente!)   Il  mezzosoprano Giada Frasconi (Sivene) il contralto Ana Victoria Pitts(Tangia)  e la soprano Francesca Longari (Lisinga),   hanno dato prova di un buon timbro vocale, notevole agilità, freschezza e disinvoltura sia nelle colorature che nel registro acuto; buona la prova del tenore Patrick Kabongo Mubenga, che dopo una partenza un po’ impacciata ha  “riscaldato”  una voce peraltro bene impostata, ma all’inizio carente di volume. Tutti gli intepreti sono allievi della Accademia  del Maggio Musicale Fiorentino, che si conferma dunque scuola di eccellenza.

Brillante l’esecuzione al pianoforte del maestro  Michele D’Elia, che ha anche concertato l’opera; più che positivo il giudizio del pubblico che ha vivamente applaudito.  Un vivo complimento al coordinatore artistico Pierangelo Conte per la scelta di un soggetto brillante e spiritoso, che ci restituisce un vivo spaccato della cultura musicale di primo Ottocento che non si limitava ai grandi palcoscenici, ma animava tutta la vita sociale dell’epoca.

Senz’altro da vedere. Repliche sabato 15 e domenica  16 ottobre (ore 16.30). Martedì 18 ottobre ore 10,00.  Teatro Goldoni.

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